FINE ULTIMO DELL’UOMO, beatitudine oggettiva (3, 26-40. 44. 48)

(III, 26) Se la felicità si trovi in un atto della volontà

La beatitudine, essendo un bene proprio delle creature intellettive, deve appartenere alla natura intellettiva in ciò che è ad essa proprio, e questo è l’intelletto. La vera beatitudine non si distingue da quella falsa per l’atto della volontà, poiché la volontà si comporta nello stesso modo nel desiderare, nell’amare e nel godere, qualunque sia l’oggetto proposto come sommo bene, vero o falso che sia, mentre la distinzione tra sommo bene o falso bene non è indifferente per l’intelletto. Dunque la beatitudine, o felicità, si trova essenzialmente nell’intelletto piuttosto che nella volontà. L’ultimo fine delle sostanze intellettive è Dio. Dunque la beatitudine o felicità dell’uomo si trova essenzialmente in quell’atto con il quale egli raggiunge Dio. Ora, questo è l’intellezione: poiché non è possibile volere ciò che ancora non si conosce. Perciò l’ultima felicità dell’uomo si trova essenzialmente nel conoscere Dio, e non in un atto della volontà. Si può anche rispondere a certe difficoltà che vengono sollevate. Per il fatto che la felicità ha natura di bene, e quindi è oggetto della volontà, non è detto che essa si identifichi con l’atto stesso della volontà […]. Anzi, essendone il primo oggetto, non può esserne un atto, come appare dalle spiegazioni date. Il fatto che gli uomini vogliano il piacere per se stesso e non per altri scopi, non è un indizio sufficiente per dire che il godimento è il fine ultimo. Infatti il piacere, pur non essendo il fine ultimo, è tuttavia un fatto ad esso concomitante, poiché nasce dal conseguimento del fine.

(III, 27) La felicità non si trova nei piaceri sensibili

Come abbiano visto [c. prec.], la felicità non si trova in un atto della volontà. Molto meno quindi si troverà nei piaceri suddetti, che si trovano nell’appetito sensitivo. – La felicità è un bene proprio dell’uomo […]. Ora, i piaceri suddetti sono comuni agli uomini e agli animali. Quindi … – La suprema perfezione dell’uomo non può trovarsi nell’unione con esseri inferiori. – Il fine ultimo dell’uomo va riposto in ciò che lo avvicina di più a Dio. – E così via.

(III, 28) La felicità non si trova negli onori

Il fine ultimo dell’uomo, e la sua felicità, sta nella sua attività più perfetta [cf. c. 25]; l’onore invece non sta in una sua attività, ma in quella di altri verso di lui, quando gli mostrano riverenza. Quindi … La felicità si raggiunge con la virtù. Ora, gli atti di virtù sono volontari, altrimenti non sarebbero lodevoli. Perciò bisogna che la felicità sia un bene che l’uomo raggiunge con la sua volontà. Conseguire l’onore invece non è in potere dell’uomo, ma è in potere di chi lo onora. Quindi …

(III, 29) La felicità dell’uomo non si trova nella gloria

Secondo sant’Ambrogio, la gloria è una «chiara rinomanza unita alla lode». Ora, gli uomini vogliono rendersi noti con una certa lode e chiarezza per essere onorati da chi li conosce. Quindi la gloria è ricercata per l’onore. Se quindi l’onore non è il sommo bene, molto meno [lo sarà] la gloria. Il sommo bene, dovendo saziare la volontà, deve essere perfetto. La conoscenza data dalla fama, nella quale consiste la gloria, è invece imperfetta, poiché include molti errori e incertezze. Quindi …

(III, 30) La felicità dell’uomo non si trova nella ricchezza

La ricchezza non è desiderata se non per altri beni […]. Il sommo bene invece è desiderato per se stesso. Quindi la ricchezza non è il sommo bene dell’uomo. – La realtà il cui conseguimento è il sommo bene dell’uomo deve essere superiore all’uomo. L’uomo è invece superiore alla ricchezza. Quindi come sopra.

