CONOSCIBILITÀ DI DIO (3, 47-63; 4,1)

(III, 47) In questa vita non possiamo vedere Dio nella sua essenza

Se in questa vita non possiamo avere l’intellezione delle sostanze separate […], meno che mai potremo vedere l’essenza divina, che le trascende tutte. Le affermazioni della Sacra Scrittura che attribuiscono ad alcuni la visione di Dio vanno intese nel senso di una visione immaginaria, o addirittura corporea, in quanto la presenza della virtù di Dio si rilevava in alcune figure corporee che apparivano esteriormente, o erano formate nell’immaginazione; oppure nel senso che alcuni, da certi effetti spirituali, ebbero la percezione di una qualche conoscenza intelligibile di Dio.

(III, 48) L’ultima felicità umana non può trovarsi in questa vita

Non potendo infatti trovarsi l’ultima felicità se non nella conoscenza di Dio [c. 37], e d’altra parte essendo tale conoscenza, in questa vita, assai imperfetta [cc. 38 ss.], ne viene che è impossibile che l’ultima felicità dell’uomo sia in questa vita. L’ultimo fine dell’uomo esaurisce il suo desiderio naturale, cosicché, raggiuntolo, egli non cerca altro. Ora, nella vita presente ciò non può mai verificarsi, poiché più uno conosce, più cresce il desiderio di conoscere, che è naturale nell’uomo. Quindi … L’uomo per natura rifugge la morte, e si rattrista di essa, non solo quando essa incombe ed egli la sente, ma anche quando la pensa. Ora, l’uomo in questa vita non può raggiungere la condizione di non morire. E così via. Quindi vale il titolo. Perciò l’ultima felicità dell’uomo si troverà nella conoscenza che l’anima umana ha dopo questa vita, nel modo in cui lo conoscono le sostanze separate. Perciò il Signore [Mt 5, 12] ci promette la «ricompensa nei cieli»; e in Mt 22,30 dice che i santi «saranno come gli angeli», che «vedono sempre Dio nei cieli» [Mt 18,10].

(III, 49) Le sostanze separate non vedono Dio per essenza, in quanto lo conoscono attraverso la loro essenza

Ogni essere creato rientra nei limiti di un genere, o di una specie. L’essenza divina invece è illimitata, abbracciando tutte le perfezioni dell’essere, come abbiamo visto nel Primo Libro (cc. 28 e 43). È quindi impossibile che qualcosa di creato veda l’essenza divina. Tutte le specie intelligibili con le quali è possibile intendere l’essenza di una cosa abbracciano ed esauriscono la cosa che rappresentano: infatti le espressioni che indicano l’essenza le chiamiamo termini o definizioni. Ora, è impossibile che un’immagine creata rappresenti Dio nella sua totalità, poiché ogni immagine creata è limitata a un genere determinato; non così invece Dio, come abbiamo visto [I, cc. 28 e 43]. Non è dunque possibile che l’essenza divina sia conosciuta mediante un’immagine creata.

(III, 50) La conoscenza naturale di Dio non appaga il desiderio naturale delle sostanze separate

In tutte le sostanze intellettive, come c’è il desiderio naturale di conoscere, c’è anche il desiderio naturale di escludere l’ignoranza. Ora, le sostanze separate, come abbiamo detto nel capitolo precedente, conoscono col suddetto tipo di conoscenza che l’essenza di Dio è al di sopra di esse stesse e di tutto ciò che esse conoscono: e così sanno che l’essenza divina è ignota per loro. Dunque il loro desiderio naturale tende a conoscerla. Più una cosa è vicina al fine, più tende ad esso con maggiore desiderio […]. Ora, gli intelletti delle sostanze separate sono più vicini alla conoscenza di Dio che il nostro intelletto. Dunque essi desiderano più intensamente di noi la conoscenza di Dio. Ora noi, per quanto sappiamo che Dio esiste e tutte le altre cose che abbiamo detto sopra [c. 49], desideriamo di conoscerlo nella sua essenza. Molto più dunque lo desiderano naturalmente le sostanze separate. Perciò il loro desiderio non può essere appagato dal predetto tipo di cognizione. E così risulta provata la tesi. Da ciò si vede pure che l’ultima felicità non va ricercata in nessun’altra cosa che nell’esercizio dell’intelletto, poiché nessun desiderio porta così in alto come il desiderio di conoscere la verità […]. Si vergognino perciò coloro che ripongono la felicità umana, posta tanto in alto, nelle cose più meschine.

