DISTINZIONE, comune (1, 39-45)

(I, 39) In Dio non può trovarsi il male

Ciò che è l’opposto dell’essenza di una cosa non le può essere in alcun modo attribuito, finché essa perdura […]. Ora, la bontà non è che l’essenza di Dio, come si è mostrato [c. prec.]. Dunque il male, che è l’opposto del bene, non può aver luogo in lui. A Dio, che è il proprio essere, non si può attribuire nulla per partecipazione. Quindi se a lui si attribuisse il male [ivi], non gli sarebbe attribuito per partecipazione, ma per essenza. Ora, il male non può essere attribuito a nulla per essenza [e tanto meno a Dio].

(I, 40) Dio è il bene di ogni bene

Come si è visto [c. 37], la bontà di ogni cosa è la sua perfezione. Ora Dio, essendo perfetto in modo assoluto, con la sua perfezione abbraccia tutte le perfezioni di ogni altra cosa, come abbiamo dimostrato [c. 28]. Dunque la sua bontà abbraccia ogni bontà, e quindi egli è il bene di ogni bene.

(I, 41) Dio è il sommo bene

Il bene nella sua universalità è superiore a qualsiasi bene particolare […]. Ora, la bontà di Dio sta alle altre cose come il bene universale sta al bene particolare. Quindi egli è il sommo bene. Un attributo che conviene per essenza è detto con più verità di quello che conviene per partecipazione. Ora, Dio è buono per essenza, mentre le altre cose lo sono per partecipazione [cf. c. 33]. Dunque egli è il sommo bene.

(I, 42) L’unità di Dio

Non è possibile che esistano due sommi beni, poiché il superlativo assoluto non può riscontrarsi che in uno solo. – Ciò che è perfettissimo non può che essere unico, poiché racchiude in sé tutta la pienezza dell’essere. – Inoltre, Dio è l’essere per sé sussistente, quindi nel suo concetto non include alcun limite, ma è infinito e unico. L’essere astratto è uno soltanto, come la bianchezza, se fosse astratta, sarebbe una sola. Ora, Dio è lo stesso essere astratto, poiché è il suo essere, come abbiamo dimostrato [c. 22]. Quindi non ci può essere che un unico Dio.

(I, 43) L’infinità di Dio

Dio non può dirsi infinito in senso quantitativo, come una moltitudine infinita o un’estensione infinita, ma secondo una grandezza di ordine spirituale. E il termine ha valore negativo, cioè indica la negazione di ogni limite, come abbiamo visto [c. prec.].

(I, 44) L’intelligenza di Dio

Sopra [c. 13] abbiamo dimostrato che nella serie dei motori mossi non si può procedere all’infinito, ma bisogna risalire a un primo motore immobile […]. Ora, in nessun ordine di motori si riscontra che chi muove mediante l’intelletto sia strumento di ciò che muove privo di intelletto, ma piuttosto il contrario. D’altra parte, tutto ciò che muove nel mondo sta al primo motore, che è Dio, come lo strumento sta all’agente principale. Poiché dunque nel mondo si riscontrano molti esseri che muovono intellettualmente, è impossibile che il primo motore muova privo di intelletto. Perciò è necessario che Dio sia una realtà intelligente.

(I, 45) L’intellezione di Dio è la sua essenza

L’intellezione è un atto immanente in Dio. Ora, tutto ciò che è immanente in Dio è l’essenza divina. Inoltre, pensare è l’atto di chi è intelligente. Se dunque Dio, che è intelligente, non fosse il proprio pensiero, bisognerebbe dire che sta ad esso come la potenza all’atto. Quindi in Dio ci sarebbe la potenza, il che è impossibile, come si è provato sopra [c. 16].