Virtù, in specie (II-II, 1-170)

L’oggetto della fede

Articolo 1

Se l’oggetto della fede sia la prima verità

La fede di cui parliamo non accoglie verità alcuna se non in quanto è rivelata da Dio, che quindi è il suo oggetto formale. Se invece guardiamo le cose accolte dalla fede, allora l’oggetto cosiddetto materiale non è soltanto Dio, ma anche molte altre cose, che però non vengono accolte dalla fede se non in ordine a Dio.

Articolo 2

Se l’oggetto della fede sia qualcosa di composto a modo di enunciato

Dal lato delle cose credute l’oggetto della fede è una realtà semplice, ossia non composta, ma dalla parte di chi crede l’oggetto della fede è una realtà composta, come lo sono gli enunciati.

Articolo 3

Se la fede possa contenere delle falsità

La fede non può contenere il falso.

Articolo 4

Se le cose che si vedono possano essere oggetto di fede

Né la fede né l’opinione possono essere di cose evidenti per il senso o per l’intelletto.

Articolo 5

Se le verità di fede possano essere oggetto di scienza

Non è possibile, come si è visto [a. 4], che la stessa cosa possa essere da un medesimo soggetto creduta e vista. Per cui è anche impossibile che sia oggetto di scienza e di fede.

Tuttavia può accadere che quanto è visto e saputo da uno sia creduto da un altro.

Articolo 6

Se le verità di fede debbano essere distinte in un certo numero di articoli

Dove abbiamo qualcosa che per una speciale ragione è inevidente, là troviamo un articolo distinto; là dove invece più cose sono conosciute per una medesima ragione, là gli articoli non sono distinti.

Articolo 7

Se gli articoli di fede siano cresciuti con l’andare del tempo

Quanto alla sostanza degli articoli di fede non ci fu alcuno sviluppo nel corso dei tempi […]. Quanto invece all’esplicitazione, il numero degli articoli ebbe un aumento.

Articolo 8

Se gli articoli di fede siano convenientemente enumerati

La prima divisione delle verità di fede è questa: che una parte di esse riguarda la grandezza di Dio, e una parte il mistero dell’umanità di Cristo […]. E così in tutto sono quattordici articoli.

Alcuni però distinguono dodici articoli di fede: sei per la divinità e sei per l’umanità [del Redentore].

Articolo 9

Se vi siano degli inconvenienti nel porre gli articoli di fede in un simbolo

Fu necessario raccogliere in un compendio le verità di fede per proporle più facilmente a tutti.

Articolo 10

Se spetti al Sommo Pontefice stabilire il simbolo della fede

Spetta alla sola autorità del Sommo Pontefice la promulgazione di un nuovo simbolo; come del resto anche ogni altra cosa che interessa tutta la Chiesa.

 

L’atto interno della fede

Articolo 1

Se credere sia «cogitare con assenso»

Se si prende il verbo «cogitare» nel senso di una considerazione dell’intelletto accompagnata da una ricerca, allora nel «cogitare» è implicita tutta la nozione dell’atto del credere. Quindi è proprio del credente il cogitare con assenso.

Articolo 2

Se sia giusto distinguere nell’atto di fede il «credere a Dio», «credere Dio»,
«credere in Dio» [
credere Deo, Deum, in Deum]

Credere a Dio riguarda il motivo per cui crediamo, cioè perché Dio è la verità infallibile; credere Dio riguarda ciò che crediamo, cioè Dio e tutto in rapporto a Dio; credere in Dio riguarda il moto della volontà che ci spinge a Dio.

Articolo 3

Se sia necessario per la salvezza credere qualcosa al di sopra della ragione naturale

Affinché l’uomo raggiunga la visione perfetta della beatitudine si richiede che prima creda a Dio, come fa un discepolo col suo maestro.

Articolo 4

Se sia necessario credere anche le verità
che si possono dimostrare con la ragione naturale

Era necessario che l’uomo accettasse per fede non soltanto le realtà divine che superano la ragione, ma anche quelle che sono conoscibili con la ragione naturale.

Articolo 5

Se l’uomo sia tenuto a credere qualcosa in maniera esplicita

Quanto ai dogmi fondamentali, che sono gli articoli di fede, l’uomo è tenuto a crederli esplicitamente, come è anche tenuto ad avere la fede. Le altre verità di fede invece l’uomo non è tenuto a crederle in maniera esplicita, ma solo implicitamente: è tenuto cioè ad avere l’animo disposto a credere quanto è contenuto nella Sacra Scrittura. Per cui è tenuto a credere tali verità in maniera esplicita solo quando gli consta che esse fanno parte dell’insegnamento della fede.

Articolo 6

Se tutti siano tenuti ugualmente ad avere una fede esplicita

Gli uomini più dotati, che hanno il compito di istruire gli altri, sono tenuti ad avere una conoscenza più vasta delle verità di fede e a credere in maniera più esplicita.

Articolo 7

Se credere esplicitamente il mistero di Cristo sia necessario alla salvezza per tutti

Era necessario che il mistero dell’incarnazione di Cristo fosse creduto in qualche modo da tutti in ogni tempo: diversamente però secondo le diversità dei tempi e delle persone […].

Dopo la rivelazione della grazia tanto i maggiorenti quanto i semplici sono tenuti ad avere una fede esplicita riguardo ai misteri di Cristo; e specialmente riguardo a quelli che sono oggetto delle solennità della Chiesa e che vengono pubblicamente proposti, come gli articoli sull’Incarnazione.

Articolo 8

Se sia necessario per la salvezza credere esplicitamente nella Trinità

Prima di Cristo il mistero della Trinità fu creduto come il mistero dell’Incarnazione, cioè esplicitamente dai maggiorenti e in maniera implicita e quasi velata dalle persone semplici. E così dopo il tempo della propagazione della grazia tutti sono tenuti a credere espressamente anche il mistero della Trinità.

Articolo 9

Se credere sia un atto meritorio

L’atto di fede può essere meritorio.

Articolo 10

Se le ragioni portate a favore della fede ne diminuiscano il merito

Le ragioni antecedenti possono diminuire il merito, le ragioni conseguenti invece non tolgono il merito, ma sono il segno di un merito più grande.

 

L’atto esterno della fede

Articolo 1

Se la confessione sia un atto di fede

Come è un atto proprio della fede il concepire interiormente le verità da credere, così lo è pure il confessarle esteriormente.

Articolo 2

Se la confessione della fede sia necessaria alla salvezza

Non è necessario alla salvezza confessare la fede sempre e in qualsiasi luogo, ma solo in luoghi e tempi determinati, cioè quando l’omissione di tale professione comprometterebbe l’onore dovuto a Dio, o anche l’utilità del prossimo.

 

La virtù della fede

Articolo 1

Se la fede sia ben definita come
«sostanza delle cose che si sperano e prova di quelle che non si vedono»

In tale descrizione si trovano tutti gli elementi per una definizione, che potrebbe essere questa: «La fede è un abito intellettivo con cui inizia in noi la vita eterna, facendo sì che l’intelletto aderisca a realtà che non appaiono». Tutte le altre definizioni della fede non sono che spiegazioni di questa dell’Apostolo.

Articolo 2

Se la fede risieda nell’intelletto

Credere è un atto dell’intelletto. È quindi necessario che la fede, che è il principio proprio di questo atto, risieda nell’intelletto come nel suo soggetto.

Articolo 3

Se la carità possa essere la forma della fede

La carità è detta forma della fede in quanto l’atto della fede è perfezionato e informato dalla carità.

Articolo 4

Se la fede informe possa divenire formata, e viceversa

La fede formata e quella informe non sono due abiti distinti.

Articolo 5

Se la fede sia una virtù

La fede formata è una virtù, mentre non lo è invece la fede informe.

Articolo 6

Se la fede sia unica

Se la consideriamo come l’abito col quale crediamo, allora la fede è specificamente unica e numericamente distinta nei vari soggetti. – Se poi la consideriamo come la realtà creduta, anche allora la fede è unica.

Articolo 7

Se la fede sia la prima delle virtù

La fede è per se, cioè in assoluto, la prima fra tutte le virtù.

Per accidens invece, ossia accidentalmente, alcune virtù la possono precedere.

Articolo 8

Se la fede sia più certa della scienza e delle altre virtù intellettuali

Dal lato delle cause che la determinano la fede è più certa, poiché si fonda sulla verità divina.

Dal lato del soggetto invece la fede è meno certa rispetto a noi.

 

Coloro che possiedono la fede

Articolo 1

Se gli angeli e gli uomini nel loro stato primitivo avessero la fede

Prima della loro confermazione gli angeli avevano la fede, e così pure gli uomini prima del peccato.

Articolo 2

Se ci sia la fede nei demòni

I demòni credono perché costretti [dall’evidenza dei segni].

Articolo 3

Se un eretico che rinnega un articolo di fede
possa avere una fede informe negli altri articoli

Chi è eretico in un articolo non ha la fede negli altri, ma solo una certa opinione secondo la propria volontà.

Articolo 4

Se la fede possa essere in uno più grande che in un altro

La fede può essere più grande quanto all’esplicitazione dei dogmi, e dal lato della partecipazione del soggetto può essere più certa e più ferma riguardo all’intelletto, più pronta e devota riguardo alla volontà.

 

La causa della fede

Articolo 1

Se nell’uomo la fede sia infusa da Dio

Quanto alla presentazione all’uomo delle verità da credere, è necessario che la fede venga da Dio; quanto poi all’adesione del credente alle verità proposte, c’è una causa che sollecita dall’esterno, come la costatazione dei miracoli, oppure l’esortazione che induce alla fede, e sono ambedue cause inadeguate; bisogna ammettere quindi una seconda causa che è interiore […]. E così la fede, rispetto all’adesione, che ne è l’atto principale, viene da Dio che muove interiormente con la sua grazia.

Articolo 2

Se la fede informe sia un dono di Dio

La fede informe è un dono di Dio.

 

Gli effetti della fede

Articolo 1

Se il timore sia un effetto della fede

La causa del timore servile è la fede informe, mentre la causa del timore filiale è la fede formata, che mediante la carità unisce l’uomo a Dio e a lui lo sottomette.

Articolo 2

Se sia un effetto della fede la purificazione del cuore

La fede è la causa o il principio primo della purificazione del cuore; e se è informata dalla carità produce una purificazione completa.

 

Il dono dell’intelletto

Articolo 1

Se l’intelletto sia un dono dello Spirito Santo

L’uomo ha bisogno di una luce soprannaturale per conoscere certe cose che è incapace di percepire con la luce naturale. E questa luce soprannaturale che l’uomo riceve è chiamata dono dell’intelletto.

Articolo 2

Se il dono dell’intelletto sia compatibile con la fede

Nulla impedisce che, imperfettamente, nello stato presente si possano intendere anche delle verità che sono direttamente oggetto di fede.

Articolo 3

Se il dono dell’intelletto sia solo speculativo, oppure anche pratico

Il dono dell’intelletto si estende anche a certe attività: non perché queste siano il suo oggetto principale, ma in quanto nell’agire […] siamo regolati «dalle ragioni eterne alla cui contemplazione e consultazione attende la ragione superiore», che viene sublimata dal dono dell’intelletto.

Articolo 4

Se il dono dell’intelletto si trovi in tutte le anime in grazia

Come in tutti coloro che hanno la grazia santificante c’è il dono della carità, così c’è pure il dono dell’intelletto.

Articolo 5

Se il dono dell’intelletto si trovi anche in coloro che sono privi della grazia santificante

Nessuno può avere il dono dell’intelletto senza la grazia santificante.

Articolo 6

Se il dono dell’intelletto sia distinto dagli altri doni

La distinzione del dono dell’intelletto dai tre doni della pietà, della fortezza e del timore è evidente: poiché mentre il dono dell’intelletto appartiene alla facoltà conoscitiva, gli altri tre appartengono alla potenza appetitiva. Non è invece così evidente la differenza di questo dono dagli altri tre di ordine conoscitivo, cioè dalla sapienza, dalla scienza e dal consiglio.

Così da parte nostra, riguardo alle verità proposte alla nostra fede, si richiede: primo, che vengano penetrate o capite dall’intelletto. Secondo, che uno si formi su di esse un retto giudizio […]: ora, un simile giudizio rispetto alle realtà divine appartiene al dono della sapienza, mentre rispetto alle realtà create appartiene al dono della scienza; rispetto infine all’applicazione ai singoli atti appartiene al dono del consiglio.

Articolo 7

Se al dono dell’intelletto corrisponda la sesta beatitudine:
«Beati i puri di cuore, perché vedranno Dio»

Quanto al merito, la purezza del cuore, quanto al premio, la visione di Dio: l’una e l’altra cosa va attribuita in qualche modo al dono dell’intelletto.

Articolo 8

Se al dono dell’intelletto corrisponda come frutto la fede

Al dono dell’intelletto corrisponde, come frutto proprio, la fede, ossia la certezza della fede, mentre gli corrisponde come frutto ultimo la gioia, che appartiene alla volontà.

 

Il dono della scienza

Articolo 1

Se la scienza sia un dono

Un giudizio retto e sicuro, per distinguere le cose da credere da quelle da non credere. Per questa funzione è necessario il dono della scienza.

Articolo 2

Se il dono della scienza riguardi le realtà divine

Il dono della scienza ha per oggetto le realtà umane, o create.

Articolo 3

Se il dono della scienza sia una scienza pratica

Il dono della scienza in maniera primaria e principale riguarda la speculazione […]. In maniera secondaria però si estende anche all’attività.

Articolo 4

Se al dono della scienza corrisponda la terza beatitudine:
«Beati coloro che piangono, perché saranno consolati»

La beatitudine del pianto corrisponde al dono della scienza.

 

L’incredulità in generale

Articolo 1

Se l’incredulità sia un peccato

Un’incredulità di contrarietà alla fede, nel senso cioè che uno resiste alla predicazione della fede, o la disprezza, è l’incredulità che è un peccato.

Se invece si prende l’incredulità come pura negazione, quale si trova in coloro che mai seppero nulla della fede, allora essa non ha carattere di peccato, ma piuttosto di castigo […]. E quelli che sono increduli in questo senso si dannano per gli altri peccati, che non possono essere rimessi senza la fede, ma non per il peccato di incredulità.

Articolo 2

Se l’incredulità risieda nell’intelletto

L’incredulità, come anche la fede, ha la sua sede immediata nell’intelletto, ma si trova nella volontà come nel suo primo movente.

Articolo 3

Se l’incredulità sia il più grave dei peccati

Il peccato di incredulità è il più grave di tutti i peccati che avvengono nel campo delle virtù morali. Non è così invece in rapporto ai peccati che si contrappongono alle altre virtù teologali.

Articolo 4

Se qualsiasi atto di chi non ha la fede sia peccato

Non è necessario che gli increduli pecchino in ogni loro azione, ma peccano ogni volta che compiono un’opera dettata dalla loro incredulità.

Articolo 5

Se vi siano più specie di incredulità

Confrontando l’incredulità con la fede, ci sono diverse specie di incredulità numericamente determinate […]: dei pagani, dei giudei, degli eretici.

Se invece determiniamo le specie dell’incredulità secondo gli errori relativi ai vari dogmi di fede allora le specie dell’incredulità non sono determinate [essendo innumerevoli].

Articolo 6

Se l’incredulità più grave sia quella dei gentili, o pagani

L’incredulità degli eretici, che hanno professato la fede evangelica e poi le si oppongono distruggendola, è più grave di quello degli ebrei, che a sua volta è più grave di quello dei pagani […]. Quanto invece alla perversione dei dogmi riguardanti la fede, l’incredulità dei pagani è più grave di quella degli ebrei, e quella degli ebrei più di quella degli eretici. Assolutamente parlando, però, il primo tipo di gravità prevale sul secondo, per cui la peggiore incredulità in assoluto è quella degli eretici.

Articolo 7

Se si debba disputare pubblicamente con gli infedeli

Se uno disputasse perché dubita della fede, senza avere come presupposto la certezza della sua verità, ma volendo raggiungerla con delle argomentazioni, peccherebbe indubbiamente in quanto incredulo e dubbioso sulle cose di fede. Se invece disputa sulla fede per confutare gli errori, o per esercizio, fa una cosa lodevole […].

Nel disputare sulle cose di fede dinanzi a persone istruite e ferme nel credere non c’è alcun pericolo. Se invece si tratta di gente semplice bisogna distinguere, se sono sollecitati dagli infedeli o sono tranquilli. Nel primo caso è necessario disputare pubblicamente sulle cose di fede: purché vi siano delle persone capaci e preparate, che possano confutare gli errori […]. Nel secondo caso invece è pericoloso e non conveniente.

Articolo 8

Se gli infedeli debbano essere costretti a credere

Se si tratta di infedeli che non hanno mai abbracciato la fede, non vanno costretti a credere in nessuna maniera […]. Tuttavia i fedeli hanno il dovere di costringerli, se ne hanno la facoltà, e non ostacolare le fede con bestemmie, cattivi suggerimenti o aperte persecuzioni […].

Ci sono invece altri infedeli che un tempo accettarono la fede, come gli eretici e gli apostati. Costoro devono essere costretti anche fisicamente ad adempiere quanto promisero, e a ritenere ciò che una volta accettarono.

Articolo 9

Se si possa comunicare con gli infedeli

La Chiesa non proibisce ai fedeli di comunicare con gli infedeli che in nessun modo hanno ricevuto la fede cristiana; proibisce invece ai fedeli, come pena per quelli, di comunicare con gli infedeli che deviano dalla fede ricevuta […].

Se vi sono poi dei fedeli che sono fermi nella fede, allora non si deve proibire ad essi di avere rapporti con gli infedeli che non hanno mai ricevuto la fede, cioè con i pagani e con gli ebrei […]. Se invece si tratta di persone semplici, si deve proibire loro di comunicare con gli infedeli.