(III, 51) In che modo si può vedere Dio per essenza

Dato che è impossibile che un desiderio naturale sia vano […], è necessario affermare la possibilità di vedere intellettualmente l’essenza di Dio, sia da parte delle sostanze separate, sia da parte delle nostre anime. Da quanto abbiamo detto appare già a sufficienza quale debba essere il modo di questa visione. Infatti sopra [c. 49] abbiamo spiegato che la sostanza divina non può essere vista dall’intelletto mediante una specie creata. Perciò, posto che si veda l’essenza di Dio, bisogna che l’intelletto la veda mediante la stessa essenza divina: cosicché in questa visione l’essenza divina è insieme l’oggetto visto e il mezzo con cui è visto [cioè la specie intelligibile]. Ora, soltanto Dio, pur essendo in sé sussistente, può esercitare rispetto all’intelletto creato la funzione di specie intelligibile: cosa impossibile per qualsiasi sostanza separata. Nella Sacra Scrittura ci viene promessa questa visione immediata di Dio [1 Cor 13,12]: «Ora noi vediamo come in uno specchio e per enigma, ma allora vedremo faccia a faccia» […]. Con questa visione dunque otteniamo la massima somiglianza con Dio, e partecipiamo alla sua beatitudine: poiché Dio stesso vede la propria sostanza mediante la propria essenza, e ciò costituisce la sua beatitudine. Da cui le parole di san Giovanni [1 Gv 3,2]: «Quando egli si manifesterà saremo simili a lui, poiché lo vedremo così come egli è». E il Signore afferma [Lc 22, 29 s]: «Io preparo per voi un regno, come il Padre mio ha preparato per me una mensa, affinché mangiate e beviate alla mia mensa, nel mio regno». Tali espressioni non possono intendersi di un cibo o di una bevanda corporale, ma di quello che si prende alla mensa della Sapienza, secondo il suo invito: «Mangiate il mio pane, e bevete il vino che ho preparato per voi» [Pr 9,5]. Perciò mangiano e bevono alla mensa di Dio coloro che godono della stessa felicità per cui Dio è felice, vedendolo nel modo in cui egli vede se stesso.

(III, 52) Nessuna sostanza creata può giungere a vedere Dio per essenza con la propria facoltà naturale

Infatti vedere Dio per essenza è proprio della natura divina […], per cui nessuna sostanza intellettiva può farlo se non per l’intervento di Dio stesso. Perché l’intelletto creato veda l’essenza di Dio bisogna che l’essenza divina si unisca all’intelletto quale forma intelligibile, come abbiamo visto sopra [c. prec.]. Quindi non è possibile che un intelletto creato raggiunga questa visione senza un’azione da parte di Dio. Di qui le parole di san Paolo [Rm 6,23]: «Grazia di Dio è la vita eterna». Infatti abbiamo visto che la beatitudine dell’uomo sta nella visione di Dio, che viene denominata vita eterna: e ad essa non possiamo giungere se non per la grazia di Dio, poiché tale visione supera tutte le capacità della creatura, e non è possibile raggiungerla senza un dono di Dio. Ora, quanto viene concesso così alle creature viene denominato grazia di Dio. E il Signore ha detto [Gv 14,21]: «Sarò io a manifestare a lui me stesso».

