GRAZIA, necessità (3, 147-149. 155-163)

(III, 147) La creatura umana ha bisogno dell’aiuto di Dio per conseguire la beatitudine

Se l’uomo è ordinato a un fine che supera la sua capacità naturale, è necessario che Dio gli fornisca un aiuto soprannaturale col quale tendere al fine. Vedere la prima verità in se stessa trascende la facoltà della natura umana, così da essere proprio soltanto di Dio, come abbiamo mostrato sopra [c. 52]. Quindi l’uomo ha bisogno dell’aiuto di Dio per raggiungere questo fine. Gv 6,44: «Nessuno può venire a me se non lo attira il Padre che mi ha mandato»; 15,4: «Come il tralcio non può dare frutto da se stesso se non rimane unito alla vite, così nemmeno voi se non rimarrete in me».

(III, 148) La creatura umana non viene costretta alla virtù dall’aiuto della grazia divina

È proprio dell’uomo e di ogni natura razionale agire volontariamente e avere il dominio dei propri atti [II, cc. 47 s.]. Ora, ciò è contrario alla coercizione. Quindi Dio con il suo aiuto non costringe l’uomo ad agire bene. L’uomo giunge al suo ultimo fine con gli atti delle virtù, poiché la felicità è il premio della virtù. Ora, gli atti compiuti per necessità non sono atti di virtù, poiché nella virtù la cosa principale è la deliberazione, o scelta, che non può sussistere senza la volontarietà, ed è incompatibile con la violenza. Di qui il titolo. Dt 30,15-18: «Considera che oggi il Signore ha messo davanti a te la vita e il bene, la morte e il male, perché tu ami il Signore Dio tuo, e cammini nelle sue vie … Ma se il tuo cuore si sviasse e tu non volessi dare ascolto …, io ti avviso che oggi morirai». Sir 15,18: «Davanti all’uomo stanno la vita e la morte, il bene e il male. Gli sarà dato ciò che a lui piacerà».

(III,149) L’uomo non può meritare l’aiuto divino

Qualsiasi cosa sta a ciò che è superiore come la materia alla forma. Ora, la materia non muove se stessa alla propria perfezione, ma deve essere mossa da altro. Quindi l’uomo non può muovere se stesso al conseguimento dell’aiuto divino, che gli è superiore, ma piuttosto deve essere mosso da Dio per poterlo conseguire [c. 147]. D’altra parte la mozione del movente precede il moto di ciò che è mosso sia nell’ordine logico che in quello causale. Perciò l’aiuto divino è dato non perché ci siamo preparati ad esso con le opere buone, ma piuttosto noi ci arricchiamo di opere buone perché siamo stati prevenuti dall’aiuto di Dio. La nostra anima agisce alle dipendenze di Dio come uno strumento nelle mani di chi lo usa. Quindi l’anima non può prepararsi a ricevere l’influsso di Dio se non in quanto agisce per la virtù di Dio. Il premio è proporzionato al merito, poiché nella retribuzione va osservata l’uguaglianza della giustizia. Ora, l’effetto dell’aiuto divino, che supera la capacità della natura, non è proporzionato agli atti che l’uomo produce con le sue capacità naturali. Quindi vale il titolo. Di qui Tt 3,5: «Non per opere di giustizia da noi compiute, ma per la sua misericordia egli ci ha salvati»; Rm 9,16: «Non è di ci vuole», cioè volere, «né di chi corre», cioè correre, «ma di Dio che usa misericordia». E ciò perché l’uomo, per volere e agire rettamente, ha bisogno di essere prevenuto dall’aiuto divino […]. Di qui anche Lam 5,21: «Convertici a te, Signore, e ci convertiremo»: dal che risulta chiaro che la nostra conversione a Dio è prevenuta dall’aiuto di Dio che ci converte. In Zc 1,3 però è detto, parlando in persona di Dio: «Convertitevi a me, e io mi convertirò a voi»; non per negare che l’azione di Dio previene la nostra conversione, come si è detto, ma perché egli aiuta anche successivamente la nostra conversione con la quale ci convertiamo a lui, rafforzandola perché giunga al suo effetto, e confermandola perché consegua il debito fine. Viene così escluso l’errore dei Pelagiani, secondo i quali tale aiuto ci verrebbe dato per i nostri meriti; l’inizio poi della nostra giustificazione verrebbe da noi, il coronamento invece da Dio.