Articolo 10

Se chi non ha la fede possa dominare e comandare sui fedeli

La Chiesa non permette assolutamente che gli infedeli conquistino il potere sui fedeli, o che in qualsiasi modo siano a capo di essi in qualche carica.

Se però si tratta di un dominio o di un’autorità preesistente, la distinzione tra fedeli e infedeli di per sé non abolisce il dominio e l’autorità degli infedeli sui fedeli. Tuttavia questo dominio può essere tolto giustamente da una sentenza o da un ordine della Chiesa, che ha l’autorità di Dio […]. La Chiesa però fa uso o non fa uso di questa facoltà secondo i casi.

Articolo 11

Se si debba tollerare il culto degli infedeli

Sebbene gli infedeli pecchino con i loro riti, tuttavia questi possono essere tollerati, o per un bene che ne può derivare, o per un male che così è possibile evitare.

Però i culti degli infedeli non ebrei, che non presentano alcun aspetto di verità o di utilità, non meritano di essere tollerati se non per evitare qualche danno.

Articolo 12

Se si debbano battezzare i bambini degli ebrei e degli altri infedeli
contro la volontà dei genitori

Sembra pericoloso difendere ora l’asserzione, contraria alla consuetudine della Chiesa, secondo cui i figli degli ebrei vanno battezzati contro la volontà dei genitori.

 

L’eresia

Articolo 1

Se l’eresia sia una delle specie dell’incredulità

L’eresia è la specie dell’incredulità propria di coloro che professano la fede in Cristo, ma ne corrompono i dogmi.

Articolo 2

Se l’eresia abbia per oggetto proprio le verità di fede

Una cosa può appartenere alla fede o in maniera diretta o principale, o in maniera indiretta e secondaria. In entrambi questi casi ci può essere l’eresia, come anche la fede.

Articolo 3

Se gli eretici debbano essere tollerati

Se l’eretico rimane ostinato, la Chiesa, disperando della sua conversione, provvede alla salvezza degli altri separandolo da sé con la sentenza di scomunica; e alla fine lo abbandona al giudizio civile, o secolare, per toglierlo dal mondo con la morte.

Articolo 4

Se la Chiesa debba accogliere sempre chi lascia l’eresia

La Chiesa non solo accoglie col perdono quelli che per la prima volta tornano dall’eresia, ma li lascia in vita; e talora con delle dispense li reintegra nelle dignità ecclesiastiche precedenti, se appaiono realmente convertiti […]. Quando però i pentiti ricadono di nuovo, allora mostrano incostanza nella loro fede. Perciò se si ravvedono vengono accolti col perdono, ma non liberati dalla pena di morte.

 

L’apostasia

Articolo 1

Se l’apostasia rientri nell’incredulità

L’apostasia pura e semplice rientra nell’incredulità.

Articolo 2

Se chi comanda perda con l’apostasia il dominio sui sudditi,
per cui questi non sono più tenuti all’obbedienza

Non appena uno è dichiarato scomunicato per l’apostasia dalla fede, i suoi sudditi sono sciolti ipso facto dal suo dominio e dal giuramento di fedeltà.

 

La bestemmia in generale

Articolo 1

Se la bestemmia si contrapponga alla confessione della fede

La bestemmia è il contrario della confessione.

Articolo 2

Se la bestemmia sia sempre un peccato mortale

La bestemmia è un peccato mortale nel suo genere.

Articolo 3

Se il peccato di bestemmia sia il più grave dei peccati

Come la miscredenza [cf. q. 10, a. 3], così anche la bestemmia è il più grave dei peccati, appartenente al medesimo genere e con in più delle aggravanti.

Articolo 4

Se i dannati bestemmino

La detestazione della divina giustizia si riconduce a una bestemmia di pensiero. Ed è da credere che dopo la risurrezione in essi ci sarà anche la bestemmia vocale, come nei santi la lode vocale di Dio.

 

La bestemmia contro lo Spirito Santo

Articolo 1

Se il peccato contro lo Spirito Santo si identifichi con il peccato di malizia

Peccare per malizia nel senso di rimuovere tutte le cose che impediscono la decisione di peccare, è peccare contro lo Spirito Santo.

Articolo 2

Se sia giusto determinare sei specie nel peccato contro lo Spirito Santo

Le sei specie sono: disperazione della propria salvezza, presunzione di salvarsi senza merito, impugnazione della verità conosciuta, invidia della grazia altrui, ostinazione nei peccati, impenitenza finale.

Articolo 3

Se il peccato contro lo Spirito Santo sia irremissibile

Se il peccato contro lo Spirito Santo è l’impenitenza finale, esso è irremissibile nel senso che non viene rimosso in alcun modo.

Diversamente, un peccato è detto irremissibile non perché non viene mai rimesso, ma perché di per sé meriterebbe di non esserlo.

Articolo 4

Se uno possa peccare contro lo Spirito Santo prima di commettere altri peccati

L’atteggiamento indicato nell’a. 1, cioè di rimuovere tutte le cose che ritraggono dal peccato, ordinariamente presuppone altri peccati. Tuttavia può anche darsi che uno nel suo primo atto peccaminoso pecchi per disprezzo contro lo Spirito Santo […]. E lo stesso si dica della bestemmia in senso proprio contro lo Spirito Santo.

 

La cecità della mente e l’ottusità dei sensi

Articolo 1

Se la cecità della mente sia un peccato

Nella visione intellettuale abbiamo tre distinti principi. Il primo è la luce naturale della ragione. E questa, appartenendo all’essenza dell’anima razionale, non viene mai eliminata nell’anima. Tuttavia talora viene impedita nei suoi atti dalle disfunzioni delle potenze inferiori.

Il secondo principio della visione intellettiva è invece una certa luce derivante da un abito aggiunto alla luce naturale della ragione. E di questa luce talora l’anima può essere privata. E tale privazione o cecità è un castigo […].

Il terzo principio della visione intellettiva consiste infine in certi dati conoscitivi mediante i quali la mente umana può conoscere altre cose. Ora, a questi ultimi principi di ordine intellettivo la mente umana può attendere o non attendere, o perché vuole distogliersi, o perché è occupata in altre cose più amate. E nell’uno e nell’altro di questi due casi la cecità della mente è un peccato.

Articolo 2

Se l’ottusità dei sensi sia distinta dalla cecità della mente

L’ottusità del senso nell’ordine intellettivo implica una debilitazione della mente rispetto ai beni spirituali, mentre la cecità della mente implica la totale privazione della loro conoscenza. E l’uno e l’altro vizio si oppongono al dono dell’intelletto […]. Ora, questa ottusità ha il carattere di peccato come la cecità della mente: in quanto cioè è volontaria.

Articolo 3

Se la cecità della mente e l’ottusità dei sensi derivino dai peccati della carne

Dalla lussuria deriva la cecità della mente, che elimina quasi del tutto la conoscenza dei beni spirituali, mentre dalla gola deriva l’ottusità del senso, che rende l’uomo debole nella considerazione di questi intelligibili. E al contrario le virtù opposte dell’astinenza e della castità predispongono l’uomo nel migliore dei modi alla perfezione dell’attività intellettuale.

 

I precetti riguardanti la fede, la scienza e l’intelletto

Articolo 1

Se nell’antica legge si dovessero dare dei precetti sulla fede

Nell’antica legge non c’erano da spiegare al popolo i segreti della fede. Presupposta quindi la fede in un unico Dio, nell’antica legge non furono dati altri precetti sulle verità di fede.

Articolo 2

Se nell’antica legge siano stati dati in modo conveniente
i precetti relativi alla scienza e all’intelletto

L’apprendimento della scienza e dell’intelletto si ha mediante l’insegnamento e la disciplina. E nella legge viene prescritta l’una e l’altra cosa. A proposito dell’insegnamento si legge [Dt 6, 6]: «Questi precetti che oggi ti do ti stiano fissi nel cuore». L’uso poi della scienza e dell’intelletto consiste nella meditazione di quanto uno sa o apprende. Per cui abbiamo le espressioni successive: «Ne parlerai quando sarai seduto in casa tua», ecc. Infine la conservazione viene assicurata dalla memoria. E così abbiamo il precetto della legge: «Te li legherai alla mano come segno» […], li scriverai sugli stipiti della tua casa e sulle sue porte». E tali ordini sono ancora più frequenti nel Nuovo Testamento, sia nell’insegnamento del Vangelo che in quello degli Apostoli.

 

La speranza

Articolo 1

Se la speranza sia una virtù

La speranza è una virtù.

Articolo 2

Se la beatitudine eterna sia l’oggetto proprio della speranza

L’oggetto proprio e principale della speranza è la beatitudine eterna.

Articolo 3

Se uno possa sperare la beatitudine eterna di un altro

La speranza riguarda direttamente il proprio bene […], ma uno può sperare per altri la vita eterna in quanto è unito ad essi con l’amore.

Articolo 4

Se si possa sperare lecitamente nell’uomo

Non è lecito sperare in un uomo, o in un’altra creatura, come se si trattasse di una causa prima, capace di condurre alla beatitudine. È invece lecito sperare in un uomo o in altre creature se esse vengono considerate quali agenti secondari e strumentali.

Articolo 5

Se la speranza sia una virtù teologale

La speranza è una virtù teologale.

Articolo 6

Se la speranza sia una virtù distinta dalle altre virtù teologali

La carità fa aderire a Dio per se stesso unendo a lui l’anima con l’affetto dell’amore […]. La fede fa aderire l’uomo a Dio in quanto è il principio per conoscere la verità […] La speranza invece ci fa aderire a Dio in quanto egli è per noi il principio della perfetta bontà [da cui deriva la beatitudine].

Articolo 7

Se la speranza preceda la fede

La fede precede la speranza.

Articolo 8

Se la carità sia prima della speranza

In ordine genetico la speranza precede la carità […]. In ordine di perfezione invece la carità è prima per natura.

 

Il soggetto della speranza

Articolo 1

Se la speranza risieda nella volontà

La speranza risiede nell’appetito superiore, cioè nella volontà.

Articolo 2

Se la speranza si trovi nei beati

La speranza, come pure la fede, viene a cessare nella patria; né l’una né l’altra possono trovarsi nei beati.

Articolo 3

Se la speranza si trovi nei dannati

Nei beati e nei dannati non ci può essere la speranza. Essa può invece trovarsi nei viatori, sia in questa vita che nel purgatorio.

Articolo 4

Se la speranza dei viatori abbia la dote della certezza

La speranza tende anch’essa con certezza al proprio fine, partecipando in qualche modo alla certezza della fede, che risiede in una facoltà conoscitiva.

 

Il dono del timore

Articolo 1

Se sia possibile temere Dio

Dio non può essere oggetto del timore direttamente, in se stesso, essendo la bontà stessa, ma può esserlo in quanto può venirci del male da lui o in rapporto a lui.

Articolo 2

Se sia giusto dividere il timore in filiale, iniziale, servile e mondano

Se l’uomo si allontana da Dio per il timore di certi mali, abbiamo il timore umano o mondano.

Se uno invece si volge e aderisce a Dio per il timore della pena, si avrà il timore servile; se lo fa per il timore della colpa, si avrà il timore filiale. Se poi lo fa per l’una e l’altra cosa, allora si ha il timore iniziale, che sta fra un timore e l’altro.

Articolo 3

Se il timore mondano sia sempre cattivo

Il timore mondano è sempre cattivo.

Articolo 4

Se il timore servile sia buono

Il timore servile per sua natura è buono, mentre la sua servilità è cattiva.

Articolo 5

Se il timore servile si identifichi essenzialmente col timore filiale

Il timore servile e quello filiale non si identificano essenzialmente, ma sono specificamente distinti.

Articolo 6

Se il timore servile sia compatibile con la carità

Anche il timore della pena può essere talora incluso nella carità: infatti essere lontani da Dio è una certa pena, che la carità massimamente aborrisce. – In un altro modo invece il timore può essere contrario alla carità: quando cioè uno fugge la pena contrastante col proprio bene naturale come se fosse il primo dei mali.

Articolo 7

Se il timore sia l’inizio della sapienza

L’inizio della sapienza quanto alla sua struttura essenziale sono i suoi primi principi, vale a dire gli articoli di fede […]. Quanto invece agli effetti l’inizio della sapienza è il punto da cui parte la sua attività. E da questo lato l’inizio della sapienza è il timore. Per certi aspetti tuttavia il timore servile e per certi altri il timore filiale.

Articolo 8

Se il timore iniziale differisca essenzialmente dal timore filiale

Il timore iniziale, nel senso indicato, non differisce essenzialmente dal timore filiale.

Articolo 9

Se il timore sia un dono dello Spirito Santo

Il timore di Dio enumerato fra i sette doni dello Spirito Santo è il timore filiale, o casto […]. Il timore filiale occupa, per così dire, il primo posto fra i doni dello Spirito Santo in ordine ascendente, e l’ultimo in ordine discendente.

Articolo 10

Se col crescere della carità diminuisca il timore

È necessario che il timore filiale aumenti col crescere della carità, come cresce l’effetto se cresce la causa […].

Il timore servile invece scompare del tutto nella sua servilità alla venuta della carità; può tuttavia rimanere nella sua essenza il timore della pena […]. E questo timore diminuisce col crescere della carità, specialmente nei suoi atti.

Articolo 11

Se il timore possa sussistere nella patria

Il timore servile, cioè il timore della pena, in nessun modo potrà esistere nella patria […]. Diversamente il timore filiale, come cresce con l’aumento della carità, così col coronamento della carità giungerà alla perfezione, anche se nella patria non avrà un atto del tutto identico a quello che ha ora.

Articolo 12

Se la povertà di spirito sia la beatitudine che corrisponde al dono del timore

Al timore corrisponde propriamente la povertà di spirito.

 

La disperazione

Articolo 1

Se la disperazione sia un peccato

Come è lodevole e virtuoso il moto della speranza, così è vizioso e peccaminoso l’opposto moto della disperazione, che è conforme a un falso concetto di Dio.

Articolo 2

Se la disperazione sia possibile senza l’incredulità

È possibile la disperazione senza che venga meno la fede, come anche altri peccati mortali.

Articolo 3

Se la disperazione sia il più grave dei peccati

I peccati che si oppongono direttamente alle virtù teologali sono, quanto al loro genere, più gravi degli altri […].

L’odio e l’incredulità di per sé sono più gravi della disperazione, secondo la loro specie […].

Se però confrontiamo la disperazione agli altri due peccati in rapporto a noi, allora la disperazione è più pericolosa.

Articolo 4

Se la disperazione nasca dall’accidia

Il nostro affetto è guastato dall’amore dei piaceri materiali […]. E da questo lato la disperazione nasce dalla lussuria.

Nasce però più specialmente dall’accidia.

 

La presunzione

Articolo 1

Se la presunzione si appoggi su Dio o sulla propria virtù

Vi è presunzione quando si persegue come raggiungibile da se stessi un oggetto che sorpassa la propria capacità […]. E tale presunzione è in contrasto con la virtù della magnanimità […]. Oppure quando uno persegue come un bene raggiungibile mediante la potenza e la misericordia di Dio una cosa che tale non è […]. E questa presunzione è propriamente uno dei peccati contro lo Spirito Santo.

Articolo 2

Se la presunzione sia un peccato

La presunzione è un peccato, minore però della disperazione.

Articolo 3

Se la presunzione sia più contraria al timore che alla speranza

La presunzione si oppone più direttamente alla speranza che al timore.

Articolo 4

Se la presunzione sia prodotta dalla vanagloria

C’è una presunzione che si fonda sulla propria capacità, e questa deriva chiaramente dalla vanagloria.

C’è poi una presunzione che si fonda in modo disordinato sulla misericordia e sulla potenza di Dio […]. E tale presunzione nasce direttamente dalla superbia.

 

I precetti relativi al timore e alla speranza

Articolo 1

Se sia giusto dare dei precetti sulla speranza

I comandamenti relativi alla speranza e alla fede non dovevano essere proposti come precetti […]. Il precetto della speranza doveva essere presentato nella prima istituzione della legge come una promessa […].

Dopo la prima enunciazione della legge, però, la sacra Scrittura in più modi induce gli uomini alla speranza, anche con ammonimenti e precetti, e non più soltanto a modo di promessa come nei libri della legge.

Articolo 2

Se si dovesse dare un precetto relativo al timore

Non era necessario dare un vero precetto nel timore [servile] avente per oggetto i castighi, ma bastava indurvi gli uomini con la minaccia del castigo […]. In seguito però i sapienti e i profeti, volendo consolidare gli uomini nell’obbedienza alla legge, diedero degli insegnamenti sotto forma di ammonizioni e di precetti sia sulla speranza che sul timore […].

Nella legge si danno poi dei precetti sul timore filiale, come anche sulla carità.

 

La carità in se stessa

Articolo 1

Se la carità sia un’amicizia

La carità è una certa amicizia dell’uomo con Dio.

Articolo 2

Se la carità sia qualcosa di creato nell’anima

L’atto della carità richiede più di ogni altro che esista in noi una forma aggiunta alla potenza naturale che la pieghi all’atto della carità, e faccia agire con prontezza e diletto.

Articolo 3

Se la carità sia una virtù

La carità è una virtù.

Articolo 4

Se la carità sia una virtù speciale

La carità è una virtù speciale.

Articolo 5

Se la carità sia una virtù unica

La carità è in modo assoluto un’unica virtù, senza pluralità di specie.

Articolo 6

Se la carità sia la più nobile delle virtù

La carità è più nobile della fede e della speranza, e quindi di tutte le altre virtù..

Articolo 7

Se ci possano essere delle vere virtù senza la carità

La vera virtù in assoluto è quella che ordina al bene principale dell’uomo […]. E così non ci può essere alcuna vera virtù senza la carità. – Se invece si considera la virtù in rapporto a un fine particolare, allora si può parlare di virtù anche senza la carità, in quanto cioè essa è ordinata a un bene particolare.

