Bontà e malizia degli atti umani (I-II, 18-20)

La bontà e la malizia degli atti umani in generale

Articolo 1

Se tutte le azioni umane siano buone o ce ne siano anche di cattive

Ogni azione tanto ha di bontà quanto possiede di entità; e per quanto l’azione umana manca di pienezza entitativa […], altrettanto manca di bontà, e viene detta cattiva.

Articolo 2

Se le azioni umane traggano la bontà e la malizia dal loro oggetto

La prima bontà dell’atto morale è desunta dall’oggetto conveniente, per cui alcuni ne parlano come di un bene che è tale per il suo genere […]. E così il primo male per le azioni morali è quello che deriva dall’oggetto […]. E allora si parla di un male che è tale per il suo genere.

Articolo 3

Se le azioni umane siano buone o cattive per le circostanze

Se manca un elemento richiesto perché si abbiano le debite circostanze, l’azione sarà cattiva.

Articolo 4

Se le azioni umane siano buono o cattive per il fine

Le azioni umane, e tutte le altre cose la cui bontà dipende da altro, desumono la loro bontà dal fine a cui tendono, oltre che dalla loro bontà intrinseca.

Articolo 5

Se un’azione umana sia costituita nella sua specie in base alla sua bontà o malizia

Il bene e il male distinguono specificamente le azioni morali.

Articolo 6

Se l’atto derivi la sua bontà o la sua malizia specifica dal fine

L’atto interno della volontà riceve la specie dal fine, che ne costituisce l’oggetto […]. La specie dell’atto umano viene così determinata formalmente in base al fine e materialmente in base all’oggetto dell’atto esterno.

Articolo 7

Se la specie data dal fine sia contenuta, come nel suo genere,
nella specie data dall’oggetto, o viceversa

La differenza specifica desunta dal fine è più generale, mentre la specie desunta dall’atto ordinato essenzialmente a tale fine è specifica in rapporto ad esso.

Articolo 8

Se ci possa essere un atto specificamente indifferente

Ci sono degli atti specificamente indifferenti.

Articolo 9

Se ci possano essere degli atti individuali indifferenti

È necessario che ogni atto umano, dipendente dalla deliberazione della ragione, nella sua individualità sia buono o cattivo.

Articolo 10

Se una circostanza possa rendere l’atto morale specificamente buono o cattivo

Tutte le volte che una circostanza riguarda uno speciale ordine della ragione, in senso favorevole o contrario, è necessario che essa determini la specie dell’atto morale o in bene o in male.

Articolo 11

Se ogni circostanza che accresce la bontà o la malizia
conferisca all’atto morale una bontà o una malizia specifica

Non tutte le circostanze che accrescono la bontà o la malizia conferiscono all’atto morale una diversa moralità specifica.

 

La bontà e la malizia dell’atto interno della volontà

Articolo 1

Se la bontà della volontà dipenda dall’oggetto

Il bene e il male degli atti di volizione vengono determinati propriamente in base all’oggetto.

Articolo 2

Se la bontà della volontà dipenda unicamente dall’oggetto

La bontà o la malizia della volizione va riscontrata in un unico elemento […]. Perciò la bontà della volontà va riscontrata in quell’unico elemento che costituisce essenzialmente la bontà di un atto, cioè nell’oggetto, e non nelle circostanze, che sono come gli accidenti dell’atto.

Articolo 3

Se la bontà della volontà dipenda dalla ragione

La bontà della volontà dipende dalla ragione nel modo stesso in cui dipende dall’oggetto.

Articolo 4

Se la bontà della volontà dipenda dalla legge eterna

La bontà della volontà umana dipende dalla legge eterna molto più che dalla ragione umana.

Articolo 5

Se la volontà che discorda dalla ragione erronea sia cattiva

Ogni volere che discorda dalla ragione, sia retta che erronea, è sempre peccaminoso.

Articolo 6

Se la volontà che concorda con la ragione erronea sia buona

Se la ragione o la coscienza è erronea per un errore direttamente o indirettamente volontario, riguardo a cose che uno è tenuto a sapere, tale errore non scusa dal peccato la volontà che segue la ragione o la coscienza erronea. Se invece si tratta di un errore che produce involontarietà, in quanto provocato, senza negligenza alcuna, dall’ignoranza di particolari circostanze, allora tale errore della ragione o della coscienza scusa la volontà dal peccato.

Articolo 7

Se la bontà della volizione dei mezzi dipenda dall’intenzione del fine

Siccome la bontà della volizione dipende, come si è detto [aa. 1,2], dalla bontà dell’oggetto voluto, necessariamente deve dipendere dall’intenzione del fine.

Quando però l’intenzione si aggiunge a una volizione preesistente, allora la bontà della prima volizione non dipende dall’intenzione susseguente, a meno che non venga reiterato l’atto di volizione con l’intenzione sopravvenuta.

