DESIDERIO DI VEDERE DIO (3, 50-51. 54.57)

(III, 50) La conoscenza naturale di Dio non appaga il desiderio naturale delle sostanze separate

In tutte le sostanze intellettive, come c’è il desiderio naturale di conoscere, c’è anche il desiderio naturale di escludere l’ignoranza. Ora, le sostanze separate, come abbiamo detto nel capitolo precedente, conoscono col suddetto tipo di conoscenza che l’essenza di Dio è al di sopra di esse stesse e di tutto ciò che esse conoscono: e così sanno che l’essenza divina è ignota per loro. Dunque il loro desiderio naturale tende a conoscerla. Più una cosa è vicina al fine, più tende ad esso con maggiore desiderio […]. Ora, gli intelletti delle sostanze separate sono più vicini alla conoscenza di Dio che il nostro intelletto. Dunque essi desiderano più intensamente di noi la conoscenza di Dio. Ora noi, per quanto sappiamo che Dio esiste e tutte le altre cose che abbiamo detto sopra [c. 49], desideriamo di conoscerlo nella sua essenza. Molto più dunque lo desiderano naturalmente le sostanze separate. Perciò il loro desiderio non può essere appagato dal predetto tipo di cognizione. E così risulta provata la tesi. Da ciò si vede pure che l’ultima felicità non va ricercata in nessun’altra cosa che nell’esercizio dell’intelletto, poiché nessun desiderio porta così in alto come il desiderio di conoscere la verità […]. Si vergognino perciò coloro che ripongono la felicità umana, posta tanto in alto, nelle cose più meschine.

(III, 51) In che modo si può vedere Dio per essenza

Dato che è impossibile che un desiderio naturale sia vano […], è necessario affermare la possibilità di vedere intellettualmente l’essenza di Dio, sia da parte delle sostanze separate, sia da parte delle nostre anime. Da quanto abbiamo detto appare già a sufficienza quale debba essere il modo di questa visione. Infatti sopra [c. 49] abbiamo spiegato che la sostanza divina non può essere vista dall’intelletto mediante una specie creata. Perciò, posto che si veda l’essenza di Dio, bisogna che l’intelletto la veda mediante la stessa essenza divina: cosicché in questa visione l’essenza divina è insieme l’oggetto visto e il mezzo con cui è visto [cioè la specie intelligibile]. Ora, soltanto Dio, pur essendo in sé sussistente, può esercitare rispetto all’intelletto creato la funzione di specie intelligibile: cosa impossibile per qualsiasi sostanza separata. Nella Sacra Scrittura ci viene promessa questa visione immediata di Dio [1 Cor 13,12]: «Ora noi vediamo come in uno specchio e per enigma, ma allora vedremo faccia a faccia» […]. Con questa visione dunque otteniamo la massima somiglianza con Dio, e partecipiamo alla sua beatitudine: poiché Dio stesso vede la propria sostanza mediante la propria essenza, e ciò costituisce la sua beatitudine. Da cui le parole di san Giovanni [1 Gv 3,2]: «Quando egli si manifesterà saremo simili a lui, poiché lo vedremo così come egli è». E il Signore afferma [Lc 22, 29 s]: «Io preparo per voi un regno, come il Padre mio ha preparato per me una mensa, affinché mangiate e beviate alla mia mensa, nel mio regno». Tali espressioni non possono intendersi di un cibo o di una bevanda corporale, ma di quello che si prende alla mensa della Sapienza, secondo il suo invito: «Mangiate il mio pane, e bevete il vino che ho preparato per voi» [Pr 9,5]. Perciò mangiano e bevono alla mensa di Dio coloro che godono della stessa felicità per cui Dio è felice, vedendolo nel modo in cui egli vede se stesso.

(III, 54) Soluzione delle ragioni che sembrano dimostrare che Dio non può essere visto nella sua essenza

[n. 1]. L’essenza divina sorpassa ogni capacità dell’intelletto creato molto più di quanto l’intelletto non sorpassi la capacità del senso. Perciò l’intervento di nessuna luce sarà in grado di elevare l’intelletto creato a vedere l’assenza di Dio. – [n. 1]. A questa ragione si può rispondere così: L’essenza divina non è superiore alla capacità dell’intelletto creato così da essergli del tutto estranea, come il suono è estraneo alla vista, o come una sostanza immateriale è estranea ai sensi, poiché l’essenza divina è il primo degli intelligibili, e il principio di ogni conoscenza intellettiva; ma è oltre la capacità dell’intelletto creato in quanto è superiore alla sua virtù, come i dati sensibili più forti sono estranei alla capacità del senso rispettivo. Per cui il Filosofo [2 Met., c. 1, n. 2] afferma che «il nostro intelletto sta alle cose più evidenti come l’occhio del pipistrello sta alla luce del sole». – [n. 4]. Risposta alla difficoltà. La visione dell’essenza divina supera qualsiasi capacità naturale [cf. c. 52]. Quindi la luce da cui l’intelletto creato è predisposto alla visione della sostanza divina deve essere soprannaturale. – E così via.

(III, 57) Ogni intelligenza, di qualsiasi grado, può essere partecipe della visione di Dio

Ciò che viene compiuto grazie a una virtù soprannaturale non può essere impedito dalle diversità della natura, poiché la virtù divina è infinita […]. Perciò la diversità di grado della natura intellettiva non impedisce che il grado più infimo di tale natura possa essere condotto a quella visione dalla luce suddetta. – Di conseguenza poco importa che l’intelletto elevato alla visione di Dio da tale luce sia supremo, infimo o intermedio.