FINE ULTIMO DELL’UOMO, requisiti (3, 26; 4, 79. 91-92)

(III, 26) Se la felicità si trovi in un atto della volontà

La beatitudine, essendo un bene proprio delle creature intellettive, deve appartenere alla natura intellettiva in ciò che è ad essa proprio, e questo è l’intelletto. La vera beatitudine non si distingue da quella falsa per l’atto della volontà, poiché la volontà si comporta nello stesso modo nel desiderare, nell’amare e nel godere, qualunque sia l’oggetto proposto come sommo bene, vero o falso che sia, mentre la distinzione tra sommo bene o falso bene non è indifferente per l’intelletto. Dunque la beatitudine, o felicità, si trova essenzialmente nell’intelletto piuttosto che nella volontà. L’ultimo fine delle sostanze intellettive è Dio. Dunque la beatitudine o felicità dell’uomo si trova essenzialmente in quell’atto con il quale egli raggiunge Dio. Ora, questo è l’intellezione: poiché non è possibile volere ciò che ancora non si conosce. Perciò l’ultima felicità dell’uomo si trova essenzialmente nel conoscere Dio, e non in un atto della volontà. Si può anche rispondere a certe difficoltà che vengono sollevate. Per il fatto che la felicità ha natura di bene, e quindi è oggetto della volontà, non è detto che essa si identifichi con l’atto stesso della volontà […]. Anzi, essendone il primo oggetto, non può esserne un atto, come appare dalle spiegazioni date. Il fatto che gli uomini vogliano il piacere per se stesso e non per altri scopi, non è un indizio sufficiente per dire che il godimento è il fine ultimo. Infatti il piacere, pur non essendo il fine ultimo, è tuttavia un fatto ad esso concomitante, poiché nasce dal conseguimento del fine.

(IV, 79) Per opera di Cristo ci sarà la risurrezione futura

A mostrare che ci dovrà essere la risurrezione, [oltre alle chiare affermazioni della Sacra Scrittura], aiuta anche con evidenza la ragione. Infatti: Nel Secondo Libro [c. 79] abbiamo dimostrato che le anime umane sono immortali. Esse quindi rimangono separate dai corpi [dopo la morte]. È chiaro però, altresì, in base a quanto detto nel medesimo libro [cc. 68 e 83], che l’anima è unita al corpo per natura, poiché secondo la sua essenza è la forma del corpo. Perciò è contro la natura dell’anima essere senza il corpo. Ora, niente che sia contro natura può essere perpetuo [cf. Aristotele, Il cielo e il mondo, 1, c. 2, n. 12]. Quindi l’anima non resterà perpetuamente senza il corpo. D’altra parte essa dura sempre; quindi dovrà ricongiungersi con il corpo: il che è risorgere. Perciò l’immortalità delle anime sembra esigere la futura risurrezione dei corpi. È naturale per l’uomo tendere alla felicità [cf. III, cc. 2 e 25]. Ora, la felicità costituisce l’ultima perfezione di chi è felice. Quindi chiunque manchi di qualcosa per la perfezione non ha ancora la perfetta felicità. D’altra parte l’anima separata dal corpo è in qualche modo imperfetta […]. E così l’uomo non può raggiungere la felicità se l’anima non si riunisce con il corpo; specialmente se si considera [cf. III, c. 48] che l’uomo non può raggiungere la felicità in questa vita. Come abbiamo spiegato [III, c. 140], a chi pecca è dovuto il castigo e a chi agisce bene il premio. Ora, nella vita presente gli uomini peccano o vivono rettamente [essendo] composti di anima e di corpo. Quindi il premio o il castigo è dovuto sia secondo l’anima che secondo il corpo [il che implica la risurrezione].

(IV, 91) Le anime ricevono la pena o il premio subito dopo la separazione dal corpo

Non c’è nessuna ragione per cui dovrebbero essere differiti la pena e il premio, dal momento che l’anima è capace dell’una e dell’altro. – Sembra giusto che le anime, nelle quali per prime ci fu la colpa e il merito, siano anche per prime punite o premiate.

(IV, 92) Dopo la morte le anime dei santi hanno la volontà immutabile nel bene immutabile

[1]. Fino a che l’anima può mutare o dal bene al male o dal male al bene, è in uno stato di combattimento e di guerra […]. Quando invece si separa dal corpo non sarà più in tale stato, ma in condizione di ricevere il premio o il castigo secondo che ha combattuto bene o male. – [4]. Chiunque è soddisfatto di ciò che ha non cerca altro fuori di esso. Ora, tale è la condizione dei santi.