Se però questo bene particolare è un bene non vero, ma apparente, allora la virtù a esso correlativa non sarà una vera virtù, ma una sua falsa immagine […].

Se invece tale bene particolare è un bene vero […], allora si avrà una vera virtù, ma imperfetta […]. E in base a ciò, assolutamente parlando, non ci può essere una vera virtù senza la carità.

Articolo 8

Se la carità sia la forma delle virtù

La carità dà la forma agli atti di tutte le altre virtù. E in questo senso si dice che essa è la forma delle altre virtù.

 

Il soggetto della carità

Articolo 1

Se la volontà sia la sede della carità

La sede della carità non è l’appetito sensitivo, ma l’appetito intellettivo, cioè la volontà.

Articolo 2

Se la carità sia prodotta in noi per infusione

La carità non può trovarsi in noi per natura, né essere acquisita con le forze naturali, ma è dovuta all’infusione dello Spirito Santo, che è l’amore del Padre e del Figlio, e la cui partecipazione in noi è precisamente la carità creata.

Articolo 3

Se la carità venga infusa secondo le capacità naturali

La misura della carità non dipende dalla costituzione della natura, o dalla capacità della virtù naturale, ma solo dal volere dello Spirito Santo, che distribuisce i doni come vuole.

Articolo 4

Se la carità possa aumentare

La carità dei viatori è per sua natura capace di aumento.

Articolo 5

Se la carità aumenti per addizione

La carità aumenta intensificandosi nel soggetto, il che è come dire essenzialmente, e non mediante l’addizione di altra carità.

Articolo 6

Se la carità aumenti con qualsiasi atto di carità

La carità non cresce in maniera attuale con qualsiasi atto: però qualsiasi atto di carità predispone al suo aumento.

Articolo 7

Se la carità aumenti all’infinito

All’aumento della carità non si può fissare alcun limite nella vita presente.

Articolo 8

Se in questa vita la carità possa essere perfetta

Rispetto all’oggetto in nessuna creatura la carità può essere perfetta, ma è perfetta solo la carità con la quale Dio ama se stesso.

In rapporto al soggetto che ama si dice che la carità è perfetta in tre modi. Primo, quando tutto il cuore di un uomo si porta sempre attualmente verso Dio. E questa è la perfezione della carità nella patria celeste, perfezione che non può essere raggiunta in questo mondo. – Secondo, quando uno mette tutto il suo impegno nell’attendere a Dio e alle cose divine trascurando tutto il resto, a eccezione di quanto è richiesto per le necessità della vita. E questa è la perfezione della carità che è possibile nella vita presente: però non è comune a tutti quelli che hanno la carità. – Terzo, quando uno tiene abitualmente tutto il suo cuore in Dio: in modo cioè da non pensare e da non volere niente che sia contrario all’amore di Dio. E questa perfezione è comune a tutti quelli che hanno la carità.

Articolo 9

Se sia giusto distinguere nella carità i tre gradi di incipiente, proficiente e perfetta

Si distinguono diversi gradi nella carità in base ai vari compiti che l’uomo è portato ad affrontare con l’aumento di essa. Infatti da principio l’uomo ha il compito principale di allontanarsi dal peccato […]. E ciò appartiene agli incipienti […]. – Segue poi lo sforzo di avanzare nel bene. E questo compito appartiene ai proficienti. – Il terzo compito infine consiste nell’attendere principalmente ad aderire a Dio e a godere di lui. E ciò appartiene ai perfetti.

Articolo 10

Se la carità possa diminuire

La carità propriamente non può diminuire in alcun modo. Tuttavia in senso improprio si può chiamare diminuzione della carità la predisposizione alla sua perdita.

Articolo 11

Se chi ha ricevuto la carità possa perderla

Dal lato dello Spirito Santo che muove l’anima la carità è impeccabile […]. E anche nella sua intrinseca natura non può peccare in alcun modo […]. Dal lato del soggetto invece, nello stato di via, può verificarsi un atto che fa perdere la carità.

Articolo 12

Se la carità venga perduta con un solo peccato mortale

L’abito della carità viene meno con un solo atto di peccato mortale.

 

L’oggetto della carità

Articolo 1

Se l’amore di carità si limiti a Dio o si estenda anche al prossimo

L’abito della carità si estende non solo all’amore di Dio, ma anche a quello del prossimo.

Articolo 2

Se si debba amare la carità con amore di carità

La carità è amata come il bene che vogliamo all’amico.

Articolo 3

Se si debbano amare con amore di carità anche le creature irrazionali

L’amicizia della carità non è possibile verso le creature prive di ragione. Tuttavia possiamo amare queste creature come beni da volere ad altri.

Articolo 4

Se dobbiamo amare noi stessi con amore di carità

Tra le cose che uno ama con amore di carità, perché attinenti a Dio, c’è anche la propria persona.

Articolo 5

Se l’uomo debba amare con amore di carità il proprio corpo

Dobbiamo amare anche il nostro corpo con quell’amore di carità col quale amiamo Dio. – Non dobbiamo però amare nel nostro corpo la contaminazione della colpa e il guasto della pena, ma anelare piuttosto col desiderio della carità alla loro eliminazione.

Articolo 6

Se i peccatori vadano amati con amore di carità

Per la loro natura i peccatori devono essere amati con amore di carità […]. Per la colpa invece, con la quale si oppongono a Dio, tutti i peccatori devono essere odiati, compresi il padre, la madre e i parenti [Lc 14,26].

Articolo 7

Se i peccatori amino se stessi

Secondo la sostanza, o natura, tutti gli uomini, buoni e cattivi, amano se stessi […]. I buoni stimano principale in loro stessi la natura razionale, mentre i cattivi stimano  principale in loro stessi la natura sensitiva […]. E così questi utimi, non conoscendo realmente se stessi, in verità non si amano, ma amano in se stessi quello che pensano di essere. I buoni, invece, conoscendo se stessi, si amano veramente […]. I cattivi amano se stessi secondo la corruzione dell’uomo esteriore, mentre in tal modo sono i buoni che non amano se stessi.

Articolo 8

Se la carità esiga che si amino i nemici

Amare in nemici in quanto nemici è una cosa perversa e contraria alla carità.

Amare i nemici quanto alla loro natura in generale è imposto dalla carità.

Amare i nemici in particolare, con un affetto speciale di carità verso il nemico, la carità non lo richiede necessariamente, ma lo esige come predisposizione dell’animo: che cioè uno abbia l’animo disposto ad amare singolarmente il suo nemico, se la necessità lo richiedesse.

Che invece uno ami attualmente per amore di Dio i propri nemici fuori dei casi di necessità, appartiene alla perfezione della carità.

Articolo 9

Se la carità esiga necessariamente
che si mostrino ai nemici segni e atti di benevolenza

Prestare ai nemici quei benefici o segni di affetto che si danno comunemente a tutti è uno stretto dovere […].

Prestare invece quei benefici che si elargiscono in particolare ad alcune persone, non lo si esige se non nella predisposizione dell’animo, cioè nel caso in cui si trovassero in necessità.

Articolo 10

Se la carità ci obblighi ad amare gli angeli

L’amicizia della carità si estende anche agli angeli.

Articolo 11

Se la carità ci obblighi ad amare i demoni

Come oggetto diretto dell’amicizia non possiamo avere un’amicizia di carità con tali spiriti […].

Possiamo però amare con amore di carità la natura dei demoni: cioè in quanto vogliamo che questi spiriti conservino la loro natura a gloria di Dio.

Articolo 12

Se sia giusto enumerare quattro cose da amarsi con amore di carità, cioè:
Dio, il prossimo, il nostro corpo e noi stessi

Nella compartecipazione della beatitudine su cui si fonda la carità c’è una realtà che è da considerarsi come il principio irradiatore della beatitudine, cioè Dio; ce n’è poi una seconda che ne partecipa direttamente, cioè l’uomo e l’angelo, e ce n’è infine una terza a cui la beatitudine giunge per una certa ridondanza, ed è il corpo umano.

 

L’ordine della carità

Articolo 1

Se esista un ordine nella carità

È necessario che negli esseri che sono amati con la carità si riscontri un certo ordine in rapporto al primo principio di questo amore, che è Dio.

Articolo 2

Se Dio debba essere amato più del prossimo

La carità ci obbliga ad amare principalmente e sommamente Dio, che va amato come causa della beatitudine, mentre il prossimo va amato come compartecipe di essa.

Articolo 3

Se con la carità l’uomo debba amare Dio più di se stesso

Con la carità l’uomo è tenuto ad amare Dio più di se stesso.

Articolo 4

Se con la carità dobbiamo amare noi stessi più del prossimo

L’uomo deve amare se stesso, dopo Dio, più che chiunque altro.

Articolo 5

Se l’uomo debba amare il prossimo più del proprio corpo

Quanto alla salvezza dell’anima, dobbiamo amare il prossimo più del nostro corpo.

Articolo 6

Se tra i prossimi alcuni siano da amarsi più di altri

Anche affettivamente, tra i prossimi alcuni vanno amati più di altri.

Articolo 7

Se si debbano amare maggiormente i più buoni o i nostri congiunti più stretti

Le variazioni di ordine specifico nell’amore di carità verso il prossimo vanno determinate in rapporto a Dio: in modo cioè che a uno che è più vicino a Dio vogliamo con la carità un bene maggiore […]. Quanto però all’intensità dell’amore, uno ama i suoi congiunti più stretti più di quanto ami i più buoni.

Articolo 8

Se si debba amare più di tutti chi è unito a noi con i vincoli del sangue

Con la carità siamo tenuti ad amare maggiormente i nostri congiunti più stretti […].

Nelle cose riguardanti la natura dobbiamo amare di più i consanguinei, in quelle riguardanti la vita politica i concittadini e in quelle militari i commilitoni.

L’amicizia dei consanguinei è più stabile, tuttavia le altre amicizie possono essere più forti in quello che è l’elemento proprio di ciascuna di esse.

Articolo 9

Se con la carità uno debba amare più il figlio che il padre

Dal lato dell’oggetto il padre è da amarsi più del figlio, mentre dal lato del soggetto che ama il figlio è da amarsi più del padre.

Articolo 10

Se l’uomo sia tenuto ad amare più la madre che il padre

Parlando formalmente, il padre deve essere amato più della madre.

Articolo 11

Se l’uomo debba amare la moglie più del padre e della madre

In rapporto al bene come tale, che costituisce l’oggetto dell’amore, i genitori devono essere amati più della moglie […]. In rapporto invece al legame soggettivo, si deve amare di più la moglie.

Articolo 12

Se si debbano amare di più i benefattori o i beneficati

In quanto bene superiore va amato di più il benefattore, ma per l’intensità del legame amiamo di più i beneficati.

Articolo 13

Se l’ordine della carità rimanga anche nella patria beata

È necessario che l’ordine della carità rimanga nella patria beata quanto alla superiorità dell’amore di Dio su tutte le cose […].

Quanto ai rapporti reciproci, fra i vari motivi verrà preferito incomparabilmente quello che scaturisce dalla vicinanza a Dio.

 

L’atto principale della carità, cioè l’amore o dilezione

Articolo 1

Se alla carità appartenga maggiormente l’amare o l’essere amati

Alla carità spetta più l’amare che l’essere amati.

Articolo 2

Se l’amare, in quanto atto della carità, si identifichi con la benevolenza

Nell’amore di carità è inclusa la benevolenza, ma l’amore vi aggiunge un legame di affetto.

Articolo 3

Se con la carità Dio debba essere amato per se stesso

Possiamo amare Dio per altre cose nel senso che da altre cose veniamo predisposti a crescere nell’amore di Dio.

Articolo 4

Se in questa vita si possa amare Dio senza intermediari

La carità ama Dio immediatamente, e le altre cose mediante Dio.

Articolo 5

Se si possa amare Dio totalmente

Riferendo la totalità alla cosa amata, Dio deve essere amato totalmente. – E anche riferendo la totalità a chi ama, Dio deve essere amato totalmente. – Riferendo la totalità al confronto tra chi ama e la cosa amata, cioè in modo che la misura di chi ama sia pari a quella dell’oggetto amato, la cosa è impossibile.

Articolo 6

Se nell’amore di Dio si debba usare una certa misura

Nella misura dell’amore di Dio non può darsi un eccesso. E così più si ama, più l’amore di Dio è eccellente.

Articolo 7

Se sia più meritorio amare i nemici che amare gli amici

In rapporto al prossimo che è oggetto di amore, l’amore degli amici è superiore a quello dei nemici, perché c’è una bontà maggiore e un legame più stretto.

In rapporto invece al motivo per cui si ama, è superiore l’amore dei nemici. Primo, perché l’unico motivo per cui si ama è Dio. – Secondo, perché la carità divina si mostra tanto più forte quanto più sono difficili gli atti che compie.

Articolo 8

Se amare il prossimo sia più meritorio che amare Dio

Considerando separatamente i due amori, non c’è dubbio che l’amore di Dio è più meritorio.

Considerando invece un amore di Dio limitato al solo Dio, e un amore del prossimo motivato dall’amore di Dio, l’amore del prossimo è superiore.

 

La gioia

Articolo 1

Se la gioia sia in noi un effetto della carità

La gioia spirituale, che ha Dio per oggetto, è causata dalla carità.

Articolo 2

Se la gioia spirituale causata dalla carità escluda ogni tristezza

C’è una gioia principale, propria della carità con cui godiamo del bene divino considerato in se stesso. E questa gioia non ammette alcuna tristezza […].

C’è però un’altra gioia della carità, con la quale uno gode del bene divino in quanto partecipato da noi […].

E da questo lato la gioia della carità può ammettere una mescolanza di tristezza.

Articolo 3

Se la gioia spirituale causata dalla carità possa essere completa in noi

In rapporto alla realtà di cui si gode, solo Dio può avere il godimento completo di se stesso […].

In rapporto invece a colui che gode, la gioia dei beati è perfettamente piena, anzi, traboccante.

Articolo 4

Se la gioia sia una virtù

La gioia non è una virtù distinta dalla carità, ma è un certo suo atto, o effetto.

 

La pace

Articolo 1

Se la pace si identifichi con la concordia

La concordia implica l’unione degli appetiti di diverse persone, mentre la pace, oltre a ciò, implica l’unione degli appetiti in ciascuna di esse.

Articolo 2

Se tutti gli esseri desiderino la pace

È necessario che chiunque ha un desiderio, desideri la pace.

Articolo 3

Se la pace sia un effetto proprio della carità

Il concetto di pace implica due tipi di unificazione: la prima riguardante il coordinamento dei propri appetiti, la seconda riguardante la fusione dei propri appetiti con quelli altrui. E tutte e due queste unificazioni sono compiute dalla carità.

Articolo 4

Se la pace sia una virtù

Non c’è oltre alla carità un’altra virtù di cui la pace sia l’atto peculiare.

 

La misericordia

Articolo 1

Se il male sia propriamente il movente della misericordia

Tra i moventi della misericordia che appartengono alla miseria troviamo innanzitutto tutte le cose contrarie all’appetito naturale del prossimo, cioè i mali che corrompono e contristano […]. – Secondo, questi mali provocano maggiormente alla misericordia se sono contrari anche al volere deliberato. – Terzo, questi mali spingono ancora di più alla misericordia se contrastano con tutto il volere di un uomo. Per cui Aristotele parla di «colui che soffre immeritatamente».

Articolo 2

Se tra i motivi del compatimento ci siano i difetti personali di chi ha misericordia

La menomazione è sempre un motivo di misericordia: o perché uno considera propria la menomazione di altri per il legame dell’amore, oppure per la possibilità di subire qualcosa di simile.

Articolo 3

Se la misericordia sia una virtù

La misericordia è una virtù.

Articolo 4

Se la misericordia sia la più grande delle virtù

In se stessa la misericordia è certamente al primo posto […].

Per colui però che la possiede la misericordia non è la virtù più grande, a meno che egli non sia il più grande, che non ha nessuno sopra di sé, ma tutti sotto di sé […]. In ogni modo fra tutte le virtù che riguardano il prossimo la prima è la misericordia.

 

La beneficenza

Articolo 1

Se la beneficenza sia un atto della carità

La beneficenza, nel suo aspetto generico, è un atto dell’amicizia, o della carità. – Se però il bene che uno fa ad altri viene considerato sotto un qualche aspetto particolare di bene, allora la beneficenza riveste una speciale natura, e appartiene a una virtù speciale.

Articolo 2

Se si debba fare del bene a tutti

La beneficenza deve estendersi a tutti, sia pure secondo i tempi e i luoghi.

Articolo 3

Se siamo tenuti a beneficare maggiormente i congiunti più prossimi

È necessario essere più benevoli verso i congiunti più stretti […]. E secondo i vari legami si devono impartire diversamente i vari benefici […]. Però questo criterio può variare secondo le diversità di luogo, di tempo e di circostanze.

Articolo 4

Se la beneficenza sia una virtù speciale

La beneficenza non è una virtù distinta dalla carità, ma indica un suo atto.

 

L’elemosina

Articolo 1

Se dare l’elemosina sia un atto di carità

Fare l’elemosina è un atto di carità dettato dalla misericordia.

Articolo 2

Se i vari generi di elemosina siano ben enumerati

La ricordata enumerazione dei vari tipi di elemosina è desunta correttamente dai vari bisogni del nostro prossimo […]. I generi sono:

Dar da mangiare agli affamati, dar da bere agli assetati, vestire gli ignudi, alloggiare i pellegrini, visitare gli infermi, riscattare i prigionieri, seppellire i morti.

Per i bisogni spirituali c’è la preghiera, l’insegnamento, il consiglio, la consolazione, la correzione, il perdono, la sopportazione.

