ORDINE SACRO (4, 74-76)

(IV, 74) Il sacramento dell’ordine

In tutti i sacramenti di cui abbiamo trattato viene conferita la grazia sotto il simbolo di realtà visibili. Ora, è certo che ogni azione deve essere proporzionata alla causa agente. Perciò l’amministrazione di questi sacramenti deve essere compiuta da uomini visibili in possesso di una virtù spirituale […]. Il Signore incaricò dunque i discepoli di consacrare il suo corpo e il suo sangue dicendo: «Fate questo in memoria di me» (Lc 22,19); conferì loro il potere di rimettere i peccati, secondo Gv 20,23: «A chi rimetterete i peccati saranno rimessi»; agli stessi affidò anche il compito di insegnare e di battezzare, dicendo (Mt 28,19): «Andate, ammaestrate tutte le genti, battezzandole» […]. – Ora, i ministri di Cristo [essendo come i suoi strumenti], devono essere conformi a Cristo, il quale, in quanto Signore, ha operato la nostra salvezza con il suo potere e la sua virtù, essendo egli Dio e uomo, in modo da soffrire in quanto uomo per la nostra redenzione, e da rendere salvifica per noi la sua sofferenza in quanto Dio. Quindi è necessario che anche i ministri di Cristo siano uomini, e insieme partecipino qualcosa della sua divinità mediante un potere spirituale: poiché anche lo strumento partecipa in qualche modo alla virtù dell’agente principale. A questo potere accenna l’Apostolo [2 Cor 13,10], quando dice che «il Signore gli aveva concesso il potere per edificare, e non per distruggere» […]. Questo potere spirituale dei ministri della Chiesa […] viene trasmesso attraverso alcuni segni sensibili, quali determinate formule verbali e determinati atti, come l’imposizione delle mani, l’unzione, la consegna del libro e del calice, o altre cose del genere, che si riferiscono all’esercizio di un potere spirituale. Ora, quando qualcosa di spirituale viene consegnato con un segno corporale si parla di sacramento. Perciò è evidente che nel trasferimento del potere spirituale si compie un sacramento, che è denominato sacramento dell’ordine […]. Dato poi che il potere dell’ordine si estende a consacrare il corpo di Cristo e a distribuirlo ai fedeli, è necessario che si estenda anche a rendere i fedeli atti e congrui a ricevere tale sacramento. Ora, un fedele è reso atto e congruo alla ricezione di questo sacramento purificandosi dal peccato, poiché altrimenti non può unirsi spiritualmente a Cristo, al quale ricevendo questo sacramento si unisce sacramentalmente. Dunque è necessario che il potere dell’ordine si estenda alla remissione dei peccati, mediante l’amministrazione di quei sacramenti che sono ordinati a tale scopo, quali il battesimo e la penitenza, come è chiaro in base alle cose già dette [cc. 59 e 62]. Perciò il Signore ai suoi discepoli ai quali aveva affidato, come si è detto, la consacrazione del suo corpo, diede anche il potere di rimettere i peccati. Tale potere è indicato dalle «chiavi» che il Signore consegnò a Pietro quando disse [Mt 16,19]: «A te darò le chiavi del regno dei cieli». Infatti per ognuno il cielo si chiude e si apre per il fatto che egli è soggetto al peccato. Ed è per questo che l’uso di queste chiavi è anche detto «legare e sciogliere», cioè dai peccati.

(IV, 75) La distinzione degli ordini

Dato che la potestà dell’ordine è ordinata principalmente a consacrare il corpo di Cristo e dispensarlo ai fedeli, e a purificare i fedeli dai peccati, è necessario che ci sia un ordine principale, il cui potere si estenda a ciò in maniera preminente, e questo è l’ordine sacerdotale; gli altri ordini invece ad esso servono disponendo in un certo modo la materia, e questi sono gli ordini dei ministranti. Dato poi che il potere sacerdotale, come si è detto [c. 74], si estende a due cose, cioè a consacrare il corpo di Cristo e a rendere idonei i fedeli a ricevere l’Eucaristia con l’assoluzione dei peccati, è necessario che gli ordini inferiori siano a suo servizio o in entrambi i compiti, o in uno soltanto. È chiaro poi che tra gli ordini inferiori uno è superiore all’altro nella misura in cui aiuta l’ordine sacerdotale in più compiti, o in un compito più nobile.

(IV, 76) Il potere episcopale e quello del Sommo Pontefice

Il potere episcopale, sebbene quanto alla consacrazione del corpo di Cristo non sia superiore al potere sacerdotale, tuttavia lo supera nelle mansioni relative ai fedeli. Infatti lo stesso potere sacerdotale deriva da quello episcopale, cosicché quanto c’è di più sublime nel ministero riguardo al popolo fedele viene riservato ai vescovi, dalla cui autorità deriva ai sacerdoti stessi quanto viene loro affidato […]. Così dunque è chiaro che la guida suprema del popolo fedele spetta alla dignità episcopale. È chiaro però che, sebbene i popoli si distinguano in varie diocesi e stati, tuttavia come è unica la Chiesa, così unico deve essere il popolo cristiano. Perciò, come per ogni popolo particolare di una data Chiesa si richiede un vescovo che ne sia il capo, così per tutto il popolo cristiano si richiede uno che sia il capo di tutta la Chiesa. Per l’unità della Chiesa si richiede poi che tutti i fedeli siano concordi nella fede, e d’altra parte la Chiesa sarebbe divisa dalla diversità delle sentenze se non venisse conservata l’unità mediante la sentenza di uno solo. Quindi, per conservare l’unità della Chiesa, si richiede che ci sia uno che presieda a tutta la Chiesa.