RIMUNERAZIONE (3, 140-146)

(III, 140) Gli atti umani sono puniti o premiati da Dio

Punire o premiare spetta a colui che ha il compito di imporre la legge […]. Ora, ciò è compito della divina provvidenza [cf. c. 114]. Quindi … La provvidenza di Dio non solo dispone l’ordine dell’universo, ma muove anche tutte le cose a eseguire l’ordine da lui disposto, come si è spiegato sopra [c. 67]. Perciò è compito della divina provvidenza proporre all’uomo il bene come premio, affinché la volontà sia indotta a procedere con rettitudine, e il male come castigo per fargli evitare il disordine. Di qui Es 20,5: «Io sono il tuo Dio […], che faccio vendetta dell’iniquità dei padri sui figli, e uso misericordia a coloro che mi amano e osservano i miei comandamenti»; Sal 61,13: «Tu renderai a ciascuno secondo le sue opere»; Rm 2,6-8: «Egli renderà a ciascuno secondo le sue opere: a quelli che sono costanti nelle opere di bene, gloria e onore; a quelli invece che non si arrendono alla verità, ma credono all’iniquità, ira e sdegno».

(III, 141) La differenza e l’ordine delle pene

La pena più grave per la creatura umana è l’esclusione dalla beatitudine. Segue la privazione della virtù e di ogni altra perfezione delle facoltà naturali dell’anima in ordine al bene agire. Dopo c’è il disordine delle facoltà naturali dell’anima. Poi la menomazione del corpo e infine la perdita dei beni esterni […]. Vi sono però molte persone che stimano e conoscono i beni sensibili più di quelli intellettuali e spirituali, e [di conseguenza] temono di più i castighi temporali che quelli spirituali. Secondo il loro criterio l’ordine delle pene è l’inverso di quello sopra indicato. Infatti per loro le pene più gravi sono le menomazioni del corpo e la perdita dei beni esteriori, mentre stimano poco o nulla il disordine dell’anima, la perdita delle virtù e quella del godimento di Dio, in cui si trova l’ultima felicità dell’essere umano […]. D’altra parte, il fatto che l’uomo non stimi le cose per quello che sono, preferendo i beni corporali a quelli spirituali, dipende dal disordine esistente in lui. Ora, tale disordine, o è una colpa, oppure deriva da una colpa precedente […]. E così si è chiarito che Dio punisce gli uomini per i peccati, e che non li punisce mai senza una [loro] colpa.

(III, 142) I premi e le pene non sono tutti uguali

L’equità della giustizia distributiva richiede che a disuguali vengano rese cose disuguali. Non ci sarebbe dunque una giusta retribuzione con le pene e i premi se tutti i premi e tutte le pene fossero uguali. I premi e le pene sono predisposti dal legislatore perché gli uomini siano tratti dal male al bene [cf. c. 140]. Ora, è necessario non solo che gli uomini siano tratti dal male al bene, ma oltre a ciò che i buoni siano attirati al meglio, e i cattivi distolti dal peggio; cosa che non avverrebbe se i premi e le pene fossero uguali. Di qui Dt 25,2: «Quale la misura del peccato, tale sarà quella delle piaghe»; Is 27,8: «Misura contro misura, le farò giustizia quando sarà rigettata».

(III, 143) La pena dovuta al peccato mortale e veniale rispetto all’ultimo fine

Da quanto detto sopra [c. 139], risulta chiaro che si può peccare in due modi. Primo, così da distogliere del tutto l’intenzione dell’anima dall’ordinamento verso Dio, che è il fine ultimo di tutti i buoni: e questo è il peccato mortale. In un altro modo così che, pur rimanendo l’ordinamento dell’anima fisso sull’ultimo fine, si ammette un impedimento per cui essa è trattenuta dal tendere liberamente verso il fine. E questo è detto peccato veniale. Ora, se la diversità delle pene deve essere secondo la diversità dei peccati [c. prec.], ne viene che colui che pecca mortalmente deve essere punito con la perdita del fine dell’uomo, mentre chi pecca venialmente non merita di perderlo, ma solo di subire dei ritardi o difficoltà nel conseguirlo. La volontà non consegue l’ultimo fine se non è disposta come si conviene. Ora, la volontà viene disposta al fine dall’intenzione e dal desiderio di esso. Quindi non conseguirà il fine colui la cui intenzione è distolta dal fine. Di qui Mt 7,23: «Via da me, voi tutti, operatori di iniquità».

(III, 144) Con il peccato mortale uno è privato in eterno dell’ultimo fine

L’anima, una volta separata dal corpo, non ritorna più nella condizione di poter acquistare la perfezione mediante il corpo, come dicevano alcuni [cf. II, c. 44]. È quindi necessario che chi è punito con la privazione dell’ultimo fine, ne rimanga privato in eterno. Per lo stesso motivo di giustizia vengono inflitti la pena per i peccati e il premio per gli atti buoni [c. 140]. Ora, «il premio della virtù è la beatitudine» [Et. 1, c. 9, n. 3], che è eterna, come si è dimostrato [c. 140]. Quindi anche la pena con la quale uno è escluso dalla beatitudine deve essere eterna. Da qui Ap 21,27: «Nulla di impuro entrerà in essa», cioè nella Gerusalemme celeste, con la quale viene designata la società dei buoni; «né chi commette abominazione e falsità».

(III, 145) I peccati sono puniti anche con l’esperienza di qualcosa di nocivo

La pena deve corrispondere proporzionalmente alla colpa, come si è mostrato sopra [c. 142]. Ora, nella colpa l’anima non solo si allontana dall’ultimo fine, ma si volge anche disordinatamente ad altre cose come a dei fini. Quindi chi pecca va punito non solo con l’esclusione dal fine, ma anche col patire un danno da parte di altre cose. Coloro che hanno la volontà sviata dall’ultimo fine, non temono di venirne esclusi. Perciò costoro non possono essere distolti dal peccato dalla sola privazione dell’ultimo fine. Bisogna quindi infliggere ai peccatori anche un’altra punizione che sia da essi temuta. Per questo la divina Scrittura minaccia ai peccatori non solo l’esclusione dalla gloria, ma anche un’afflizione da parte di altre cose. Si dice infatti in Mt 25,41: «Via da me, maledetti, nel fuoco eterno, preparato per il diavolo e per i suoi angeli». E nel Sal 10,6: «Farà piovere sugli empi brace, fuoco e zolfo; vento bruciante toccherà loro in sorte».

(III, 146) I giudici hanno la facoltà di punire

Che i malvagi siano puniti è una cosa giusta, come si è visto sopra [c. 140]. Quindi i giudici non peccano nel punire i malvagi. – Per conservare la concordia tra gli uomini è necessario che ai cattivi vengano inflitte delle punizioni. Perciò punire i cattivi non è una cosa intrinsecamente cattiva. In Rm 13,4 si dice a proposito del potere civile che «non senza ragione porta la spada», e in 1Pt 2,13: «Siate sottomessi per amore di Dio a ogni creatura umana: al re, come a colui che è sopra tutti; ai governatori, come mandati da lui per fare vendetta dei malfattori e onorare i buoni».