(III, 53) L’intelletto creato ha bisogno dell’illuminazione divina per vedere Dio per essenza

È impossibile che l’essenza divina diventi la forma intelligibile di un intelletto creato se non perché tale intelletto partecipa a una somiglianza divina. Quindi tale partecipazione è necessaria per vedere la sostanza divina […]. La disposizione con la quale l’intelletto creato viene elevato all’intellezione dell’essenza divina giustamente viene detta luce della gloria (lumen gloriae), in quanto dà all’intelletto la capacità di intendere attualmente. È questa la luce di cui il Salmista dice: «Nella tua luce vedremo la luce» (35, 10). E nell’Apocalisse si legge (22,3) che la città dei beati non ha bisogno «né del sole né della luna, poiché la luce di Dio la illumina». E in Is 60, 19: «Non avrai più il sole per la luce del giorno, né ti illuminerà il chiarore della luna, ma la tua luce sempiterna sarà il Signore, e il tuo Dio la tua gloria». E poiché in Dio c’è identità tra essere e intendere, poiché egli è la causa dell’atto intellettivo di tutte le intelligenze, giustamente viene denominato luce: Gv 1,9 «Era lui la luce vera che illumina tutti gli uomini che vengono in questo mondo»; 1 Gv 1,5 «Dio è luce»; Sal 103, 2: «Cinto di luce come di un manto». – Per questo nella Sacra Scrittura sia a Dio che agli angeli vengono attribuite figure di fuoco, data appunto la luminosità del fuoco.

(III, 54) Soluzione delle ragioni che sembrano dimostrare che Dio non può essere visto nella sua essenza

[n. 1]. L’essenza divina sorpassa ogni capacità dell’intelletto creato molto più di quanto l’intelletto non sorpassi la capacità del senso. Perciò l’intervento di nessuna luce sarà in grado di elevare l’intelletto creato a vedere l’assenza di Dio. – [n. 1]. A questa ragione si può rispondere così: L’essenza divina non è superiore alla capacità dell’intelletto creato così da essergli del tutto estranea, come il suono è estraneo alla vista, o come una sostanza immateriale è estranea ai sensi, poiché l’essenza divina è il primo degli intelligibili, e il principio di ogni conoscenza intellettiva; ma è oltre la capacità dell’intelletto creato in quanto è superiore alla sua virtù, come i dati sensibili più forti sono estranei alla capacità del senso rispettivo. Per cui il Filosofo [2 Met., c. 1, n. 2] afferma che «il nostro intelletto sta alle cose più evidenti come l’occhio del pipistrello sta alla luce del sole». – [n. 4]. Risposta alla difficoltà. La visione dell’essenza divina supera qualsiasi capacità naturale [cf. c. 52]. Quindi la luce da cui l’intelletto creato è predisposto alla visione della sostanza divina deve essere soprannaturale. – E così via.

(III, 55) L’intelletto creato non può comprendere totalmente l’essenza divina

[n. 1]. La luce di cui abbiamo parlato [c. prec.] è ben lontana per efficacia dallo splendore dell’intelletto divino. Quindi è impossibile che con essa la divina essenza venga vista così perfettamente come la vede l’intelletto divino, il che significa che non la può comprendere totalmente (comprehendere). [n. 4]. Nessun oggetto compreso supera i limiti della facoltà che lo comprende. Perciò se l’intelletto creato comprendesse l’essenza divina, questa non supererebbe i limiti di un intelletto creato, il che è assurdo. Quindi …

(III, 56) Nessun intelletto creato, vedendo Dio, vede tutte le cose che in lui si possono vedere

Allora soltanto è necessario che conoscendo una causa si conoscano tutti gli effetti conoscibili attraverso di essa, quando di questa causa si ha la comprensione […]. Perciò, dato che l’intelletto creato non può conoscere l’essenza divina in modo da comprenderla [c. prec.], non ne segue che veda tutte le cose che attraverso di essa si possono conoscere. Più un intelletto è alto, tanto più numerosi sono gli oggetti che conosce […]. Ora, l’intelletto divino è superiore a tutti gli intelletti creati, e quindi conosce più cose che un intelletto creato. D’altra parte egli non conosce nulla se non in quanto vede la propria essenza [I, c. 49]. Perciò mediante l’essenza divina sono conoscibili molte più cose di quante ne possa vedere un intelletto creato.