(III, 31) La felicità non si trova nel potere 

Nel suo conseguimento molto conta la fortuna; è instabile; non dipende dalla volontà; spesso è posseduto dai malvagi. Tutte cose incompatibili con il sommo bene, come si è visto [cc. 28 ss.]. – Il potere è sempre in rapporto agli altri; non così il sommo bene, quindi …

(III, 32) La felicità non si trova nei beni del corpo

Questi beni sono comuni ai buoni e ai cattivi, sono instabili e non soggiacciono alla volontà. – Sono anche comuni all’uomo e agli altri animali. La felicità invece è un bene proprio dell’uomo. Quindi …

(III, 33) La felicità umana non si trova nel bene dei sensi

Anche questi beni sono comuni all’uomo e agli altri animali. L’intelletto è superiore ai sensi. Perciò il bene di ordine intellettivo è superiore a quello di ordine sensitivo; e così il sommo bene dell’uomo non si trova nei sensi.

(III, 34) La felicità dell’uomo non si trova negli atti delle virtù morali

L’uomo, essendo uomo in quanto possiede la ragione, deve avere il suo bene proprio, che è la felicità, in ciò che è proprio della ragione. Ora, è più proprio della ragione ciò che essa ha in se stessa che non ciò che essa produce in altre cose. D’altra parte, essendo quello delle virtù morali un bene che essa produce in altre cose, non potrà essere l’ottimo dell’uomo, che è la felicità, ma lo sarà piuttosto un bene situato nella ragione stessa. La felicità è un bene proprio dell’uomo. Perciò è in quello che fra tutti i beni umani è più esclusivamente proprio dell’uomo che bisogna cercare la sua ultima felicità. Ora, tale non è l’atto delle virtù morali, poiché certi animali partecipano qualcosa della liberalità o della fortezza, ma nessun animale ha una partecipazione dell’atto intellettivo. Di qui il titolo.

(III, 35) L’ultima felicità non sta nell’atto della prudenza

L’atto della prudenza riguarda soltanto l’ambito delle virtù morali. Ora, non è negli atti delle virtù morali che si trova l’ultima felicità dell’uomo [c. prec.]. Quindi neppure nell’atto della prudenza. L’ultima felicità dell’uomo si trova nel suo atto più perfetto. Ora, l’atto più perfetto dell’uomo in quanto uomo riguarda gli oggetti più nobili; l’atto della prudenza invece non riguarda gli oggetti più nobili dell’intelletto o della ragione, poiché non è circa le realtà necessarie, ma circa i contingenti da farsi. Non è dunque nell’atto della prudenza che sta l’ultima felicità dell’uomo.

(III, 36) La felicità non sta nell’esercizio dei mestieri

Si tratta di una conoscenza di ordine pratico, che quindi è ordinata a un fine e non può essere il fine ultimo. – Il fine dei mestieri sono i manufatti, che sono ordinati a noi, quindi …

(III, 37) L’ultima felicità umana sta nella contemplazione di Dio

Escluse tutte queste cose che abbiamo visto, rimane che l’ultima felicità dell’uomo stia solo nella contemplazione di Dio.

(III, 38) La felicità dell’uomo non sta nella conoscenza di Dio che ha la maggior parte degli uomini

La conoscenza richiesta infatti dovrebbe essere perfetta, senza mescolanza di errori e non generica, come invece non è quella indicata.

(III, 39) La felicità umana non sta nella conoscenza di Dio che si può avere dalla dimostrazione

La conoscenza di Dio ottenuta con la dimostrazione rimane in potenza, sia a conoscere altre cose su Dio, sia a conoscere meglio quelle già conosciute […]. Quindi non è l’ultima felicità dell’uomo. La felicità esclude ogni miseria. Ora, l’inganno e l’errore costituiscono una grande miseria, per cui sono fuggiti da tutti. Avviene però che la suddetta conoscenza di Dio spesso implica molti errori. E se anche ci furono alcuni che scoprirono la verità intorno a Dio, è evidente che furono pochissimi, il che non è compatibile con la felicità, che è il fine comune. Quindi …

(III, 40) La felicità umana non sta nella conoscenza di Dio che si può avere con la fede

La felicità è un’attività perfetta dell’intelletto, come abbiamo visto [c. 25]. Ora, nella conoscenza di fede l’atto dell’intelletto è imperfettissimo in se stesso, sebbene ci sia la massima perfezione dalla parte dell’oggetto [conosciuto]. Quindi nemmeno in questa conoscenza si trova l’ultima felicità dell’uomo. La felicità, essendo l’ultimo fine, acquieta il desiderio naturale. Ora, la conoscenza della fede non acquieta il desiderio, ma lo accende maggiormente, poiché tutti desiderano vedere ciò che credono. Dunque l’ultima felicità dell’uomo non sta nella conoscenza di fede.