Articolo 3

Se l’elemosina corporale sia superiore a quella spirituale

In assoluto le elemosine spirituali hanno più valore […]. Però in rapporto a casi particolari certe elemosine materiali sono da anteporsi a quelle spirituali.

Articolo 4

Se l’elemosina corporale possa avere un effetto spirituale

Nella sua materialità essa ha solo un effetto corporale, ma nelle sue cause porta un frutto spirituale; e anche nei suoi effetti porta tale frutto.

Articolo 5

Se fare l’elemosina sia di precetto

È di precetto fare l’elemosina quando si ha del superfluo; e quando si tratta di aiutare chi è in estrema necessità. Fare invece altre elemosine è di consiglio.

Articolo 6

Se uno sia tenuto a fare l’elemosina con il suo necessario

Dare l’elemosina con un bene senza di cui un dato essere non può sussistere è assolutamente proibito […]. A meno che non si tratti forse del caso in cui, togliendolo a se stesso, uno lo offra a una persona qualificata che è di sostegno alla Chiesa o alla patria […].

Secondo, un bene può essere necessario nel senso che senza di esso non è possibile vivere secondo la condizione o lo stato della propria persona, o delle persone affidate alle proprie cure […]. Ora, fare l’elemosina con questi beni è cosa buona: però non è di precetto, ma di consiglio. Ci sarebbe invece un disordine se uno elargisse dei suoi beni tanto da non poter vivere, con ciò che rimane, secondo il proprio stato, o da non poter compiere i propri doveri […].

Però qui vanno fatte tre eccezioni, nelle quali uno fa bene a trascurare le esigenze del proprio stato per far fronte a una necessità più grave.

Articolo 7

Se si possa fare l’elemosina con i beni male acquistati

Una cosa può essere male acquistata in tre modi, e bisogna vedere caso per caso se e a chi debba essere restituita.

Articolo 8

Se possa fare l’elemosina chi è soggetto al potere altrui

Chi non è padrone di se stesso, non può fare elemosine con le sostanze in cui dipende da un superiore se non nella misura permessagli dal superiore medesimo.

Articolo 9

Se nel fare l’elemosina si debbano preferire i nostri congiunti

I nostri congiunti più stretti sono toccati a noi come in sorte, perché noi provvediamo ad essi maggiormente. Tuttavia in ciò si deve procedere con discrezione, badando ai vari gradi di parentela, di santità e di utilità.

Articolo 10

Se l’elemosina vada fatta con larghezza

Dalla parte di chi dà, dare con larghezza in proporzione alle proprie facoltà è cosa lodevole.

Dalla parte invece di chi riceve, l’elemosina può essere abbondante in due modi. Primo, quando soddisfa efficacemente alla sua indigenza. E dare con larghezza l’elemosina in questo caso è lodevole. – Secondo, quando sovrabbonda fino al superfluo. E ciò non è lodevole.

 

La correzione fraterna

Articolo 1

Se la correzione fraterna sia un atto di carità

La correzione fraterna è un atto di carità.

C’è però una seconda correzione, che applica un rimedio al peccato del colpevole in quanto è un male altrui, e specialmente in quanto nuoce al bene comune. E tale correzione è un atto di giustizia.

Articolo 2

Se la correzione fraterna sia di precetto

La correzione fraterna è ordinata all’emendamento del fratello. Perciò essa è di precetto in quanto è necessaria a questo fine, e non nel senso che si debba correggere il fratello che sbaglia in qualsiasi luogo e in qualsiasi tempo.

Articolo 3

Se la correzione fraterna spetti solo ai prelati

C’è una correzione che è un atto di carità e tende a emendare il fratello. E tale correzione spetta a chiunque abbia la carità, sia egli suddito o prelato. – C’è poi una seconda correzione che è un atto di giustizia […], e questa spetta solo ai prelati.

Articolo 4

Se un suddito sia tenuto a correggere il suo prelato

Non spetta ai sudditi nei riguardi del loro prelato quella correzione che mediante la coercizione della pena è un atto di giustizia. Invece la correzione fraterna che è un atto di carità spetta a tutti nei riguardi di qualunque persona verso cui siamo tenuti ad avere la carità, quando in essa troviamo qualcosa da correggere […]. Però nelle correzioni che i sudditi fanno ai loro superiori si deve rispettare il debito modo.

Articolo 5

Se un peccatore sia tenuto a correggere i colpevoli

Se il peccatore corregge con umiltà non pecca, e non merita una nuova condanna; sebbene allora egli si mostri condannabile per il peccato commesso o di fronte alla coscienza del proprio fratello, o almeno di fronte alla propria.

Articolo 6

Se uno debba astenersi dalla correzione per paura che il colpevole diventi peggiore

C’è una correzione riservata ai prelati che è ordinata al bene comune e ha forza coattiva. E questa correzione non va trascurata per il turbamento di colui che la subisce […].

C’è invece una correzione che non viene esercitata con la coazione, ma con la semplice ammonizione. In questo caso, quando si giudica probabile che il peccatore non accetterà l’ammonizione, ma farà peggio, si deve desistere dal correggerlo.

Articolo 7

Se nella correzione fraterna
sia obbligatorio far precedere l’ammonizione alla denunzia

Se sono peccati pubblici, vanno rimproverati pubblicamente.

Se sono peccati occulti che causano al prossimo un danno, bisogna subito procedere alla denunzia, per impedire tale danno.

Ci sono però delle colpe che fanno male solo a chi pecca e a te contro cui si pecca […]. In tal caso si deve badare soltanto a soccorrere il fratello colpevole.

Articolo 8

Se alla pubblica denunzia debba precedere il ricorso ai testimoni

È conveniente che in mezzo venga posto il ricorso ai testimoni.

 

L’odio

Articolo 1

Se uno possa odiare Dio

Dio può essere odiato da certuni: in quanto cioè viene considerato come proibitore dei peccati e distributore dei castighi.

Articolo 2

Se l’odio di Dio sia il più grave dei peccati

L’odio di Dio è il più grave fra tutti i peccati.

Articolo 3

Se qualsiasi odio del prossimo sia un peccato

È lecito odiare nei fratelli il peccato e tutto ciò che è una mancanza di rispetto verso la grazia divina, mentre uno non può senza peccato odiare in essi la natura e la grazia […]. Per cui l’odio dei fratelli, semplicemente preso, è sempre peccaminoso.

Articolo 4

Se l’odio del prossimo
sia il più grave peccato che si possa commettere contro di esso

In base al disordine di colui che pecca l’odio è un peccato più grave degli atti esterni che danneggiano il prossimo […]. Quanto invece al danno inflitto al prossimo i peccati esterni sono peggiori dell’odio.

Articolo 5

Se l’odio sia un vizio capitale

L’odio non è un vizio capitale.

Articolo 6

Se l’odio nasca dall’invidia

L’odio nasce dall’invidia.

 

L’accidia

Articolo 1

Se l’accidia sia un peccato

L’accidia è un peccato.

Articolo 2

Se l’accidia sia un vizio specifico

La tristezza con cui uno si addolora del bene spirituale relativo agli atti delle singole virtù non appartiene a un vizio specifico, ma a tutti i vizi. Il rattristarsi invece del bene divino, di cui gode la carità, appartiene a un vizio specifico, che è denominato accidia.

Articolo 3

Se l’accidia sia un peccato mortale

Per il suo genere l’accidia è un peccato mortale […]. Talora però il moto dell’accidia si limita alla sensualità, e allora è un peccato veniale. Talora invece giunge fino alla ragione […]. E allora è chiaro che l’accidia è un peccato mortale.

Articolo 4

Se l’accidia sia un vizio capitale

È giusto considerare l’accidia un vizio capitale.

 

L’invidia

Articolo 1

Se l’invidia sia una tristezza

Se uno si rattrista del bene di un altro in quanto è per lui nocivo, tale tristezza non è invidia, ma è piuttosto un effetto del timore. Il bene altrui però può essere creduto un male proprio in quanto sminuisce la propria gloria, o la propria eccellenza. Ed è in questo modo che si rattrista del bene altrui l’invidia.

Articolo 2

Se l’invidia sia un peccato

Se uno si rattrista del bene di un altro nel timore di riceverne un danno, tale tristezza non è invidia, e può essere senza peccato […].

Secondo, si può essere addolorati del bene di un altro […] perché esso manca a noi. E ciò propriamente è zelo, o gelosia […]. E se questa gelosia riguarda i beni onesti è cosa lodevole […]. Se invece ha per oggetto i beni temporali, può essere o non essere peccaminosa.

Terzo, uno può rattristarsi dei beni altrui perché colui che ne gode ne è indegno […]. Questa tristezza è proibita dalla Sacra Scrittura.

Quarto, uno può rattristarsi dei beni di un altro per il fatto che costui ha dei beni più grandi dei suoi. E questa è propriamente l’invidia. Ed è sempre una cosa cattiva.

Articolo 3

Se l’invidia sia un peccato mortale

L’invidia per il suo genere è un peccato mortale.

Articolo 4

Se l’invidia sia un vizio capitale

L’invidia è un vizio capitale.

 

La discordia

Articolo 1

Se la discordia sia un peccato

Uno discorda per se, o direttamente, dal prossimo quando coscientemente e intenzionalmente dissente da un bene di Dio e da un bene del prossimo nel quale è tenuto a consentire. E questo è un peccato mortale per il suo genere, essendo contrario alla carità […], sebbene i primi moti di questa discordia, per l’imperfezione dell’atto, siano peccati veniali.

Articolo 2

Se la discordia sia figlia della vanagloria

La discordia, con la quale ciascuno persegue il proprio parere rifiutando quello degli altri, è annoverata tra le figlie della vanagloria.

 

La contesa

Articolo 1

Se la contesa sia un peccato mortale

Se la contesa comporta un’impugnazione della verità e una maniera indecorosa, allora è un peccato mortale […]. Se invece per contesa si intende l’impugnazione della falsità fatta nel debito modo, è una cosa lodevole – Se infine si intende l’impugnazione della falsità compiuta in modo disordinato, allora la contesa può essere un peccato veniale: a meno che nella disputa non ci sia tanto disordine da generare scandalo negli altri […].

Articolo 2

Se la contesa sia figlia della vanagloria

La contesa è figlia della vanagloria allo stesso modo della discordia.

 

Lo scisma

Articolo 1

Se lo scisma sia un peccato speciale

Il peccato di scisma è un peccato speciale […]. Perciò sono detti propriamente scismatici coloro che spontaneamente e intenzionalmente si separano dall’unità della Chiesa, che è l’unità principale.

Articolo 2

Se lo scisma sia un peccato più grave dell’incredulità

Il peccato di incredulità è per il suo genere più grave del peccato di scisma: sebbene possa capitare che uno scismatico pecchi più gravemente di un incredulo, o per un maggiore disprezzo, o per una maggiore gravità del danno che arreca, o per altre cose del genere.

Articolo 3

Se gli scismatici conservino qualche potere

Il potere sacramentale rimane essenzialmente, nell’uomo che l’ha ricevuto con la consacrazione, per tutta la sua vita, anche se egli cade nell’eresia o nello scisma […].

Questi scismatici però perdono l’uso del potere, in modo cioè che non è lecito ad essi esercitarlo. Se però lo esercitano, il loro potere produce il suo effetto sul piano sacramentale […]. Il potere di giurisdizione invece non è indelebile. Per cui esso non rimane negli scismatici e negli eretici.

Articolo 4

Se sia giusto punire gli scismatici con la scomunica

È giusto che gli scismatici vengano puniti con la scomunica, ed è giusto che sperimentino la coercizione del potere civile.

 

La guerra

Articolo 1

Se fare la guerra sia sempre un peccato

Perché una guerra sia giusta si richiedono tre cose:

Primo, l’autorità del principe […].

Secondo, una causa giusta […].

Terzo, la rettitudine dell’intenzione di chi combatte […].

Articolo 2

Se ai chierici e ai vescovi sia lecito combattere

Gli esercizi guerreschi sono quanto mai incompatibili con gli uffici dei vescovi e dei chierici per due motivi. Primo, per un motivo generale. Secondo, per un motivo speciale.

Articolo 3

Se nelle guerre si possano tendere insidie

Ingannare i nemici dicendo il falso o mancando a una promessa è illecito.

È invece lecito servirsi di una certa segretezza, non mostrando il nostro proposito e le nostre idee. E queste sono le insidie di cui è lecito servirsi nelle guerre giuste.

Articolo 4

Se sia lecito combattere nei giorni festivi

Per la salvezza della patria è lecito ai fedeli combattere le guerre giuste nei giorni di festa, se però la necessità lo richiede.

 

La rissa

Articolo 1

Se la rissa sia sempre un peccato

La rissa comporta sempre un peccato. E in colui che aggredisce ingiustamente è un peccato mortale […]. In colui che si difende invece la rissa può essere senza peccato, ma talvolta è un peccato veniale, e altre volte anche mortale […].

Articolo 2

Se la rissa sia figlia dell’ira

La rissa propriamente nasce dall’ira.

 

La sedizione

Articolo 1

Se la sedizione sia un peccato speciale distinto dagli altri

La sedizione è un peccato specificamente distinto, il quale sotto un aspetto è affine alla guerra e alla rissa, e sotto un altro se ne differenzia.

Articolo 2

Se la sedizione sia sempre un peccato mortale

Nel suo genere la sedizione è un peccato mortale: e tanto più grave quanto più il bene comune, compromesso dalla sedizione, è superiore al bene privato, compromesso dalla rissa.

 

Lo scandalo

Articolo 1

Se lo scandalo sia ben definito come
«una parola o un’azione meno retta che offre un’occasione di caduta»

La definizione è buona.

Articolo 2

Se lo scandalo sia un peccato

Lo scandalo passivo in colui che viene scandalizzato è sempre un peccato […]. Tuttavia lo scandalo passivo può verificarsi senza un peccato da parte di colui la cui azione offre occasione di scandalo: come quando ci si scandalizza del bene compiuto da un altro. Così pure lo scandalo attivo è sempre un peccato in colui che scandalizza. Ci può essere tuttavia uno scandalo attivo senza il peccato di chi è esposto allo scandalo.

Articolo 3

Se lo scandalo sia un peccato speciale

Lo scandalo passivo non può essere un peccato speciale […].

Lo scandalo attivo è per accidens, ossia accidentale, quando è estraneo all’intenzione di chi agisce. – Al contrario lo scandalo attivo è per se quando uno con parole o azioni disordinate tenta di trascinare un altro al peccato. E in questo caso […]prende l’aspetto di un peccato speciale.

Articolo 4

Se lo scandalo sia un peccato mortale

Lo scandalo passivo può essere talvolta un peccato veniale […]. Talora invece è un peccato mortale.

Lo scandalo attivo poi, se è scandalo per accidens, o indiretto, può essere talora un peccato veniale […]. Talora invece è mortale. – Se poi lo scandalo attivo è per se e diretto, con l’intenzione di indurre a un peccato mortale, è un peccato mortale. Se invece uno cerca di indurre il prossimo a peccare venialmente con un peccato veniale, è un peccato veniale.

Articolo 5

Se lo scandalo passivo si possa riscontrare anche nei perfetti

Non ci può essere scandalo in coloro che aderiscono a Dio perfettamente.

Articolo 6

Se si possa riscontrare nei perfetti lo scandalo attivo

Alla perfezione ripugna più lo scandalo attivo che quello passivo. Ora, nei perfetti non si trova lo scandalo passivo. Quindi a maggiore ragione va escluso lo scandalo attivo.

Articolo 7

Se per evitare lo scandalo si debba tralasciare un bene spirituale

Le cose indispensabili alla salvezza non vanno tralasciate per evitare lo scandalo.

Per quanto riguarda invece le cose non indispensabili alla salvezza, occorre valutare i diversi casi.

Articolo 8

Se per evitare lo scandalo si debbano sacrificare i beni temporali

I beni a noi affidati per gli altri non possono venire sacrificati per evitare scandali.

Invece i beni di cui siamo padroni in certi casi dobbiamo sacrificarli, a motivo dello scandalo, cedendoli o non rivendicandoli, e in altri casi no.

 

I precetti della carità

Articolo 1

Se sulla carità si debbano dare dei precetti

Il comandamento più grande è quello della carità.

Articolo 2

Se sulla carità bisognasse dare due precetti

È necessario che si prescriva non soltanto il precetto dell’amore di Dio, ma anche quello dell’amore del prossimo, a vantaggio dei meno capaci, i quali non capirebbero facilmente che il secondo è contenuto nel primo.

Articolo 3

Se i due precetti della carità siano sufficienti

Per la carità sono da ritenersi sufficienti due precetti: il primo per indurci ad amare Dio come fine, il secondo per indurci ad amare il prossimo per amore di Dio.

Articolo 4

Se sia giusto il comando di amare Dio «con tutto il cuore»

Nel precetto dell’amore di Dio bisognava ricordare una simile totalità.

Articolo 5

Se al precetto «Amerai il Signore Dio tuo con tutto il tuo cuore» sia giusto aggiungere:
«e con tutta la tua anima e con tutte le tue forze»

Questo precetto ha redazioni diverse nei vari libri della Scrittura, e l’omissione di una cosa si spiega col fatto che è deducibile dalle altre.

Articolo 6

Se questo precetto dell’amore di Dio possa essere adempiuto nella vita presente

Questo precetto sarà adempiuto in maniera piena e perfetta nella patria. Nella vita presente invece è certamente adempiuto, ma imperfettamente. Tuttavia al presente uno lo osserva tanto più perfettamente di un altro quanto più si avvicina alla perfezione della patria.

Articolo 7

Se il precetto dell’amore del prossimo sia ben formulato

Questo comandamento è formulato in modo perfetto.

Articolo 8

Se l’ordine della carità sia di precetto

L’ordine della carità è di precetto.

