NOMI DIVINI  (1, 30-35)

(I, 30) Quali nomi si possono usare per parlare di Dio

Poiché tutte le perfezioni delle creature si riscontrano in Dio in un grado più eminente, tutti quei termini che indicano in assoluto una perfezione possono applicarsi sia a Dio che ad altre cose […]. Invece tutti quei termini che esprimono queste perfezioni secondo le modalità proprie delle creature non si possono applicare a Dio se non per similitudine o metafora.

(I, 31) La molteplicità dei nomi e la semplicità divina

A Dio vanno attribuite in forza della sua unica virtù le perfezioni di tutte le cose, che invece a queste ultime sono dovute secondo forme diverse. E questa sua unica virtù non è distinta dalla sua essenza poiché, come si è visto [c. 23], in lui non ci può essere nulla di accidentale.

(I, 32) Di Dio e delle altre cose non può dirsi nulla in modo univoco

Se un effetto raggiunge la specie della propria causa, non riceve la predicazione univoca di un dato termine se non riceve l’identica forma specifica secondo il medesimo modo di essere che ha nella causa. Ora, le forme ricevute da Dio non sono ricevute secondo l’identico modo di essere che hanno in Dio, poiché in Dio non c’è nulla che non si identifichi con l’essere divino, come si è visto [c. 23]; il che non avviene nelle altre cose. Ciò che viene detto di più cose in senso univoco, almeno intellettualmente è qualcosa di più semplice rispetto ad esse. Ora, nulla è più semplice di Dio né in realtà né intellettualmente. Quindi …

(I, 33) Non tutti i nomi attribuiti a Dio e alle creature si dicono in modo puramente equivoco

Dove c’è pura equivocità non si nota nessuna somiglianza tra le varie cose, ma la sola comunanza di terminologia. Invece tra le cose e Dio si ha un certo grado di somiglianza [cf. c. 29]. Quindi … Quando di più cose si predica lo stesso attributo per pura equivocità, dalla conoscenza dell’una non possiamo risalire alla conoscenza dell’altra […]. Ora invece, da quanto si riscontra negli altri esseri arriviamo alla conoscenza di Dio. Quindi …

(I, 34) I vocaboli usati per Dio e per le creature hanno valore analogico

L’analogia si può avere in due modi. Primo, mediante il riferimento di più cose a un’unica realtà: come quando, in relazione all’unica salute [dell’animale], il termine sano si applica all’animale che ne è il soggetto, alla medicina che la procura, al cibo che la conserva, all’urina che ne è il segno. Secondo, nel caso in cui l’ordine o la relazione di due cose non si riferisce a una terza, ma a una di esse: ente, per esempio, si dice della sostanza e dell’accidente in quanto quest’ultimo dice relazione alla sostanza, non perché la sostanza e l’accidente si riferiscano a una terza realtà. Ora, i nomi a cui accenniamo si riferiscono analogicamente a Dio e alle altre cose non nella prima maniera, poiché nel caso bisognerebbe supporre qualche cosa di anteriore a Dio, ma nella seconda.

(I, 35) I diversi nomi che si applicano a Dio non sono sinonimi

Dalle conclusioni raggiunte si può dimostrare che i vari nomi che si applicano a Dio, pur significando l’identica realtà, non sono sinonimi, poiché non esprimono l’identico concetto. Come infatti le varie cose assomigliano all’unica realtà che è Dio mediante forme diverse, così il nostro intelletto acquista una qualche somiglianza con lui mediante diversi concetti, in quanto viene condotto a conoscerlo mediante le diverse perfezioni delle creature. Perciò il nostro intelletto, nel concepire molte idee su un’unica realtà, non è né erroneo né vano: poiché la semplicità dell’essere divino è tale che certe cose possono a lui somigliare mediante forme molteplici, come abbiamo notato sopra [cc. 29 e 31]. Ora, secondo i vari concetti l’intelletto ha escogitato i vari nomi da attribuire a Dio. Questi però, non essendo a lui attribuiti secondo un identico aspetto, evidentemente non sono sinonimi, pur indicando una medesima realtà: poiché il loro significato non è identico, dal momento che i vocaboli indicano il concetto dell’intelligenza prima che la realtà conosciuta.