CARITÀ (precetti) (3, 116-117)

(III, 116) Il fine della legge divina è l’amore di Dio

L’uomo vuole di più ciò che vuole per amore che non ciò che vuole solo per timore, poiché ciò che vuole solo per timore è mescolato con qualcosa di involontario: come quando uno per timore vuole gettare le merci in mare. Dunque l’amore del sommo bene, cioè di Dio, rende buoni in sommo grado, e quindi è sommamente inteso nella legge divina. La bontà dell’uomo dipende dalla virtù, poiché è la virtù «che rende buono chi la possiede». Perciò la legge tende a rendere gli uomini virtuosi, e i precetti della legge riguardano gli atti delle virtù; e tra le condizioni delle virtù c’è che il virtuoso «agisca con fermezza e con diletto». Ora, è l’amore principalmente a fare questo, poiché è per amore che facciamo qualcosa con fermezza e con diletto. Dunque l’amore del bene è l’ultimo intento della legge divina. Di qui quanto si dice in 1Tm 1,5: «Il fine del precetto è la carità»; e in Mt 22, 38: «Il primo e il massimo dei comandamenti è questo: Amerai il Signore Dio tuo». Da ciò deriva anche il fatto che la legge nuova, in quanto più perfetta, è detta «legge dell’amore», e la legge antica, in quanto più imperfetta, «legge del timore».

(III, 117) Con la legge divina siamo ordinati [anche] all’amore del prossimo

Tra coloro che hanno un unico fine ci deve essere un’unione di affetto. Ora, gli uomini hanno in comune l’ultimo fine della beatitudine, al quale sono ordinati da Dio. Dunque è necessario che gli uomini siano uniti fra loro dall’amore vicendevole. Essendo l’uomo «per natura un animale socievole» [Et. 1, c. 5], necessita dell’aiuto di altri uomini per raggiungere il proprio fine. Ora, ciò avviene nel modo più conveniente mediante l’amore reciproco. Quindi … Di qui Gv 15,12: «Questo è il mio comandamento: che vi amiate gli uni gli altri»; e 1 Gv 4,21: «Questo comando abbiamo ricevuto da Dio: che chi ama Dio ami anche il proprio fratello»; e ancora Mt 22,39: «Il secondo comandamento è: Amerai il tuo prossimo».