 

Il dono della sapienza

Articolo 1

Se la sapienza vada computata fra i doni dello Spirito Santo

La sapienza è un dono dello Spirito Santo.

Articolo 2

Se la sapienza risieda nell’intelletto

Il dono della sapienza ha la sua causa, cioè la carità, nella volontà, ma ha la sua essenza nell’intelletto.

Articolo 3

Se la sapienza sia soltanto speculativa o anche pratica

Il dono della sapienza non è soltanto speculativo, ma anche pratico.

Articolo 4

Se la sapienza possa trovarsi senza la grazia e col peccato mortale

La sapienza di cui parliamo è incompatibile col peccato mortale.

Articolo 5

Se la sapienza si trovi in tutti coloro che sono in grazia

La sapienza di cui parliamo implica una certa rettitudine di giudizio nel considerare e nel consultare le cose divine. E sia per l’una come per l’altra funzione si riceve la sapienza, con la partecipazione alle realtà divine, secondo gradi diversi. Infatti alcuni ottengono un giudizio retto sia nel contemplare le cose divine che nell’ordinare le cose umane in conformità ai criteri divini, per quanto è necessario alla propria salvezza. E ciò non manca in nessuno che sia esente dal peccato mortale mediante la grazia santificante […].

Altri invece ricevono il dono della sapienza in un grado superiore, sia rispetto alla contemplazione delle realtà divine […], sia rispetto alla guida degli atti umani secondo i criteri divini […]. Ora, questo grado di sapienza non è comune a tutti coloro che hanno la grazia santificante, ma è da considerarsi tra le grazie gratis datae, che lo Spirito Santo distribuisce come vuole [1 Cor 12, 8 ss.].

Articolo 6

Se al dono della sapienza corrisponda la settima beatitudine

La settima beatitudine corrisponde bene al dono della sapienza, sia rispetto al merito, sia rispetto al premio [saranno chiamati figli di Dio].

 

La stoltezza

Articolo 1

Se la stoltezza sia il contrario della sapienza

La stoltezza è il contrario della sapienza, mentre la fatuità ne è la pura negazione.

Articolo 2

Se la stoltezza sia un peccato

La stoltezza per indisposizione naturale non è un peccato, ma se dipende dal fatto che uno ha immerso i propri sensi nei beni terreni [1 Cor 2,14], è un peccato.

Articolo 3

Se la stoltezza sia figlia della lussuria

La stoltezza peccaminosa nasce specialmente dalla lussuria.

 

La prudenza considerata in se stessa

Articolo 1

Se la prudenza risieda nelle facoltà conoscitive o in quelle appetitive

La prudenza propriamente è nella ragione.

Articolo 2

Se la prudenza
appartenga solo alla ragione pratica oppure anche a quella speculativa

La prudenza interessa soltanto la ragione pratica.

Articolo 3

Se la prudenza conosca i singolari

È necessario che la persona prudente conosca i principi universali della ragione, e conosca pure i singolari di cui si occupano le attività.

Articolo 4

Se la prudenza sia una virtù

La prudenza non ha soltanto l’aspetto di virtù comune alle altre virtù intellettuali, ma ha anche quello delle virtù morali, tra le quali viene enumerata.

Articolo 5

Se la prudenza sia una virtù specificamente distinta

La prudenza è una virtù speciale, distinta da tutte le altre.

Articolo 6

Se la prudenza prestabilisca il fine delle virtù morali

Alla prudenza non spetta prestabilire il fine delle virtù morali, ma solo predisporre i mezzi in ordine al fine.

Articolo 7

Se la prudenza abbia il compito di trovare il giusto mezzo nelle virtù morali

Conformarsi alla retta ragione è il fine proprio di ogni virtù morale […], ma determinare il modo e le vie per raggiungere il giusto mezzo nell’attività spetta alla prudenza.

Articolo 8

Se il comandare sia l’atto principale della prudenza

Essendo il comando l’atto più prossimo al fine della ragione pratica, esso è l’atto principale di questa ragione, e quindi della prudenza.

Articolo 9

Se la sollecitudine sia una proprietà della prudenza

La sollecitudine appartiene propriamente alla prudenza.

Articolo 10

Se la prudenza si estenda al governo della città

La prudenza non si interessa soltanto del bene privato di un uomo singolo, ma anche del bene di tutta la collettività.

Articolo 11

Se la prudenza relativa al bene proprio sia specificamente identica
a quella che si estende al bene comune

Il bene individuale, il bene familiare e il bene di una città o di un regno sono fini diversi. Perciò bisogna che anche le rispettive prudenze differiscano specificamente secondo questi tre fini: vi è quindi in primo luogo la prudenza ordinaria, che attende al bene proprio; in secondo luogo la prudenza economica o domestica, che è ordinata al bene comune della casa o della famiglia, e in terzo luogo la prudenza politica, che è ordinata al bene comune della città o del regno.

Articolo 12

Se  la prudenza si trovi nei sudditi oppure solo nei superiori

La prudenza non è una virtù del servo in quanto tale, né del suddito in quanto suddito […] . Essa risiede nel principe «in qualità di arte architettonica» […]; nei sudditi si trova invece «in qualità di arte manuale».

Articolo 13

Se la prudenza possa trovarsi nei peccatori

Soltanto la prudenza vera e perfetta, che delibera, giudica e comanda rettamente le cose ordinate al fine di tutta la vita, viene detta prudenza in assoluto. E non può trovarsi nei peccatori. Al contrario la prudenza falsa si trova solo nei peccatori, e quella imperfetta è comune ai buoni e ai cattivi.

Articolo 14

Se la prudenza si trovi in tutti coloro che sono in grazia

Chiunque possiede la grazia possiede la carità, e con essa tutte le altre virtù, compresa la prudenza.

Articolo 15

Se la prudenza sia insita in noi per natura

Rispetto alla conoscenza universale la prudenza e la scienza speculativa si trovano nelle stesse condizioni. Poiché i primi principi dell’una e dell’altra ci sono noti per natura […]. Gli altri principi universali successivi invece, sia della ragione speculativa che della ragione pratica, non si hanno per natura, ma per acquisizione mediante l’esperienza o l’esercizio, oppure con la disciplina. Quanto poi alla conoscenza particolare, non può essere naturale. Ne viene dunque che la prudenza non è una virtù naturale.

Articolo 16

Se la prudenza possa essere perduta per dimenticanza

La prudenza non viene eliminata direttamente dalla dimenticanza, ma piuttosto dalle passioni […]. Tuttavia la dimenticanza può intralciare la prudenza, in quanto questa passa a comandare partendo da certe conoscenze che possono essere distrutte dalla dimenticanza.

 

Le parti della prudenza

Articolo unico

Se siano ben determinate le parti della prudenza

Per analogia con le parti integranti, si possono determinare otto parti della prudenza, e di queste otto parti cinque appartengono alla prudenza in quanto è una virtù conoscitiva, cioè: la memoria, la ragione, l’intelletto, la docilità e la sagacia; le altre invece appartengono alla prudenza in quanto comanda, cioè: la previdenza, la circospezione e la cautela. Parti soggettive di una virtù sono poi le sue varie specie. E in questo modo sono parti della prudenza in senso proprio la prudenza con cui uno governa se stesso e la prudenza con cui uno governa la collettività, che come si è detto [q. 47, a.11] differiscono specificamente. A sua volta poi la prudenza fatta per il governo della collettività si suddivide in varie specie, secondo i diversi tipi di collettività. Se invece si prende il termine prudenza in senso lato, in quanto include anche la conoscenza speculativa, come si è notato sopra [q. 47,a. 2,ad 2], allora tra le sue parti troviamo anche la dialettica, la retorica e la fisica. Parti potenziali di una virtù sono infine certe virtù supplementari, sotto il cui aspetto sono parti della prudenza l’eubulia, la synesis e la gnome.

 

Le singole parti integranti della prudenza

Articolo 1

Se la memoria sia tra le parti della prudenza

La memoria è posta fra le parti della prudenza.

Articolo 2

Se l’intelletto, o intelligenza, sia tra le parti della prudenza

L’intelletto viene ricordato fra le parti della prudenza.

Articolo 3

Se la docilità vada considerata come una parte della prudenza

La docilità viene giustamente elencata fra le parti della prudenza.

Articolo 4

Se la solerzia sia una parte della prudenza

Quel filosofo [Andronico] che ha elencato la solerzia tra le parti della prudenza, la prende come equivalente all’eustochia in generale.

Articolo 5

Se la ragione vada considerata come una parte della prudenza

La ragione va enumerata fra le parti della prudenza.

Articolo 6

Se la previdenza vada elencata fra le parti della prudenza

La previdenza è una parte della prudenza.

Articolo 7

Se la circospezione vada enumerata fra le parti della prudenza

Per la prudenza si richiede la circospezione: in modo cioè che uno, nell’ordinare una cosa al suo fine, tenga presenti anche le circostanze.

Articolo 8

Se la cautela vada considerata come una parte della prudenza

La prudenza deve armarsi di cautela in modo da cogliere il bene evitando il male.

 

Le parti soggettive della prudenza

Articolo 1

Se tra le specie della prudenza ci sia la prudenza regale

La prudenza regale di governo è posta fra le specie della prudenza.

Articolo 2

Se sia giusto considerare la politica come una parte della prudenza

Nei sudditi si richiede una certa rettitudine di governo con la quale essi guidino se stessi nell’obbedire ai superiori. E ciò costituisce la specie della prudenza che viene detta politica.

Articolo 3

Se tra le specie della prudenza ci sia anche la prudenza economica o domestica

Come la prudenza comunemente detta, fatta per governare un solo individuo, è distinta dalla prudenza politica, così è necessario che la prudenza economica, o domestica, sia distinta da entrambe.

Articolo 4

Se tra le specie della prudenza ci sia anche quella militare

Si richiede anche la prudenza militare, con cui si respingono gli attacchi dei nemici.

 

Le parti potenziali della prudenza

Articolo 1

Se l’eubulia sia una virtù

L’eubulia è una virtù umana.

Articolo 2

Se l’eubulia sia una virtù distinta dalla prudenza

L’eubolia, che rende l’uomo disposto a ben consigliare, è una virtù distinta dalla prudenza, che predispone l’uomo a ben comandare.

Articolo 3

Se la synesis sia una virtù

Oltre all’eubolia si richiede un’altra virtù fatta per ben giudicare. E questa viene detta synesis.

Articolo 4

Se la gnome sia una virtù speciale

Si esige una virtù di giudizio impostata sui principi più alti, che viene detta gnome.

 

Il dono del consiglio

Articolo 1

Se il consiglio sia da annoverarsi fra i sette doni dello Spirito Santo

Il consiglio va posto fra i doni dello Spirito Santo.

Articolo 2

Se il dono del consiglio corrisponda alla virtù della prudenza

Il dono del consiglio corrisponde alla prudenza, come suo aiuto e coronamento.

Articolo 3

Se il dono del consiglio rimanga nella patria

Il dono del consiglio si trova nei beati, in quanto cioè Dio conserva in essi la conoscenza di ciò che sanno, e in quanto sono illuminati su ciò che non sanno in rapporto alle cose da compiere.

Articolo 4

Se la quinta beatitudine, relativa alla misericordia, corrisponda al dono del consiglio

Al dono del consiglio corrisponde specialmente la misericordia, non come a ciò che ne compie le opere, ma come a ciò che ne guida il compimento.

 

L’imprudenza

Articolo 1

Se l’imprudenza sia un peccato

L’imprudenza come semplice privazione è un peccato a causa della negligenza […]. L’imprudenza invece come contraria alla prudenza è un peccato che colpisce il costitutivo proprio della prudenza. Se ciò avviene con l’allontanamento dalle regole divine si ha un peccato mortale. Se invece uno agisce prescindendo da esse, ma senza disprezzo e senza pregiudizio per le cose indispensabili alla salvezza, si ha un peccato veniale.

Articolo 2

Se l’imprudenza sia un peccato specifico

L’imprudenza è il contrario della prudenza [a.1]. Ora, la prudenza è una virtù specifica. Quindi l’imprudenza è un vizio specifico.

Articolo 3

Se la precipitazione sia un peccato di imprudenza

Il vizio della precipitazione rientra nell’imprudenza.

Articolo 4

Se la sconsideratezza sia un peccato specifico di imprudenza

La mancanza di rettitudine nel giudizio costituisce il vizio della sconsideratezza, in quanto cioè uno si allontana dalla rettitudine nel giudicare poiché disprezza o trascura le cose da cui deriva il retto giudizio. Perciò è evidente che la sconsideratezza è un peccato.

Articolo 5

Se l’incostanza sia un vizio che rientra nel genere dell’imprudenza

L’incostanza, nel suo compimento, fa parte dell’imprudenza.

Articolo 6

Se i vizi suddetti nascano dalla lussuria

I vizi suddetti […] derivano soprattutto dalla lussuria.

 

La negligenza

Articolo 1

Se la negligenza sia un peccato specifico

La negligenza ha natura di peccato […], e in quanto implica un difetto di sollecitudine, è un peccato specifico.

Articolo 2

Se la negligenza si opponga alla prudenza

La negligenza rientra nell’imprudenza.

Articolo 3

Se la negligenza possa essere un peccato mortale

La negligenza può essere un peccato mortale in due modi. Primo, a motivo di ciò che viene tralasciato per negligenza. Se infatti è una cosa indispensabile per la salvezza […] si ha un peccato mortale. Secondo, a motivo della causa […], quando la volontà è tanto rilassata nelle cose di Dio da mancare totalmente di carità verso di lui […]. Quando invece la negligenza si limita a trascurare un atto o una circostanza che non sono indispensabili alla salvezza, e ciò non è fatto per disprezzo […], allora non è un peccato mortale, ma veniale.

 

I vizi opposti alla prudenza che hanno una somiglianza con essa

Articolo 1

Se la prudenza della carne sia un peccato

La prudenza della carne è un peccato.

Articolo 2

Se la prudenza della carne sia un peccato mortale

Se uno mette il fine ultimo di tutta la vita nella cura della propria carne, allora questa prudenza è un peccato mortale […].

Se invece si parla della prudenza della carne come di una prudenza particolare, allora è un peccato veniale.

Se poi uno subordina esplicitamente la cura del proprio corpo a un fine onesto […], allora non è il caso di parlare di prudenza della carne.

Articolo 3

Se l’astuzia sia un peccato speciale

Si tratta di un peccato opposto alla prudenza distinto dalla prudenza della carne.

Articolo 4

Se l’inganno sia un peccato che rientra nell’astuzia

L’inganno implica la messa in opera dell’astuzia. Quindi rientra nell’astuzia.

Articolo 5

Se la frode rientri nell’astuzia

La frode sembra concernere propriamente l’attuazione pratica dell’astuzia mediante le opere.

Articolo 6

Se sia lecito avere sollecitudine per le cose temporali

La sollecitudine per le cose temporali può essere illecita per tre motivi.

Articolo 7

Se si debba essere solleciti o preoccupati per il futuro

Il Signore proibisce la preoccupazione per il domani come eccessiva [Mt 6,34].

Articolo 8

Se questi vizi nascono dall’avarizia

I vizi suddetti nascono specialmente dall’avarizia.

 

I precetti relativi alla prudenza

Articolo 1

Se tra i precetti del decalogo se ne dovesse avere uno relativo alla prudenza

Non era giusto che tra i precetti del decalogo ci fossero dei precetti riguardanti direttamente la prudenza. Alla quale però appartengono in qualche modo tutti i precetti del decalogo in quanto essa guida tutti gli atti virtuosi.

Articolo 2

Se era conveniente che nell’antica legge venissero dati dei precetti proibitivi
riguardanti i vizi contrari alla prudenza

Era conveniente che nella legge si dessero dei precetti che proibissero la messa in opera dell’astuzia in azioni contrarie alla giustizia.

 

Il diritto

Articolo 1

Se il diritto sia l’oggetto della giustizia

Il diritto è l’oggetto della giustizia.

Articolo 2

Se sia giusto dividere il diritto in naturale e positivo

Il diritto consiste in una qualche opera adeguata ad altri secondo una certa uguaglianza. Ora, questa adeguazione può essere in forza della natura, e questo diritto è detto naturale, oppure in forza di un accordo o norma comune, e abbiamo il diritto positivo.

Articolo 3

Se il diritto delle genti si identifichi con il diritto naturale

Il diritto naturale in genere è comune a noi e agli animali, mentre il diritto delle genti è proprio dell’uomo.

Articolo 4

Se si debba distinguere specificamente il diritto paterno e padronale

Il diritto paterno e padronale si distingue da quello tra marito e moglie, tra i quali i rapporti sono più accentuati, come già diceva Aristotele.

 

La giustizia

Articolo 1

Se la giustizia sia ben definita come la
«volontà costante e perenne di dare a ciascuno il suo»

Se bene intesa, la suddetta definizione della giustizia è esatta.

Articolo 2

Se la giustizia sia sempre verso gli altri

La nozione stessa di giustizia esige un riferimento ad altri […]. Tuttavia metaforicamente si può parlare della giustizia di un uomo verso se stesso in quanto la ragione comanda all’irascibile e al concupiscibile e questi obbediscono alla ragione, e genericamente in quanto a ogni facoltà umana viene attribuito ciò che a essa conviene.

Articolo 3

Se la giustizia sia una virtù

La virtù umana è quella che rende buono l’atto umano, e buono l’uomo che lo compie. Ora, ciò compete alla giustizia.

Articolo 4

Se la giustizia risieda nella volontà

La giustizia non può risiedere nell’irascibile o nel concupiscibile, ma soltanto nella volontà.

Articolo 5

Se la giustizia sia una virtù generale

Alla giustizia possono appartenere gli atti di tutte le virtù, in quanto essa ordina l’uomo al bene comune . Ora, rispetto a questo compito la giustizia viene considerata una virtù generale, o universale […]. E questa giustizia viene detta giustizia legale.