(III, 57) Ogni intelligenza, di qualsiasi grado, può essere partecipe della visione di Dio

Ciò che viene compiuto grazie a una virtù soprannaturale non può essere impedito dalle diversità della natura, poiché la virtù divina è infinita […]. Perciò la diversità di grado della natura intellettiva non impedisce che il grado più infimo di tale natura possa essere condotto a quella visione dalla luce suddetta. – Di conseguenza poco importa che l’intelletto elevato alla visione di Dio da tale luce sia supremo, infimo o intermedio.

(III, 58) Un’intelligenza può vedere Dio più perfettamente di un’altra

La luce di cui si è parlato [c. 53] può avere vari gradi di partecipazione, così che uno ne venga illuminato più di un altro, anche se entrambi vedono l’essenza divina […]. Per questo il Signore ha affermato [Gv 14, 2]: «Nella casa del Padre mio ci sono molte dimore». E così viene pure escluso l’errore di quanti affermano che i premi [dei giusti] sono uguali.

(III, 59) In che senso coloro che vedono l’essenza divina vedono tutte le cose

L’intelletto ha l’appetito naturale di conoscere i generi, le specie e le virtù di tutte le cose, e tutto l’ordine dell’universo, come è dimostrato dalla ricerca dell’uomo circa queste cose. Dunque ciascuno di coloro che vedono l’essenza divina conosce tutte le cose suddette. Perciò a Mosè che chiedeva di vedere l’essenza divina, il Signore risponde [Es 33,19]: «Io ti mostrerò ogni bene». E san Gregorio scrive [Dial. 4, c. 23]: «Che cosa possono ignorare quanti conoscono colui che sa tutto?». L’espressione «tutte le cose» non esclude però che certe cose non le sappiamo e/o non le sapremo. Ciò appare in più modi. Primo, rispetto alle cose che Dio può fare, ma che non ha fatte e mai farà. Secondo, rispetto alle ragioni delle stesse cose create, poiché l’intelletto non può conoscerle tutte senza comprendere totalmente la bontà divina. Terzo, rispetto alle cose che dipendono dalla sola volontà di Dio, quali la predestinazione, l’elezione, la giustificazione e le altre cose relative alla santificazione delle creature.

(III, 60) Coloro che vedono Dio vedono simultaneamente in lui tutte le cose

Quando raggiunge il suo ultimo fine, ogni cosa si acquieta. Ora, l’ultimo fine dell’intelletto è la visione dell’essenza divina, come si è visto [c. 50]. Dunque l’intelletto che vede l’essenza divina non passa da un intelligibile all’altro. Perciò le cose che conosce mediante questa visione le considera tutte attualmente. Le specie di qualche genere sono infinite, p. es. quelle dei numeri e delle figure geometriche. Quindi l’intelletto nell’essenza divina vede cose infinite. Ora, non potrebbe percorrerle, poiché l’infinito non è attraversabile (infinitum non est pertransire). Quindi deve vederle tutte simultaneamente.

(III, 61) La visione di Dio rende partecipi della vita eterna

L’eternità differisce dal tempo perché esiste tutta simultaneamente. Ora, abbiamo visto che nella visione di Dio non c’è successione [a. prec.]: perciò in essa si compie una certa partecipazione dell’eternità. D’altra parte questa visione è una forma di vita, poiché l’attività intellettiva è qualcosa di vitale [cf. Eth., 9, c. 9, n. 7]. Dunque con tale visione l’intelletto creato diviene partecipe della vita eterna. Gli atti sono specificati dagli oggetti. Ora, l’oggetto di questa visione è l’essenza divina in se stessa, non in qualche sua immagine creata, come si è visto sopra [c. 50]. D’altra parte l’essere dell’essenza divina è nell’eternità, o piuttosto è la stessa eternità. Quindi anche la suddetta visione è una partecipazione dell’eternità. Di qui le parole del Signore [Gv 17,3]: «Questa è la vita eterna: che conoscano te, unico vero Dio».

