FINE ULTIMO DELL’UOMO, effetti (3, 61-63)

(III, 61) La visione di Dio rende partecipi della vita eterna

L’eternità differisce dal tempo perché esiste tutta simultaneamente. Ora, abbiamo visto che nella visione di Dio non c’è successione [a. prec.]: perciò in essa si compie una certa partecipazione dell’eternità. D’altra parte questa visione è una forma di vita, poiché l’attività intellettiva è qualcosa di vitale [cf. Eth., 9, c. 9, n. 7]. Dunque con tale visione l’intelletto creato diviene partecipe della vita eterna. Gli atti sono specificati dagli oggetti. Ora, l’oggetto di questa visione è l’essenza divina in se stessa, non in qualche sua immagine creata, come si è visto sopra [c. 50]. D’altra parte l’essere dell’essenza divina è nell’eternità, o piuttosto è la stessa eternità. Quindi anche la suddetta visione è una partecipazione dell’eternità. Di qui le parole del Signore [Gv 17,3]: «Questa è la vita eterna: che conoscano te, unico vero Dio».

(III, 62) Coloro che vedono Dio, lo vedranno in perpetuo

La visione di Dio è sommamente amata da coloro che la possiedono. Quindi questi non potrebbero non rattristarsi se sapessero di doverla perdere. Ma se così fosse, lo saprebbero: quindi non sarebbero beati. Se due cose prima unite si separano, devono questa separazione a un mutamento di almeno una di esse […]. Ora, un intelletto creato vede Dio per il fatto che in qualche modo si unisce a lui [cf. c. 51]. Se quindi tale unione cessasse, bisognerebbe che ciò avvenisse per una mutazione o della realtà divina, o dell’intelletto che la contempla. Ma entrambe le cose sono impossibili: poiché la realtà divina è immutabile [cf. I, c. 13], e anche la sostanza intellettiva è elevata al di sopra di ogni mutazione quando vede l’essenza di Dio. È quindi impossibile che uno decada da quella felicità con la quale vede l’essenza di Dio. Di qui le parole del Salmista (83,5): «Beati coloro che abitano nella tua casa, o Signore: ti loderanno nei secoli dei secoli». E ancora (124,1): «Non vacillerà in eterno chi abita in Gerusalemme». Is 3,20: «I tuoi occhi vedranno Gerusalemme, città dell’opulenza, padiglione che non potrà mai essere rimosso, i cui pioli non saranno divelti in eterno, le cui corde non saranno mai spezzate: poiché ivi soltanto risiede nella sua magnificenza il Signore Dio nostro». Ap 3,12: «Il vincitore lo porrò come una colonna nel tempio del mio Dio, e non uscirà più fuori».

(III, 63) L’ultima felicità appaga ogni desiderio umano

La prova di ciò risulta scendendo ai particolari. Infatti: Il desiderio di conoscere la verità sarà soddisfatto con certezza quando, mediante la visione della Prima Verità, l’uomo verrà a conoscere tutto ciò che l’intelletto desidera sapere [cf. c. 59]. Il desiderio di vivere virtuosamente […] si attiverà in pieno perché la ragione avrà allora il massimo vigore, essendo illuminata dalla luce di Dio, e non potendo più scostarsi dalla rettitudine. E così per altri desideri. A tale ultima e perfetta felicità nulla assomiglia di più, in questa vita, che la vita contemplativa. Perciò i filosofi che non poterono avere una piena conoscenza di quell’ultima felicità, posero l’ultima felicità dell’uomo nella contemplazione che è possibile in questa vita. E per questo nella Sacra Scrittura la vita contemplativa è quella più elogiata, avendo detto il Signore [Lc 10,42]: «Maria ha scelto la parte migliore», cioè la contemplazione della verità, «che non le sarà tolta». Infatti la contemplazione della verità inizia in questa vita e viene perfezionata in quella futura. La vita attiva e quella civile, invece, non superano i confini della vita presente.