Articolo 6

Se la giustizia generale si identifichi essenzialmente con qualsiasi virtù

La giustizia legale è detta generale per il fatto che ordina gli atti di tutte le altre virtù al proprio fine […]. Ed è anche una virtù specifica nella propria essenza in quanto riguarda il bene comune come suo oggetto proprio.

Articolo 7

Se oltre alla giustizia generale vi sia una giustizia particolare

Oltre alla giustizia legale si richiede una certa giustizia particolare che regoli l’uomo nei doveri verso gli altri individui.

Articolo 8

Se la giustizia particolare abbia una materia speciale

Siccome la giustizia dice ordine ad altri, non riguarda tutta la materia delle virtù morali, ma soltanto le cose e le azioni esterne sotto una ragione oggettiva particolare, cioè in quanto mettono in relazione con gli altri.

Articolo 9

Se la giustizia abbia per oggetto le passioni

La giustizia non ha per oggetto le passioni.

Articolo 10

Se il giusto mezzo della giustizia sia di ordine reale

La giustizia ha il suo giusto mezzo nell’ordine reale.

Articolo 11

Se l’atto della giustizia consista nel rendere a ciascuno il suo

L’atto specifico della giustizia non consiste se non nel rendere a ciascuno il suo.

Articolo 12

Se la giustizia sia superiore a tutte le virtù

Se parliamo della giustizia legale, è evidente che essa è la più nobile fra tutte le virtù morali […]. Ma anche se parliamo della giustizia particolare, essa eccelle fra le altre virtù morali per due ragioni.

 

L’ingiustizia

Articolo 1

Se l’ingiustizia sia un vizio specifico

L’illegalità, che si contrappone alla giustizia legale, è certamente per essenza un vizio specifico, poiché ha di mira un oggetto specifico, ossia il bene comune. Tuttavia quanto all’intenzione è un vizio generale. L’ingiustizia poi che nasce da una certa disuguaglianza rispetto ad altri, ha una materia specifica ed è un vizio particolare, contrapposto alla giustizia particolare.

Articolo 2

Se l’ingiusto debba il suo nome al compimento di una cosa ingiusta

Il compimento di una cosa ingiusta in maniera intenzionale e deliberata è propria dell’ingiusto, ossia di colui che ha l’abito dell’ingiustizia, mentre il compiere cose ingiuste in maniera preterintenzionale o passionale può competere anche a chi non ha l’abito dell’ingiustizia.

Articolo 3

Se uno possa subire volontariamente un’ingiustizia

Nessuno può compiere un’ingiustizia senza volerla, e nessuno può subirla se non contro la propria volontà. Tuttavia accidentalmente, e quasi parlando materialmente, uno può compiere involontariamente un’azione che di per sé è ingiusta […], oppure può subirla volontariamente.

Articolo 4

Se chiunque commette un’ingiustizia pecchi mortalmente

Commettere un’ingiustizia è nel suo genere un peccato mortale.

 

Il giudizio

Articolo 1

Se il giudizio sia un atto di giustizia

Il giudizio, che implica la retta determinazione del giusto o del diritto, appartiene propriamente alla giustizia.

Articolo 2

Se sia lecito giudicare

Il giudizio in tanto è lecito in quanto è un atto di giustizia, per il che si richiedono tre cose […]. Se manca uno qualsiasi di questi elementi, allora il giudizio è vizioso e illecito.

Articolo 3

Se il giudizio che nasce da un sospetto sia illecito

Il sospetto implica un certo vizio, e più esso procede, più è vizioso. Ci sono poi tre gradazioni del sospetto, alle quali corrisponde la gravità del peccato.

Articolo 4

Se i dubbi vadano risolti in senso favorevole

Quando non ci sono indizi evidenti della malizia di una persona, dobbiamo giudicarla buona, risolvendo i dubbi in senso favorevole.

Articolo 5

Se si debba sempre giudicare secondo la legge scritta

È necessario che il giudizio sia dato secondo la legge scritta.

Articolo 6

Se il giudizio sia reso perverso dall’usurpazione

È un’ingiustizia costringere una persona ad accettare un giudizio che non emana dalla pubblica autorità.

 

Le parti della giustizia

Articolo 1

Se sia ragionevole distinguere due specie di giustizia,
cioè la distributiva e la commutativa

Esistono due specie di giustizia: la commutativa e la distributiva.

Articolo 2

Se nella giustizia distributiva
il giusto mezzo venga determinato come nella commutativa

Nella giustizia distributiva il giusto mezzo non viene determinato secondo l’equivalenza di una cosa con un’altra, ma secondo una proporzionalità delle cose alle persone: cosicché, come una persona è superiore all’altra, così anche le cose che vengono date a una persona sono superiori a quelle date a un’altra […].

Al contrario nelle permute, o commutazioni, a una singola persona viene contraccambiato qualcosa per un bene che le apparteneva […]. Per cui bisogna adeguare una cosa a un’altra cosa: in modo che quanto uno ha in più, per averlo ricevuto da un altro, lo restituisca al legittimo proprietario in quantità uguale.

Articolo 3

Se per le due specie di giustizia la materia sia diversa

Se prendiamo per materia dei due tipi di giustizia ciò il cui uso è un’attività esterna, allora la materia della giustizia distributiva e della commutativa è identica […].

Se invece prendiamo come materia dei due tipi di giustizia le stesse azioni principali mediante cui facciamo uso delle persone, delle cose e delle prestazioni d’opera, allora la materia è diversa […].

Articolo 4

Se il giusto si identifichi semplicemente con il «contrappasso»

Il contrappasso è un principio valido nella giustizia commutativa […].

Esso invece non ha luogo nella giustizia distributiva.

 

La restituzione

Articolo 1

Se la restituzione sia un atto della giustizia commutativa

La restituzione è un atto della giustizia commutativa.

Articolo 2

Se la restituzione del mal tolto sia necessaria per salvarsi

Restituire il mal tolto è di necessità per la salvezza.

Articolo 3

Se basti restituire solo il mal tolto

Prima di essere condannato dal giudice uno non è tenuto a restituire più di quanto ha rubato; ma dopo la condanna è tenuto a scontare la pena.

Articolo 4

Se uno debba restituire anche ciò che non ha preso

Uno può essere danneggiato mediante l’asportazione di ciò che possiede in atto. E questo danno deve essere sempre restituito con un compenso equivalente. Secondo, uno può danneggiare una persona impedendole di conseguire ciò che era sul punto di acquistare. E questo danno non è necessario ripararlo in tutto […]. Tuttavia si è tenuti a dare un qualche compenso, secondo le circostanze delle persone e degli affari.

Articolo 5

Se si debba restituire sempre alla persona da cui si è preso

Per tale compensazione è necessario restituire al legittimo proprietario.

Articolo 6

Se a restituire la roba altrui sia sempre tenuto chi l’ha presa

In forza della cosa uno è tenuto a restituirla finché l’ha presso di sé.

Per quanto riguarda invece l’azione compiuta bisogna distinguere il furto e la rapina, i prestiti e i depositi, nei quali casi uno è tenuto a riparare in modo diverso.

Articolo 7

Se siano tenuti a restituire la roba altrui quelli che non l’hanno presa direttamente

Chiunque è causa di un’ingiusta sottrazione è tenuto alla restituzione.

Articolo 8

Se uno sia tenuto a restituire subito, o possa rimandare la restituzione

Tutti sono tenuti a restituire subito la roba altrui, o a chiedere una dilazione a chi può concederla.

 

L’accettazione di persone, o parzialità

Articolo 1

Se l’accettazione di persone sia un peccato

L’accettazione di persone è un peccato.

Articolo 2

Se ci possa essere accettazione di persone nella dispensazione di beni spirituali

È più grave avere riguardi personali nel conferimento dei beni spirituali che in quello dei beni temporali.

Può tuttavia accadere che, nel conferimento degli incarichi spirituali, senza accettazione di persone siano preferiti ai migliori quelli che in assoluto sono meno buoni [cf.1 Cor 12, 7].

Articolo 3

Se ci possa essere il peccato di accettazione di persona
nelle testimonianze di onore e di rispetto

Soltanto la virtù è il giusto motivo dell’onore […]. Però i principi e i prelati vengono onorati anche se cattivi in quanto fanno le veci di Dio e della collettività […]. – E per lo stesso motivo devono essere onorati i genitori e i padroni […]. – I vecchi poi vanno onorati perché portano il segno della virtù, che è la vecchiaia […]. – I ricchi, finalmente, vanno onorati per il fatto che occupano un grado superiore nella collettività.

Articolo 4

Se questo peccato possa verificarsi nelle sentenze giudiziarie

L’accettazione di persona corrompe il giudizio.

 

L’omicidio

Articolo 1

Se sia proibito sopprimere qualsiasi essere vivente

È lecito sopprimere le piante a uso degli animali, e gli animali a uso dell’uomo in forza dell’ordine stesso stabilito da Dio.

Articolo 2

Se sia lecito uccidere i peccatori

Se un uomo con i suoi peccati è pericoloso e disgregativo per la collettività è cosa lodevole e salutare sopprimerlo, per la conservazione del bene comune.

Articolo 3

Se sia lecito a una persona privata uccidere i colpevoli

La cura del bene comune è affidata ai principi investiti della pubblica autorità. Perciò ad essi soltanto è lecito uccidere i malfattori, non già alle persone private.

Articolo 4

Se uccidere i malfattori sia lecito ai chierici

Ai chierici non è permesso uccidere.

Articolo 5

Se sia lecito il suicidio

Il suicidio è assolutamente illecito.

Articolo 6

Se in qualche caso sia lecito uccidere un innocente

In nessun caso è lecito uccidere un innocente.

Articolo 7

Se sia permesso uccidere per difendersi

Questa azione non può essere considerata illecita per il fatto che con essa si intende conservare la propria vita […]. Se però uno nel difendere la propria vita usa maggiore violenza del necessario, il suo atto è illecito. Se invece reagisce con  moderazione, allora la difesa è lecita […]. Quindi non è necessario per la salvezza dell’anima che uno rinunzi alla legittima difesa per evitare l’uccisione di altri […].

Articolo 8

Se chi uccide casualmente un uomo sia colpevole di omicidio

Le realtà casuali in quanto tali non sono peccati […]. Però, secondo il diritto, se uno provoca la morte di un uomo mentre compie una cosa illecita, oppure se mentre compie cose lecite non prende le dovute precauzioni, non può sfuggire al reato di omicidio.

 

Le altre ingiustizie che vengono commesse contro le persone

Articolo 1

Se la mutilazione di una persona sia lecita in qualche caso

Dalla pubblica autorità uno può essere privato di un membro per i delitti minori. Ciò però non è lecito ad alcuna autorità privata, nemmeno col consenso dell’interessato […].

Diversamente, se un membro è un focolaio di infezione per tutto il corpo, allora col consenso dell’interessato è lecita la sua asportazione per la salute di tutto il corpo […]. E lo stesso discorso vale per giustificare l’asportazione fatta per la volontà di colui al quale spetta la cura della salute di chi ha un membro malato. Mutilare invece qualcuno di un membro fuori di questi casi è assolutamente proibito.

Articolo 2

Se sia lecito ai genitori percuotere i figli, e ai padroni i loro schiavi

Può lecitamente percuotere soltanto chi ha un potere sulla persona che viene percossa.

Articolo 3

Se sia lecito incarcerare un uomo

Incarcerare o sequestrare in qualunque modo una persona è illecito, a meno che non lo si faccia secondo l’ordine della giustizia, o come castigo o come misura preventiva per evitare un delitto.

Articolo 4

Se un peccato venga aggravato per il fatto che le ingiurie suddette
vengano inflitte a persone congiunte ad altre persone

Quando si fa torto a una persona che è legata in qualche modo con un’altra, l’ingiuria colpisce due persone, perciò, a parità di condizioni, il peccato è più grave. Tuttavia può capitare che per certe circostanze sia più grave il peccato contro una persona priva di congiunti.

 

Il furto e la rapina

Articolo 1

Se il possesso di beni esterni sia naturale per l’uomo

Nella loro natura le cose esterne non sottostanno al potere dell’uomo, ma solo a quello di Dio, al cui cenno tutti gli esseri umani ubbidiscono. Secondo l’uso invece che di esse si può fare, l’uomo ha un dominio naturale sulle cose esterne.

Articolo 2

Se sia lecito all’uomo possedere in proprio qualcosa

Quanto alla facoltà di procurarli e di amministrarli, è lecito all’uomo possedere dei beni propri. Anzi, è anche necessario per tre motivi. Primo, perché ciascuno è più sollecito del proprio che del comune. Secondo, perché così le cose si svolgono con più ordine. Terzo, perché così è più garantita la pace, accontentandosi ciascuno del suo.

Quanto al loro uso, l’uomo non deve considerare le cose come esclusivamente proprie, ma come comuni: in modo cioè da metterle facilmente a disposizione nelle altrui necessità.

Articolo 3

Se il furto consista nel prendere di nascosto la roba altrui

Il furto è propriamente l’occulta asportazione della roba altrui.

Articolo 4

Se il furto e la rapina siano peccati specificamente distinti

La rapina e il furto sono peccaminosi per motivi diversi. E così sono specificamente distinti.

Articolo 5

Se il furto sia sempre un peccato

Qualsiasi furto è un peccato.

Articolo 6

Se il furto sia un peccato mortale

Il furto, essendo incompatibile con la carità, è un peccato mortale.

Articolo 7

Se sia lecito rubare per necessità

Le cose che uno ha in sovrappiù, per diritto naturale devono servire al sostentamento dei poveri […]. È lasciata all’arbitrio di ognuno l’amministrazione dei propri beni per soccorrere con essi chi è in necessità. Se però la necessità è così urgente ed evidente da esigere il soccorso immediato con le cose che si hanno a portata di mano […], allora uno può soddisfare il suo bisogno con la manomissione, sia aperta che occulta, della roba altrui.

Articolo 8

Se si possa compiere una rapina senza peccato

Chiunque come persona privata, senza essere investito di pubblici poteri, toglie ad altri una cosa con la violenza, agisce illecitamente e compie una rapina.

Articolo 9

Se il furto sia un peccato più grave della rapina

La rapina è un peccato più grave del furto.

 

Le ingiustizie del giudice nell’amministrazione della giustizia

Articolo 1

Se sia lecito giudicare una persona non soggetta alla propria autorità

Nessuno può giudicare una persona se essa non è in qualche modo soggetta alla sua autorità, o ordinaria o delegata.

Articolo 2

Se un giudice possa pronunziare una sentenza contro la verità
che egli personalmente conosce, stando alle deposizioni

Nel giudicare, il giudice deve procedere non come persona privata, ma in base a quanto conosce come persona pubblica […]. Tuttavia di certe conoscenze egli può servirsi per esaminare con più rigore le prove addotte, e scoprire l’[eventuale]inganno. Se però a norma del diritto non potesse respingerle, deve uniformarsi ad esse nel giudicare.

Articolo 3

Se un giudice possa condannare un imputato anche in mancanza di altri accusatori

Nelle cause criminali un giudice non può pronunziare una condanna senza l’accusa.

Articolo 4

Se un giudice possa condonare la pena

Al giudice è impedito di condonare la pena al reo per due motivi […].

I giudici subordinati non hanno il potere di condonare la pena al reo contro le leggi imposte dai superiori […]. Il principe invece, che è investito dei pieni poteri dello stato, può lecitamente assolvere il reo, qualora l’offeso voglia condonare l’ingiuria, se la cosa non pregiudica il bene pubblico.

 

Le ingiustizie relative all’accusa

Articolo 1

Se si sia tenuti ad accusare

Se il delitto è tale da costituire un danno per la società, si è tenuti ad accusare, purché si sia in grado di provare le accuse […]. Se invece non si tratta di un peccato che reca danno alla società, o se non è possibile raccogliere le prove occorrenti, non si è tenuti a presentare l’accusa.

Articolo 2

Se l’accusa debba essere fatta per iscritto

A ragione si è stabilito che l’accusa, al pari degli altri atti del processo, sia presentata per iscritto.

Articolo 3

Se l’accusa sia resa ingiusta dalla calunnia, dalla prevaricazione e dalla tergiversazione

L’accusa può essere viziata dalle tre cose indicate.

Articolo 4

Se l’accusatore incapace di provare le accuse sia tenuto alla pena del taglione

È giusto che colui che con l’accusa pone altri nel pericolo di una grave pena, subisca egli stesso una pena consimile.

 

I peccati contro la giustizia dalla parte del colpevole

Articolo 1

Se l’accusato possa negare, senza peccato mortale,
la verità che gli meriterebbe la condanna

L’accusato è strettamente tenuto a esporre la verità che il giudice esige da lui a norma del diritto […]. Se però il giudice chiedesse cose non esigibili a norma del diritto, l’accusato non sarebbe tenuto a rispondergli, ma potrebbe lecitamente evadere la domanda, o con l’appello o in altri modi; tuttavia non potrebbe dire una menzogna.

Articolo 2

Se sia lecito all’accusato difendersi con la falsità

Una cosa è tacere la verità e un’altra proferire una menzogna. Ora, la prima cosa in certi casi può essere permessa […]. Tuttavia in nessun caso è lecito proporre una menzogna […].

Perciò al reo che viene accusato è lecito difendersi nascondendo nei debiti modi la verità che non è tenuto a confessare […]. – Al contrario non gli è lecito dire il falso; e neppure ricorrere alla frode o all’inganno.

Articolo 3

Se sia lecito al colpevole sfuggire la sentenza ricorrendo in appello

Uno può appellare per due motivi. Primo, poiché è persuaso della giustizia della propria causa […]. E in tal caso è lecito appellare […].

Secondo, può darsi che uno appelli per rimandare il processo e la giusta sentenza contro di lui. E questo è un difendersi con la finzione, che è illecito.