(III, 62) Coloro che vedono Dio, lo vedranno in perpetuo

La visione di Dio è sommamente amata da coloro che la possiedono. Quindi questi non potrebbero non rattristarsi se sapessero di doverla perdere. Ma se così fosse, lo saprebbero: quindi non sarebbero beati. Se due cose prima unite si separano, devono questa separazione a un mutamento di almeno una di esse […]. Ora, un intelletto creato vede Dio per il fatto che in qualche modo si unisce a lui [cf. c. 51]. Se quindi tale unione cessasse, bisognerebbe che ciò avvenisse per una mutazione o della realtà divina, o dell’intelletto che la contempla. Ma entrambe le cose sono impossibili: poiché la realtà divina è immutabile [cf. I, c. 13], e anche la sostanza intellettiva è elevata al di sopra di ogni mutazione quando vede l’essenza di Dio. È quindi impossibile che uno decada da quella felicità con la quale vede l’essenza di Dio. Di qui le parole del Salmista (83,5): «Beati coloro che abitano nella tua casa, o Signore: ti loderanno nei secoli dei secoli». E ancora (124,1): «Non vacillerà in eterno chi abita in Gerusalemme». Is 3,20: «I tuoi occhi vedranno Gerusalemme, città dell’opulenza, padiglione che non potrà mai essere rimosso, i cui pioli non saranno divelti in eterno, le cui corde non saranno mai spezzate: poiché ivi soltanto risiede nella sua magnificenza il Signore Dio nostro». Ap 3,12: «Il vincitore lo porrò come una colonna nel tempio del mio Dio, e non uscirà più fuori».

(III, 63) L’ultima felicità appaga ogni desiderio umano

La prova di ciò risulta scendendo ai particolari. Infatti: Il desiderio di conoscere la verità sarà soddisfatto con certezza quando, mediante la visione della Prima Verità, l’uomo verrà a conoscere tutto ciò che l’intelletto desidera sapere [cf. c. 59]. Il desiderio di vivere virtuosamente […] si attiverà in pieno perché la ragione avrà allora il massimo vigore, essendo illuminata dalla luce di Dio, e non potendo più scostarsi dalla rettitudine. E così per altri desideri. A tale ultima e perfetta felicità nulla assomiglia di più, in questa vita, che la vita contemplativa. Perciò i filosofi che non poterono avere una piena conoscenza di quell’ultima felicità, posero l’ultima felicità dell’uomo nella contemplazione che è possibile in questa vita. E per questo nella Sacra Scrittura la vita contemplativa è quella più elogiata, avendo detto il Signore [Lc 10,42]: «Maria ha scelto la parte migliore», cioè la contemplazione della verità, «che non le sarà tolta». Infatti la contemplazione della verità inizia in questa vita e viene perfezionata in quella futura. La vita attiva e quella civile, invece, non superano i confini della vita presente.

(IV, 1) Dal Prologo

Nei Libri precedenti abbiamo parlato (per quanto in modo inadeguato) della conoscenza delle cose divine alla quale può giungere la ragione naturale mediante le creature […]. – Rimane ora da trattare delle cose che Dio ci ha rivelato come realtà da credere, e superiori all’intelletto umano. Tratteremo prima delle verità di fede riguardanti Dio stesso, ossia del mistero della Trinità [cc. 2-26]; in secondo luogo delle opere che Dio ha compiuto al di sopra della ragione, ossia dell’opera dell’Incarnazione e di quanto vi è connesso [cc. 27 ss.]; in terzo luogo degli eventi attesi per la fine della storia dell’umanità, quali la risurrezione e la glorificazione dei corpi, la perpetua beatitudine delle anime e quanto vi è collegato [cc. 79 ss.].