TEODORO DI MOPSUESTIA (circa l’unione del Verbo con la natura umana)  (4, 34)

(IV, 34) L’errore di Teodoro di Mopsuestia e di Nestorio riguardo all’unione del Verbo con l’uomo

Stabilito che in Cristo confluiscono queste tre sostanze, cioè la divinità, l’anima umana e un vero corpo umano, rimane da esaminare quello che si deve supporre della loro unione reciproca secondo l’insegnamento della Scrittura. Ora, Teodoro di Mopsuestia e Nestorio, suo discepolo, proposero la seguente spiegazione: in Cristo l’anima umana e un vero corpo umano confluiscono in una unione naturale, così da costituire un uomo della stessa specie e natura degli altri uomini; in tale uomo Dio è abitato come nel proprio tempio, cioè mediante la grazia, come anche negli altri uomini santi […]. Però in lui la grazia fu così eccellente che egli fu partecipe della dignità e dell’onore divini al punto di essere coadorato con Dio […]. Ora, considerata bene la cosa, si avverte che questa tesi esclude la verità dell’Incarnazione. Infatti: L’uomo che fu chiamato Gesù dice di se stesso: «Prima che Abramo fosse, Io sono» [Gv 8,58], e ancora [Gv 10,30]: «Io e il Padre siamo una cosa sola», e molte altre cose che si riferiscono chiaramente alla divinità del Verbo. Quindi è chiaro che la persona o ipostasi di quell’uomo che parla è la stessa persona del Figlio di Dio. A Cristo in quanto uomo va attribuita l’ascensione al cielo [cf. At 1,9]. D’altra parte discendere dal cielo va attribuito al Verbo di Dio. Ora, l’Apostolo afferma [Ef 4,10] che «Colui che è disceso è quello stesso che è asceso». Dunque la persona o ipostasi di quell’uomo è la stessa persona o ipostasi del Verbo di Dio.