Articolo 4

Se a un condannato a morte che lo possa fare sia lecito difendersi

Si può essere condannati a morte giustamente. E in tal caso al condannato non è lecito difendersi. Secondo, uno può essere condannato ingiustamente […]. Ora, come è lecito resistere ai briganti, così è lecito in tal caso resistere ai cattivi governanti: salvo però il pericolo di scandalo.

 

Le ingiustizie commesse dai testimoni

Articolo 1

Se tutti siano tenuti a rendere testimonianza

Se la testimonianza è richiesta autoritativamente da un superiore a cui si è tenuti a ubbidire in cose relative alla giustizia, allora non c’è dubbio che si è tenuti a rendere la testimonianza che viene richiesta a norma di legge […]. Se invece si richiedesse la testimonianza su altri delitti […], uno non è tenuto a testimoniare.

Se diversamente la testimonianza non è richiesta dall’autorità di un superiore, allora bisogna distinguere. Se la deposizione è richiesta per liberare un uomo da qualcosa di ingiusto, uno è tenuto a testimoniare. E anche se la sua testimonianza non fosse richiesta, uno è tenuto a fare quello che può per denunziare la verità.

Se invece si tratta di deporre per la condanna di una persona, allora non si è tenuti a rendere testimonianza se non si è costretti dall’autorità a norma di legge.

Articolo 2

Se basti la testimonianza di due o tre testimoni

Si richiedono due testimoni; oppure, per una maggiore certezza, anche tre, in modo da avere la perfezione della pluralità negli stessi testimoni.

Articolo 3

Se si possa escludere un testimone senza una sua colpa

La testimonianza di una persona può essere rifiutata sia per una colpa, sia anche senza una colpa.

Articolo 4

Se la falsa testimonianza sia sempre un peccato mortale

Per lo spergiuro la falsa testimonianza è sempre un peccato mortale; per la violazione della giustizia è grave nel suo genere; per la falsità in se stessa non è sempre un peccato mortale.

 

Le ingiustizie processuali degli avvocati

Articolo 1

Se gli avvocati siano tenuti a patrocinare le cause dei poveri

Un avvocato non è tenuto a patrocinare le cause dei poveri sempre, ma solo quando concorrono certe condizioni […]. – E lo stesso si dica per il medico a proposito della cura dei poveri.

Articolo 2

Se sia ragionevole che alcuni per legge siano esclusi dall’ufficio di avvocato

Coloro che mancano di certe qualità sono esclusi assolutamente dal compito di avvocato, sia per se stessi che per gli altri.

Articolo 3

Se l’avvocato pecchi nel difendere una causa ingiusta

Se un avvocato difende scientemente una causa ingiusta, senza dubbio fa un peccato mortale; ed è tenuto a riparare il danno incorso ingiustamente dalla parte contraria a motivo del suo intervento. Se invece difende una causa ingiusta per ignoranza, cioè pensando che sia giusta, allora è scusato nella misura in cui può scusare l’ignoranza.

Articolo 4

Se l’avvocato possa accettare del danaro per la sua opera

Se uno vende il suo patrocinio o il suo consiglio non agisce contro la giustizia. E lo stesso si dica del medico che si prende cura di un malato, e di tutti gli altri professionisti di questo genere […]. Se però uno esige più dell’onesto, pecca contro la giustizia.

 

La contumelia

Articolo 1

Se la contumelia consista in parole

Propriamente parlando, la contumelia consiste in parole […]. Tuttavia, in senso lato, si può parlare di contumelia anche nei fatti.

Articolo 2

Se la contumelia, o insulto, sia un peccato mortale

Nei peccati di parola si deve considerare specialmente con quali disposizioni d’animo uno si esprime. Ora, nell’insulto o contumelia l’intenzione è quella di distruggere con le parole l’onore di una persona. E questo è un peccato mortale non meno del furto o della rapina: una persona infatti ama il proprio onore non meno dei suoi beni materiali.

Se invece uno dice parole di insulto o di contumelia senza l’intenzione di disonorare il prossimo, ma per correggere o per altre cose del genere, allora egli dice una contumelia non formalmente e propriamente, ma accidentalmente e solo materialmente […]. Per cui in certi casi questo fatto può dar luogo a un peccato veniale; e in altri a nessun peccato.

Articolo 3

Se si sia tenuti a sopportare gli insulti che si ricevono

Siamo tenuti ad avere l’animo preparato a sopportare gli insulti quando ciò è richiesto. In certi casi però è necessario respingere le ingiurie, o per il bene di chi insulta, o per il bene di altri.

Articolo 4

Se gli insulti nascano dall’ira

L’insulto nasce soprattutto dall’ira.

 

La detrazione o maldicenza

Articolo 1

Se la detrazione sia
«una denigrazione della fama altrui con parole dette di nascosto»

Si può danneggiare il prossimo con le parole in due modi: apertamente con la contumelia, di nascosto con la maldicenza, o detrazione.

Articolo 2

Se la detrazione sia un peccato mortale

La maldicenza di per sé è un peccato mortale.

Tuttavia capita talora che uno dica delle parole che intaccano la fama del prossimo non perché egli lo vuole, ma per altri motivi. E questa non è una detrazione in senso vero e proprio, ma lo è solo materialmente, in modo accidentale.

Uno poi è tenuto alla restituzione della fama, come di qualsiasi cosa rubata.

Articolo 3

Se la detrazione sia il più grave dei peccati contro il prossimo

I peccati che vengono commessi contro il prossimo vanno giudicati di per sé in rapporto al danno che arrecano […]. Perciò la detrazione, per il suo genere, è un peccato più grave del furto; è però meno grave dell’omicidio e dell’adulterio. – L’ordine tuttavia può essere mutato per delle circostanze aggravanti o attenuanti.

Accidentalmente poi la gravità del peccato dipende anche dal soggetto. E sotto questo aspetto i peccati di lingua hanno maggiori attenuanti.

Articolo 4

Se chi ascolta la maldicenza senza reagire pecchi gravemente

Se uno ascolta le detrazioni senza reagire, approva chi le fa, e quindi è partecipe del suo peccato. Se poi si lascia indurre alla maldicenza, oppure ne prova piacere per odio verso la persona che ne è vittima, allora non pecca meno di chi sparla del prossimo: anzi, di più, in certi casi […].

Se invece il peccato dispiace, ma si omette di reagire alla maldicenza per timore, o per negligenza, o per rispetto umano, allora si pecca, però in modo assai meno grave di chi sparla e per lo più venialmente.

 

La mormorazione o sussurrazione

Articolo 1

Se la mormorazione sia un peccato distinto dalla maldicenza

La mormorazione, o sussurrazione, e la maldicenza coincidono nella materia, e anche nella forma, ma differiscono nel fine. Poiché il maldicente mira a denigrare la fama del prossimo, mentre il mormoratore mira a distruggere l’amicizia.

Articolo 2

Se la maldicenza sia un peccato più grave della mormorazione

La mormorazione è un peccato più grave della maldicenza, e anche della contumelia.

 

La derisione

Articolo 1

Se la derisione sia un peccato speciale

Il peccato di derisione è distinto dai peccati precedenti.

Articolo 2

Se la derisione possa essere un peccato mortale

Quando deridere significa disprezzare si ha un peccato mortale.

E la derisione è tanto più grave quanto maggiore è il rispetto dovuto alla persona derisa.

 

La maledizione

Articolo 1

Se sia lecito maledire qualcuno

Si ha la vera maledizione quando uno comanda o desidera il male altrui in quanto male, avendo di mira quasi il male stesso. E questa maledizione è sempre illecita.

Articolo 2

Se sia lecito maledire una creatura priva di ragione

Maledire le cose prive di ragione in quanto sono creature di Dio è un peccato di bestemmia. – Maledirle per se stesse è cosa inutile e vana, e quindi illecita.

Articolo 3

Se maledire sia un peccato mortale

Vista nel suo genere, la maledizione è un peccato mortale. E tanto più grave quanto più siamo tenuti ad amare e a rispettare la persona che malediciamo […].

Talora però la maledizione è un peccato veniale, o per la lievità del male che viene augurato, oppure per il sentimento di chi proferisce le parole di maledizione, che può essere dovuto a un lieve moto di passione, o a qualche altro moto improvviso.

Articolo 4

Se la maledizione sia un peccato più grave della maldicenza

Ordinariamente la maldicenza è un peccato più grave della semplice maledizione, che esprime un desiderio. Invece la maledizione che si esprime sotto forma di comando, avendo l’aspetto di causa, può essere un peccato più grave della maldicenza, se vuole infliggere un danno più grave della denigrazione della fama, o più leggero. se il danno è minore.

 

La frode che viene commessa nelle compravendite

Articolo 1

Se sia lecito vendere una cosa per più di quanto vale

Usare la frode per vendere una cosa a un prezzo più alto del giusto è sempre un peccato […].

Vendere a più o comprare a meno di quanto la cosa costa è un atto ingiusto e illecito.

Articolo 2

Se la vendita sia resa ingiusta e illecita per un difetto della cosa venduta

Se il venditore ne ha coscienza commette una frode nella vendita, per cui la vendita è illecita ed egli è tenuto alla restituzione.

Articolo 3

Se il venditore sia tenuto a dichiarare i difetti di ciò che vende

Se il difetto è nascosto il venditore è obbligato a denunziarlo.

Se invece il difetto è evidente e il venditore pensa da se stesso a ridurre debitamente il prezzo, allora non è tenuto a denunziarlo.

Articolo 4
Se commerciando sia lecito vendere una cosa a più di quanto fu comprata

Considerato in se stesso, il commercio ha una certa sconvenienza […]. Però il guadagno, che è il fine del commercio, non implica nella sua natura alcunché di peccaminoso o di immorale. Perciò nulla impedisce di ordinare il guadagno a qualche fine necessario, o anche onesto. E in questo caso il commercio è lecito.

 

Il peccato di usura

Articolo 1

Se sia un peccato percepire l’usura per il danaro prestato

Percepire l’usura, o interesse, per il denaro prestato è di per sé un’ingiustizia […].

Quindi, come l’uomo è tenuto a restituire le altre cose ingiustamente acquistate, così è tenuto a farlo per il danaro ricevuto come usura o interesse.

Articolo 2

Se per il danaro prestato uno possa richiedere qualche altro vantaggio

Incorre in un peccato consimile chi per un patto tacito o espresso percepisce altre cose valutabili in danaro. Se però uno riceve di queste cose senza esigerle, e senza obbligazioni tacite o espresse, ma solo come dono gratuito, allora non pecca […]. – È lecito inoltre esigere ricompense non misurabili col danaro: come la benevolenza e l’amore, o altre cose del genere.

Articolo 3

Se uno sia tenuto a restituire tutto il guadagno fatto con l’usura

Uno è tenuto a restituire tutto, e anche gli eventuali frutti di tali beni.

Articolo 4

Se sia lecito prendere del danaro prestato a usura

Non può mai essere lecito indurre una persona a prestare a usura; tuttavia ricevere un prestito in questo modo da parte di chi è già disposto a farlo ed esercita l’usura, è lecito per un qualche bene, cioè per far fronte alla necessità propria o altrui.

 

Le parti integranti della giustizia

Articolo 1

Se evitare il male e fare il bene siano le parti integranti della giustizia

La giustizia in quanto virtù specificamente distinta ha per oggetto di fare il bene sotto l’aspetto di cosa dovuta al prossimo, e di evitare il male contrario, cioè il male nocivo al prossimo. Invece la giustizia generale ha il compito di fare il bene dovuto in ordine alla collettività o a Dio, e di evitare il male contrario.

E queste due parti della giustizia generale, o speciale, sono parti quasi integranti della giustizia: poiché entrambe sono richieste per un perfetto atto di giustizia.

Articolo 2

Se la trasgressione sia un peccato speciale

La trasgressione si verifica propriamente quando uno agisce contro un precetto negativo.

Ora, ciò può riscontrarsi materialmente in tutte le specie di peccati […]. – Se però si prende la trasgressione formalmente, cioè sotto l’aspetto particolare di infrazione di un precetto negativo, allora essa è un peccato specifico in due modi. Primo, in quanto si contrappone ai diversi generi di peccati che sono opposti alle altre virtù […]. Secondo, in quanto si distingue dall’omissione.

Articolo 3

Se l’omissione sia un peccato speciale

Come fare il bene, al che si oppone l’omissione, è una parte speciale della giustizia distinta dall’evitare il male, al che si oppone la trasgressione, così anche l’omissione si distingue dalla trasgressione.

Articolo 4

Se il peccato di omissione sia più grave del peccato di trasgressione

Di per sé e assolutamente parlando, la trasgressione è un peccato più grave dell’omissione, sebbene certe omissioni possano essere più gravi di certe trasgressioni.

 

Le parti potenziali della giustizia

Articolo unico

Se le virtù annesse alla giustizia siano ben elencate

Una virtù che mira al bene altrui può scostarsi in due modi dalla nozione di giustizia: primo, in quanto non raggiunge l’uguaglianza; secondo, in quanto non raggiunge la natura di cosa dovuta.

 

La religione

Articolo 1

Se la religione si limiti a ordinare i rapporti dell’uomo con Dio

Sia che «religione» derivi dalla frequente considerazione, oppure da una rinnovata scelta, o ancora da un rinnovato legame, questa virtù propriamente dice ordine a Dio.

Articolo 2

Se la religione sia una virtù

La religione è una virtù.

Articolo 3

Se la religione sia una virtù unica

La religione è una virtù unica.

Articolo 4

Se la religione sia una virtù specificamente distinta dalle altre

La religione è una virtù specificamente distinta.

Articolo 5

Se la religione sia una virtù teologale

La religione non è una virtù teologale, avente per oggetto il fine ultimo, ma una virtù morale, avente per oggetto i mezzi ordinati al fine.

Articolo 6

Se la religione sia superiore alle altre virtù morali

La religione è superiore a tutte le altre virtù morali.

Articolo 7

Se il culto di latria abbia degli atti esterni

La religione abbraccia degli atti interni, che sono come principali e appartenenti di per sé alla religione, e degli atti esterni, che sono secondari e ordinati a quelli interni.

Articolo 8

Se la religione si identifichi con la santità

La santità è la disposizione con la quale l’anima umana applica a Dio se stessa e i propri atti. Essa quindi non differisce dalla religione in maniera essenziale, ma per una distinzione di ragione.

 

La devozione

Articolo 1

Se la devozione sia un atto specificamente distinto

La devozione è un atto speciale della volontà.

Articolo 2

Se la devozione sia un atto della virtù di religione

La devozione è un atto della virtù di religione.

Articolo 3

Se la contemplazione, o meditazione, sia la causa della devozione

La causa estrinseca e principale della devozione è Dio […]. Ma la causa intrinseca da parte nostra deve essere la meditazione, o contemplazione.

Articolo 4

Se l’effetto della devozione sia la gioia

La devozione di per sé e principalmente causa la gioia spirituale; di riflesso però e indirettamente causa la tristezza […]. – In secondo luogo [infatti], come si è detto [a. 3], la devozione viene causata dalla considerazione delle proprie deficienze […]. Ora, per sua natura ciò causa direttamente la tristezza, e indirettamente la gioia, per la speranza dell’aiuto di Dio.

 

La preghiera

Articolo 1

Se la preghiera sia un atto della potenza appetitiva

La preghiera di cui parliamo è un atto della ragione.

Articolo 2

Se pregare sia un atto conveniente

Noi preghiamo non allo scopo di mutare le disposizioni divine, ma per impetrare quanto Dio ha disposto che venga compiuto mediante la preghiera dei santi.

Articolo 3

Se la preghiera sia un atto della religione

La preghiera è propriamente un atto della virtù di religione.

Articolo 4

Se si debba pregare soltanto Dio

Due possono essere gli scopi per cui a una persona viene rivolta la preghiera: primo, perché la esaudisca direttamente; secondo, perché si presti a impetrarla. Nel primo senso rivolgiamo la preghiera soltanto a Dio […]. Nel secondo senso invece rivolgiamo la preghiera agli angeli e ai santi.

Articolo 5

Se nella preghiera si debba chiedere a Dio qualcosa di determinato

Il Signore nel Vangelo ha prescritto ai discepoli di chiedere determinate cose, che sono contenute nel Padre Nostro.

Articolo 6

Se nel pregare si possano chiedere a Dio dei beni temporali

È lecito pregare per i beni temporali.

Articolo 7

Se siamo tenuti a pregare per gli altri

La carità esige che noi preghiamo per gli altri.

Articolo 8

Se siamo tenuti a pregare per i nemici

Come siamo tenuti ad amare i nemici, così siamo tenuti a pregare per loro […]. È stretto dovere non escludere i nemici dalle preghiere generali che facciamo per gli altri. Invece pregare in modo speciale per loro è di consiglio, non di precetto, salvo casi particolari.

Articolo 9

Se siano ben formulate le sette domande del Padre Nostro

La preghiera del Padre Nostro è perfettissima […]. In essa non solo vengono comandate tutte le cose che possiamo rettamente desiderare, ma anche nell’ordine in cui vanno desiderate: per cui questa preghiera non solo insegna a chiedere, ma altresì plasma i nostri affetti.

Articolo 10

Se pregare sia proprio della creatura razionale

Pregare è un atto che non può appartenere né alle Persone divine, né agli animali bruti, ma è proprio della creatura razionale.

Articolo 11

Se i santi che sono in paradiso preghino per noi

Quanto più grande è la carità dei santi del paradiso, tanto più essi pregano per i viatori che possono essere aiutati con la preghiera; e più sono uniti a Dio, più le loro preghiere sono efficaci.

Articolo 12

Se la preghiera debba essere vocale

La preghiera comune deve essere conosciuta da tutto il popolo per il quale viene fatta. Il che non sarebbe possibile se non fosse vocale […].