Articolo 8

Se nella volizione la misura della bontà o della malizia
sia pari al bene o al male esistente nell’intenzione

Se parliamo della misura dell’intenzione e della volizione in rapporto all’oggetto, è chiaro che la grandezza dell’atto è indipendente dal grado dell’intenzione […]. Però il grado della buona intenzione ridonda sulla volontà.

Se invece si considera la misura dell’intenzione e degli altri atti in rapporto alla loro intensità, allora l’intensità dell’intenzione ridonda sull’atto interno e su quello esterno della volontà.

Articolo 9

Se la bontà della volontà dipenda dalla conformità con la volontà di Dio

Perché la volontà umana sia buona si richiede che sia conforme alla volontà di Dio.

Articolo 10

Se sia necessario che la volontà umana, per essere buona,
si conformi all’oggetto della volontà divina

Quanto Dio vuole lo vuole sotto l’aspetto dal bene comune, cioè della sua bontà, che è il bene di tutto l’universo […]. Quindi può capitare che una volontà sia buona nel volere, sotto un aspetto particolare, una cosa che Dio non vuole sotto un aspetto più universale, e viceversa […].

Quindi perché uno possa volere con volontà retta un bene particolare è necessario che tale bene particolare sia l’oggetto materiale della sua volontà, e il bene divino e universale ne sia l’oggetto formale. Quindi la volontà umana è tenuta a conformarsi all’oggetto formale della volontà di Dio; non è invece tenuta per quanto riguarda l’oggetto materiale […]. E tuttavia, pur non conformandosi ad essa quanto all’oggetto materiale, si rende conforme alla volontà divina quale causa efficiente.

 

La bontà e la malizia degli atti umani esterni

Articolo 1

Se la bontà e la malizia siano prima nell’atto della volontà o prima nell’atto esterno

La bontà o la malizia che ha l’atto esterno in ordine al fine si trova prima nell’atto della volontà; e da esso deriva all’atto esterno. La bontà o la malizia invece che l’atto esterno ha in sé, per la materia e le circostanze, non deriva dalla volontà, ma piuttosto dalla ragione. Per cui se si considera la bontà dell’atto esterno secondo che è nell’ordinamento e nell’apprensione della ragione, essa precede la bontà dell’atto volontario; secondo invece l’esecuzione dell’opera, segue la bontà della volontà, che è il suo principio.

Articolo 2

Se tutta la bontà o la malizia dell’atto esterno dipenda dalla bontà della volizione

La bontà del volere derivato dalla [sola] intenzione del fine non basta a rendere buono l’atto esterno: se dunque la volontà è cattiva o per il fine inteso o per l’azione voluta, di conseguenza l’atto esterno sarà cattivo.

Articolo 3

Se l’atto esterno e quello interno condividano l’identica bontà o malizia

Talora è identica la bontà o la malizia dell’atto interno e di quello esterno, talora invece vi è distinzione […]. Quando l’atto esterno è buono o cattivo soltanto in ordine al fine, allora è del tutto identica la bontà o la malizia dell’atto della volontà, che di per sé ha per oggetto il fine, e quella dell’atto esterno, che si rapporta al fine mediante l’atto della volontà. Quando invece l’atto esterno ha una bontà o malizia intrinseca, dovuta cioè alla materia e alle circostanze, allora la bontà dell’atto esterno è distinta dalla bontà derivante dal fine.

Articolo 4

Se l’atto esterno aggiunga qualcosa alla bontà o alla malizia dell’atto interno

Se parliamo della bontà che deriva all’atto esterno dalla volizione del fine, allora l’atto esterno non aggiunge nulla in fatto di bontà, a meno che la volizione stessa non diventi intrinsecamente migliore nel bene, o peggiore nel male […].

Se invece parliamo della bontà che l’atto esterno riceve dall’oggetto e dalle debite circostanze, allora tale atto sta alla volizione come il suo termine o fine. E sotto questo aspetto l’atto esterno aggiunge bontà o malizia alla volizione […].

Articolo 5

Se gli eventi successivi possano accrescere la bontà o la malizia dell’atto esterno

Se l’evento è previsto, è chiaro che non accresce la bontà o la malizia […]. Se non è previsto bisogna distinguere. Se tale evento segue all’atto direttamente e nella maggior parte dei casi, allora quell’evento aggiunge bontà o malizia all’azione […]. Al contrario, se l’evento consegue all’azione in casi sporadici, e solo indirettamente, allora l’evento non aggiunge nulla alla bontà o alla malizia dell’atto.

Articolo 6

Se un identico atto esterno possa essere buono e cattivo

Se prendiamo un atto che è unico secondo il genere della moralità, è impossibile che sia buono e cattivo moralmente. Se invece è unico per unità di natura, e non per unità morale, può essere buono e cattivo.