BEATITUDINE, fine ultimo (3, 2-3. 16 ss.)

(III, 2) Ogni agente agisce per un fine

Questo fine può essere o l’azione stessa, o il prodotto causato dall’azione. Tutti gli esseri che agiscono, agiscono o per natura o per intelletto […]. Ora, come chi agisce per intelletto tende con la sua azione a un fine determinato, così vi tende anche l’essere che agisce per natura.

(III, 3) Ogni agente agisce per un bene

Ogni cosa agisce per ciò che è ad essa conveniente. Ora, ciò che è conveniente è il proprio bene. Quindi … Ogni agente agisce in quanto è in atto, e nell’agire tende a produrre una realtà consimile. Quindi tende a un atto. Ora, ogni atto ha natura di bene …

(III, 16) Il fine di ogni cosa è il bene

Ogni essere è ordinato al fine mediante la propria azione: perciò, o la sua stessa azione è il fine, oppure il fine di questa azione è anche il fine dell’agente. Ora, questo non è altro che il suo bene. Il fine di ogni cosa è il termine in cui si acquieta il suo appetito, o desiderio. Ora, l’appetito di qualsiasi cosa ha il suo termine nel bene. Infatti i filosofi definiscono il bene come «ciò che tutte le cose desiderano» [Etica 1,11]. Dunque il fine di qualunque cosa è il bene.

(III, 17) Tutte le cose sono ordinate a un unico fine, che è Dio

Se è vero che nessuna cosa tende a un oggetto come al suo fine se non in quanto è un bene, bisogna che il bene in quanto bene sia un fine. Perciò colui che è il sommo bene sarà massimamente il fine di tutte le cose. Ora, il sommo bene è uno soltanto, ed è Dio, come abbiamo visto nel Primo Libro (c. 42). Quindi vale il titolo. In ciascun genere di cause la causa prima è più causa della causa seconda […]. Bisogna quindi che quell’essere che è la causa prima nell’ordine delle cause finali sia causa finale più della causa finale immediata. Ora, Dio è la causa prima nell’ordine delle cause finali, essendo il sommo nell’ordine dei beni. Dunque egli è fine di ciascuna cosa più di qualsiasi fine immediato. Di qui le parole di Pr 16,4: «Tutte le cose il Signore le ha fatte per se stesso»; e di Ap 22,13: «Io sono l’Alfa e l’Omega, il primo e l’ultimo».

(III, 18) In che modo Dio è il fine di tutte le cose

Dio non può essere il fine di tutte le cose come qualcosa di prodotto [è il caso dell’artigiano], ma solo come qualcosa di preesistente da conseguire. Dio non agisce per conseguire, ma per elargire. Infatti, essendo in atto, non può che elargire. Le cose dunque sono ordinate a Dio non come a un fine a cui apportare qualcosa, ma come oggetto da ottenere a suo modo da lui stesso, essendo egli stesso il fine.

(III, 19) Tutte le cose tendono a una somiglianza con Dio

Dal fatto che le cose conseguono la bontà divina, vengono costituite simili a Dio. Se dunque tutte le cose tendono a Dio come al loro ultimo fine per conseguire la sua bontà, ne segue che l’ultimo fine delle cose è la somiglianza con Dio. Ogni cosa, con il suo moto o con la sua azione, tende al bene, come abbiamo spiegato [c. 16]. Ora, una cosa prende parte al bene nella misura in cui assomiglia alla bontà suprema, che è Dio. Dunque tutte le cose con i loro moti e le loro attività tendono come al loro ultimo fine a una somiglianza con Dio.

(III, 20) In che modo le creature imitano la bontà divina

Le creature non sono costituite tutte nello stesso grado di bontà. Infatti le sostanze semplici partecipano alla bontà divina con tutta la loro essenza, e le nature composte secondo una loro parte. Ma anche in quest’ultimo grado si riscontra una diversità quanto al modo stesso di essere. Poiché in alcuni enti composti di materia e forma, la forma esaurisce tutta la potenzialità della materia, cosicché nella materia non rimane nessuna potenza a un’altra forma: è la condizione dei corpi celesti. – In altri invece la forma non esaurisce tutta la potenzialità della materia, per cui nella materia rimane la potenza ad altre forme. Si giunge così all’ultimo grado dell’essere, e quindi all’ultimo grado della bontà.

(III, 21) Le cose tendono per natura a una somiglianza con Dio in quanto causa

La creatura tende a una somiglianza con Dio mediante le proprie attività. Ora, con le proprie attività una cosa diviene causa di altre cose. Dunque le cose tendono a una somiglianza con Dio anche per la loro causalità. Le cose tendono a una somiglianza con Dio in quanto egli è buono, come abbiamo notato [c. prec.]. Ora, si deve alla bontà di Dio che l’essere venga elargito ad altri esseri: poiché ogni essere agisce in quanto è attualmente perfetto. E così tutte le cose desiderano universalmente di assomigliare a Dio nell’essere causa di altre cose. Per questo Dionigi afferma [Cael. Hier. c. 3]: «La cosa più divina è di essere cooperatori di Dio», secondo le parole dell’Apostolo [1 Cor 3,9]: «Siamo collaboratori di Dio».