(III, 155) L’uomo ha bisogno dell’aiuto della grazia per perseverare nel bene

Ciò che di per sé è variabile, per restare fisso in un determinato modo ha bisogno dell’aiuto di un movente immobile. Ora, l’uomo è mutevole […]. Quindi, affinché perseveri nel bene, ha bisogno dell’aiuto di Dio. Nella Sacra Scrittura si trovano molte preghiere nelle quali si chiede a Dio la perseveranza. Sal 16,5: «Tieni fermi i miei passi nei tuoi sentieri, perché non vacillino i miei piedi»; 2Ts 2,16: «Dio, nostro Padre, conforti i vostri cuori e li confermi in ogni opera buona».

(III, 156) Chi perde la grazia con il peccato, può ancora essere risanato dalla grazia

La grazia è una disposizione abituale esistente nell’anima, come abbiamo visto [c. 150]. Ora, gli abiti acquisiti, se vengono perduti, possono essere riacquisiti mediante gli atti che sono serviti ad acquistarli. Quindi, a maggior ragione, mediante l’intervento divino può essere riacquistata la grazia eventualmente perduta. Nell’anima umana, dopo il peccato, rimane la potenza la bene, poiché il peccato non elimina le potenze naturali. Quindi l’uomo, con l’aiuto divino, può tornare al bene per opera della grazia. Di qui Is 1,18: «Anche se i vostri peccati fossero come scarlatto, diventeranno bianchi come neve»; Pr 10,12: «La carità copre ogni colpa». Ed è per questo che non invano chiediamo ogni giorno: «Rimetti a noi i nostri debiti».

(III, 157) L’uomo non può essere liberato dal peccato se non per opera della grazia

Con il peccato l’uomo viene distolto dall’ultimo fine. Ora, all’ultimo fine egli non è ordinato se non dalla grazia. Quindi soltanto mediante la grazia può risorgere dal peccato. L’offesa non può essere tolta che dall’amore. Ora, con il peccato mortale l’uomo incorre nell’offesa di Dio […]. Perciò l’uomo non può risorgere dal peccato mortale se non mediante la grazia, che stabilisce una certa amicizia tra Dio e l’uomo.

(III, 158) In che modo l’uomo è liberato dal peccato

È necessario che l’essere umano che risorge dal peccato si penta del peccato commesso e proponga di evitarlo per l’avvenire. L’ordine della giustizia però esige che al peccato venga resa una pena, per cui l’uomo, dopo avere ottenuto con la grazia la remissione del peccato e lo stato di grazia, rimane obbligato a sopportare delle pene per il peccato commesso. Si noti però che quando un’anima si distoglie dal peccato, il dispiacere della colpa può essere così intenso, e così forte l’adesione a Dio, da non lasciare nessuna obbligazione ad altra pena.

(III, 159) È ragionevole imputare all’uomo la sua non conversione, sebbene essa non sia possibile senza la grazia

Si deve dire che Dio, per quanto sta in lui, è disposto a dare la grazia a tutti, e sono privati della grazia soltanto coloro che pongono un impedimento.

(III, 160) Chi si trova in peccato non può evitare il peccato senza la grazia

Dopo il peccato, l’uomo non può astenersi da tutti i peccati prima che la grazia lo abbia riportato al debito ordine.

(III, 161) Dio libera dal peccato alcuni, e altri no

È inutile cercare la ragione del perché Dio converte questi e non quelli, poiché ciò dipende dalla sua semplice volontà.

(III, 162) Dio non è causa di peccato per nessuno

È impossibile che per l’influsso di Dio alcuni si distolgano dall’ultimo fine, che è Dio stesso.

(III, 163) La predestinazione, la riprovazione e l’elezione divina

È necessario che la suddetta distinzione tra le persone umane sia stata predisposta da Dio fin dall’eternità. Essa fa parte della divina provvidenza. Come dice l’Apostolo [Rm 11, 35-36]: «Da lui, e in lui, e per lui sono tutte le cose. A lui onore e gloria nei secoli dei secoli». Amen.