PELAGIANESIMO (3, 141-143)

(III, 141) La differenza e l’ordine delle pene

La pena più grave per la creatura umana è l’esclusione dalla beatitudine. Segue la privazione della virtù e di ogni altra perfezione delle facoltà naturali dell’anima in ordine al bene agire. Dopo c’è il disordine delle facoltà naturali dell’anima. Poi la menomazione del corpo e infine la perdita dei beni esterni […]. Vi sono però molte persone che stimano e conoscono i beni sensibili più di quelli intellettuali e spirituali, e [di conseguenza] temono di più i castighi temporali che quelli spirituali. Secondo il loro criterio l’ordine delle pene è l’inverso di quello sopra indicato. Infatti per loro le pene più gravi sono le menomazioni del corpo e la perdita dei beni esteriori, mentre stimano poco o nulla il disordine dell’anima, la perdita delle virtù e quella del godimento di Dio, in cui si trova l’ultima felicità dell’essere umano […]. D’altra parte, il fatto che l’uomo non stimi le cose per quello che sono, preferendo i beni corporali a quelli spirituali, dipende dal disordine esistente in lui. Ora, tale disordine, o è una colpa, oppure deriva da una colpa precedente […]. E così si è chiarito che Dio punisce gli uomini per i peccati, e che non li punisce mai senza una [loro] colpa.

(III, 142) I premi e le pene non sono tutti uguali

L’equità della giustizia distributiva richiede che a disuguali vengano rese cose disuguali. Non ci sarebbe dunque una giusta retribuzione con le pene e i premi se tutti i premi e tutte le pene fossero uguali. I premi e le pene sono predisposti dal legislatore perché gli uomini siano tratti dal male al bene [cf. c. 140]. Ora, è necessario non solo che gli uomini siano tratti dal male al bene, ma oltre a ciò che i buoni siano attirati al meglio, e i cattivi distolti dal peggio; cosa che non avverrebbe se i premi e le pene fossero uguali. Di qui Dt 25,2: «Quale la misura del peccato, tale sarà quella delle piaghe»; Is 27,8: «Misura contro misura, le farò giustizia quando sarà rigettata».

(III, 143) La pena dovuta al peccato mortale e veniale rispetto all’ultimo fine

Da quanto detto sopra [c. 139], risulta chiaro che si può peccare in due modi. Primo, così da distogliere del tutto l’intenzione dell’anima dall’ordinamento verso Dio, che è il fine ultimo di tutti i buoni: e questo è il peccato mortale. In un altro modo così che, pur rimanendo l’ordinamento dell’anima fisso sull’ultimo fine, si ammette un impedimento per cui essa è trattenuta dal tendere liberamente verso il fine. E questo è detto peccato veniale. Ora, se la diversità delle pene deve essere secondo la diversità dei peccati [c. prec.], ne viene che colui che pecca mortalmente deve essere punito con la perdita del fine dell’uomo, mentre chi pecca venialmente non merita di perderlo, ma solo di subire dei ritardi o difficoltà nel conseguirlo. La volontà non consegue l’ultimo fine se non è disposta come si conviene. Ora, la volontà viene disposta al fine dall’intenzione e dal desiderio di esso. Quindi non conseguirà il fine colui la cui intenzione è distolta dal fine. Di qui Mt 7,23: «Via da me, voi tutti, operatori di iniquità».