La preghiera individuale invece non è necessario che sia vocale. Tuttavia ad essa si può aggiungere utilmente la parola esterna per tre motivi. Primo, per eccitare la devozione interiore […]. Secondo, per servire il Signore anche con il corpo […]. Terzo, per la ridondanza dell’anima sul corpo.

Articolo 13

Se la preghiera debba necessariamente essere attenta

La questione riguarda soprattutto la preghiera vocale.

Ora, come mezzo che facilita il raggiungimento del fine, l’attenzione è assolutamente necessaria alla preghiera […].

Quanto al merito invece non si richiede necessariamente che l’attenzione accompagni la preghiera in tutta la sua durata, ma la virtualità della prima intenzione con la quale uno l’ha iniziata rende meritoria tutta la preghiera. – Anche per l’impetrazione basta l’intenzione iniziale; se questa manca, allora la preghiera non è capace né di meritare né di impetrare. – Il terzo effetto della preghiera è infine una certa refezione spirituale dell’anima. E per questa nella preghiera si richiede necessariamente l’attenzione.

Articolo 14

Se la preghiera debba essere continua

La causa della preghiera è il desiderio proprio della carità, dal quale essa deve scaturire […]. E sotto questo aspetto la preghiera deve essere continua.

La preghiera invece considerata in se stessa non può essere continua […]. Perciò è bene che la preghiera duri finché serve a eccitare il fervore dell’interno desiderio. Quando invece sorpassa questa misura, così da provocare necessariamente tedio, non va prolungata ulteriormente […].

E come ciò va tenuto presente nella preghiera individuale, così va tenuto presente anche nella preghiera pubblica in riferimento alla devozione del popolo.

Articolo 15

Se la preghiera sia meritoria

Oltre all’effetto dovuto alla sua stessa presenza, consistente in un conforto spirituale, la preghiera comporta due virtù riguardo al futuro: la virtù di meritare e quella di impetrare.

Articolo 16

Se la preghiera dei peccatori possa impetrare qualcosa da Dio

Se un peccatore pregando chiede qualcosa in quanto peccatore, cioè assecondando il desiderio peccaminoso, ciò non viene ascoltato da Dio secondo la sua misericordia, ma talora viene ascoltato come punizione […].

Dio ascolta invece la preghiera del peccatore che nasce dall’onesto desiderio della natura, non come per un atto di giustizia, dato che il peccatore non lo merita, ma per pura misericordia, purché siano rispettate le quattro condizioni ricordate sopra [a. prec. ad 2 ], che cioè uno chieda per sé, cose necessarie alla salvezza, con pietà e con perseveranza.

Articolo 17

Le diverse specie della preghiera

Per la preghiera si richiedono tre cose. Primo, che l’orante si avvicini a Dio […]. – Secondo, che richieda […]. Terzo, che vi sia una ragione per impetrare ciò che si domanda.

 

L’adorazione

Articolo 1

Se l’adorazione sia un atto di latria, ossia di religione

L’adorazione con cui si adora Dio è un atto di religione.

Articolo 2

Se l’adorazione implichi un atteggiamento del corpo

Dobbiamo offrire a Dio una duplice adorazione: quella spirituale, che consiste nell’interna devozione dell’anima, e quella corporale, che consiste nell’esterna umiliazione del corpo […]. E anche qui, come negli altri casi, l’adorazione esterna viene fatta in funzione di quella interna.

Articolo 3

Se l’adorazione richieda un luogo determinato

La determinazione del luogo non è richiesta all’adorazione come elemento principale e necessario, ma come un elemento di convenienza, cioè alla pari degli altri segni corporei.

 

Il sacrificio

Articolo 1

Se offrire a Dio dei sacrifici sia di legge naturale

L’offerta di sacrifici appartiene alla legge naturale.

Articolo 2

Se il sacrificio vada offerto solo al sommo Dio

Come dobbiamo offrire solo al sommo Dio il sacrificio spirituale, così anche a lui soltanto dobbiamo offrire i sacrifici esterni.

Articolo 3

Se l’offerta del sacrificio sia l’atto speciale di una data virtù

Il sacrificio è un certo atto speciale, che è lodevole per il fatto di essere compiuto in ossequio a Dio. E per questo appartiene a una virtù determinata, cioè alla religione.

Articolo 4

Se tutti siano tenuti a offrire sacrifici

Il primo e principale sacrificio è quello interiore, al quale tutti sono tenuti […]. – Il secondo invece è il sacrificio esterno. E questo si suddivide in due specie. C’è infatti un sacrificio che deve la sua bontà morale al solo fatto che con esso si offre a Dio una cosa esterna per confessare la propria sottomissione a lui. E a questo sono obbligati diversamente quelli che sono soggetti alla legge nuova o antica e quelli che non sono sotto la legge […]. – L’altro sacrificio esterno consiste invece nel compiere gli atti esterni delle altre virtù a onore di Dio. E di questi atti alcuni sono di precetto, e allora tutti vi sono obbligati; altri invece sono supererogatori, e quindi non tutti vi sono obbligati.

 

Le offerte e le primizie

Articolo 1

Se gli uomini siano tenuti a fare offerte per necessità di precetto

Certe oblazioni per loro natura sono spontanee […]. Può tuttavia capitare che uno sia tenuto a fare tali offerte, e ciò per quattro motivi.

Articolo 2

Se le offerte siano dovute soltanto ai sacerdoti

Le oblazioni offerte a Dio dal popolo spettano ai sacerdoti, non solo perché se ne servano per i loro usi, ma anche perché le distribuiscano onestamente.

Articolo 3

Se si possa fare oblazione di qualunque cosa legittimamente posseduta

Non si può fare oblazione di cose acquistate o possedute ingiustamente […].

Di per sé si può fare oblazione di qualsiasi cosa lecitamente posseduta. Tuttavia indirettamente può capitare che di una cosa legittimamente posseduta non si possa fare oblazione.

Articolo 4

Se ci sia l’obbligo di offrire le primizie

È di legge naturale che l’uomo offra a onore di Dio qualcosa dei beni a lui concessi. Ma che faccia l’offerta a quelle date persone, o che la scelga dalle primizie, o in tale quantità, questo nell’antico Testamento fu determinato dalla legge divina; nel nuovo invece è definito dalle disposizione della Chiesa.

 

Le decime

Articolo 1

Se l’obbligo di pagare le decime sia strettamente di precetto

L’obbligo di pagare le decime in parte deriva dal diritto naturale e in parte anche dall’istituzione della Chiesa.

Articolo 2

Se si sia tenuti a dare le decime di tutti i beni

Si devono pagare le decime di tutto ciò che si possiede.

Articolo 3

Se le decime vadano date ai chierici

I beni che vengono offerti come decima sono di ordine materiale. Di essi perciò può usufruire chiunque. E così possono essere ceduti anche ai laici.

Articolo 4

Se anche i chierici siano tenuti a dare le decime

I chierici, in quanto sono chierici, cioè in quanto detengono i benefici ecclesiastici, non sono tenuti a pagare le decime. – Per altre cause tuttavia, cioè per il fatto che possiedono in proprio, o dall’eredità paterna, o da un atto di compera, o da altre fonti, sono obbligati a pagare le decime.

 

Il voto

Articolo 1

Se il voto consista in un semplice proposito della volontà

Per il voto si richiedono necessariamente tre elementi: primo, la deliberazione; secondo, il proposito della volontà; terzo, la promessa, che ne è il costitutivo.

Articolo 2

Se il voto debba sempre riguardare un bene migliore

Il voto, propriamente parlando, ha per oggetto un bene migliore.

Articolo 3

Se sia obbligatoria l’osservanza di qualsiasi voto

L’uomo ha un obbligo strettissimo di adempiere i voti fatti a Dio.

Articolo 4

Se sia opportuno fare dei voti

Fare dei voti è una cosa vantaggiosa.

Articolo 5

Se il voto sia un atto di latria, cioè di religione

Fare voto è un atto di latria, ossia di religione.

Articolo 6

Se sia più lodevole e meritorio fare una cosa senza il voto o con il voto

Compiere un’azione con il voto è cosa migliore e più meritoria che compierla senza voto.

Articolo 7

Se i voti diventino solenni con il conferimento degli ordini sacri
e la professione di una regola determinata

Si ha la solennità del voto quando uno col ricevere gli ordini sacri viene applicato al ministero sacro; oppure quando, con la professione di una regola determinata, entra nello stato di perfezione mediante la rinunzia al mondo e alla propria volontà.

Articolo 8

Se le persone sottoposte al potere di altri siano impedite dal fare voti

Uno non può obbligarsi stabilmente con un voto a cose in cui dipende da un altro senza il consenso del proprio superiore.

Articolo 9

Se i fanciulli possano obbligarsi con un voto a entrare in religione

Se il fanciullo, o la bambina, prima della pubertà, è privo dell’uso di ragione, in nessun modo può obbligarsi con voto a qualcosa. Se invece ha raggiunto l’uso della ragione, per quanto dipende da lui può obbligarsi, ma il suo voto può essere invalidato dai genitori, ai quali egli rimane soggetto. In ogni modo, per quanto sia capace di inganno, prima della pubertà non può obbligarsi con i voti solenni alla vita religiosa […]. – Invece dopo gli anni della pubertà i ragazzi possono legarsi alla vita religiosa, sia con i voti semplici che con i voti solenni, indipendentemente dalla volontà dei genitori.

Articolo 10

Se il voto possa essere dispensato

La commutazione è meno della dispensa dal voto. Tuttavia l’una e l’altra facoltà è rimessa all’autorità della Chiesa.

Articolo 11

Se il voto solenne di castità possa essere dispensato

Sembra che la Chiesa potrebbe dispensare dal voto di castità reso solenne dal conferimento dell’ordine sacro […]. Nei voti invece resi solenni dalla professione religiosa la Chiesa non può dispensare.

Articolo 12

Se per la commutazione o la dispensa dei voti
si richieda l’autorità di un superiore ecclesiastico

Nella commutazione e nella dispensa dei voti è richieste l’autorità dei superiori ecclesiastici, che in persona di Dio determinano che cosa gli sia gradito.

 

Il giuramento

Articolo 1

Se giurare sia invocare Dio come testimone

Prendere Dio come testimone è ciò che viene detto «giurare».

Articolo 2

Se sia lecito giurare

Il giuramento di per sé è lecito e onesto […]. Può tuttavia diventare un male per qualcuno se egli lo usa malamente, cioè senza necessità e senza le debite cautele.

Articolo 3

Se la giustizia, il giudizio e la verità costituiscano i tre requisiti del giuramento

[Nel giuramento] si richiede il giudizio, la verità e la giustizia.

Articolo 4

Se giurare sia un atto di religione, o latria

Il giuramento è un atto di religione, o latria.

Articolo 5

Se il giuramento, in quanto cosa utile e buona,
debba essere voluto e praticato spesso

[Il giuramento] va considerato non tra le cose da desiderarsi per se stesse, ma tra quelle necessarie alla vita, e di cui abusa chiunque se ne serve fuori dei casi di necessità.

Articolo 6

Se sia lecito giurare per le creature

Il giuramento si riferisce principalmente a Dio, di cui si invoca la testimonianza, ma in maniera secondaria vengono assunte nel giuramento determinate creature, non per quello che valgono in se stesse, ma in quanto in esse c’è una manifestazione della verità divina […].

C’è poi un altro tipo di giuramento, che è l’esecrazione. E in questo caso la creatura viene introdotta come il soggetto che viene esposto al giusto giudizio di Dio.

Articolo 7

Se il giuramento abbia la forza di obbligare

Chi giura di fare una cosa è obbligato a compierla, perché si adempia la verità; purché però non manchino gli altri due requisiti, ossia il giudizio e la giustizia.

Articolo 8

Se l’obbligazione del giuramento sia superiore a quella del voto

Il voto per sua natura è più obbligatorio del giuramento.

Articolo 9

Se qualcuno possa dispensare dal giuramento

Si può dispensare anche dal giuramento.

Articolo 10

Se il giuramento possa essere impedito da certe condizioni di persona o di tempo

Vengono esclusi dal giuramento sia i fanciulli prima della pubertà […], sia gli spergiuri.

 

L’uso del nome di Dio sotto forma di scongiuro

Articolo 1

Se sia lecito scongiurare un uomo

Se uno con l’invocazione del nome di Dio, o di qualsiasi cosa sacra, intendesse imporre a chi non è suo suddito la necessità di agire, come fa con se stesso mediante il giuramento, il suo scongiuro sarebbe illecito […]. I superiori tuttavia in caso di necessità possono costringere in questo modo i loro sottoposti. Se però uno mira soltanto a ottenere da altri qualcosa senza una vera imposizione, appellandosi al rispetto del nome di Dio o di altre cose sacre, il suo scongiuro è lecito nei riguardi di chiunque.

Articolo 2

Se sia lecito scongiurare i demoni

Scongiurare i demoni sotto forma di preghiera o di persuasione non è lecito; scongiurare invece sotto forma di imposizione è lecito per certe cose e illecito per altre.

Articolo 3

Se sia lecito scongiurare le creature prive di ragione

Se lo scongiuro è rivolto direttamente a tale creatura in se stessa, sarebbe vano scongiurare una creatura irragionevole. Se lo scongiuro invece è rivolto a colui dal quale la creatura priva di ragione riceve la spinta e il movimento, possiamo distinguere due tipi di scongiuro: uno sotto forma di preghiera e l’altro sotto forma di esorcismo, entrambi leciti. Non è lecito invece scongiurare i demoni chiedendo il loro aiuto.

 

L’uso del nome di Dio nella preghiera di lode

Articolo 1

Se Dio vada lodato con le labbra

La lode delle labbra non è necessaria a motivo di Dio, ma a motivo di chi la pronunzia, perché in tal modo i suoi affetti vengono dalla lode eccitati verso il Signore […]. Inoltre la lode esterna serve a provocare l’affetto degli altri verso Dio.

Articolo 2

Se nella lode di Dio si debba fare uso del canto

Fu opportunamente stabilito che nelle lodi divine si facesse uso del canto, per eccitare in modo più efficace alla devozione le anime meno progredite.

 

La superstizione

Articolo 1

Se la superstizione sia un vizio contrario alla religione

La superstizione è un vizio che è contrario alla religione per eccesso: non perché nel culto divino offra più di quanto non faccia la vera religione, ma perché offre tale culto o a chi non deve, o come non deve.

Articolo 2

Se ci siano diverse specie di superstizione

Le specie della superstizione si distinguono innanzitutto in base all’oggetto. Infatti il culto divino può essere prestato o a chi si deve, però in maniera indebita, e questa è la prima specie di superstizione, oppure a chi non si deve, cioè a una creatura qualsiasi. E questo è un altro genere di superstizione, che può essere diviso in più specie, secondo i diversi fini del culto divino.

 

La superstizione nel culto del vero Dio

Articolo 1

Se nel culto del vero Dio ci possa essere qualcosa di condannabile

È una menzogna esprimere con segni esterni il contrario della verità […]. Ora, ciò può capitare per la discrepanza tra l’atto di culto e la realtà da esso significata. Ed è così che risulta condannabile nel tempo della nuova legge, quando ormai i misteri di Cristo si sono compiuti, l’uso delle cerimonie dell’antica legge.

Secondo, nel culto esterno la falsità può dipendere dalle disposizioni di chi lo esercita […]. Così incorre nel peccato di falsità chi a nome della Chiesa offre a Dio un culto contrastante con le forme stabilite dalla Chiesa stessa con l’autorità di Dio, e in essa consuete.

Articolo 2

Se nel culto divino ci possa essere qualcosa di superfluo

In assoluto non ci può essere del superfluo nel culto divino […].

Se però interviene qualcosa che di per sé esula dalla gloria di Dio, o non serve a condurre l’anima a Dio, o a frenare moderatamente le concupiscenze della carne; oppure che sia estraneo alle leggi di Dio e della Chiesa, o contrario alla consuetudine comune […], tutto ciò è da ritenersi superfluo e superstizioso.

 

L’idolatria

Articolo 1

Se sia giusto elencare l’idolatria tra le specie della superstizione

È cosa superstiziosa prestare il culto divino a qualsiasi creatura.

Articolo 2

Se l’idolatria sia un peccato

È peccato prestare agli idoli un culto esterno o interno.

Articolo 3

Se l’idolatria sia il più grave dei peccati

In base al peccato in se stesso il peccato più grave è quello dell’idolatria […].

In base però alle condizioni soggettive di chi pecca, nulla impedisce che pecchino più gravemente gli eretici, i quali scientemente corrompono la fede ricevuta, che non gli idolatri, i quali peccano per ignoranza. E così pure anche altri peccati possono essere più gravi perché commessi con maggiore disprezzo.

Articolo 4

Se le cause dell’idolatria siano da riscontrarsi nell’uomo

Due sono le cause dell’idolatria. La prima è solo dispositiva. E questa è da ricercarsi nell’uomo […].

L’altra causa invece che dà all’idolatria il suo compimento va cercata nei demoni.

 

La superstizione divinatoria

Articolo 1

Se la divinazione sia un peccato

La divinazione è sempre un peccato.

Articolo 2

Se la divinazione sia una specie della superstizione

La divinazione è chiaramente una specie della superstizione.

Articolo 3

Se si debbano determinare più specie di divinazione

Vi sono tre generi di divinazione […], ma ciascuno di questi generi abbraccia molte specie.

Articolo 4

Se la divinazione fatta con l’invocazione dei demoni sia illecita

Tutte le divinazioni fatte con l’invocazione del demonio sono illecite per due motivi: primo, per la loro origine, secondo, per le conseguenze che ne derivano.

Articolo 5

Se la divinazione fondata sull’astrologia sia illecita

Se uno si serve dell’osservazione degli astri per prevedere il futuro casuale o fortuito, o anche per predire con certezza gli avvenimenti umani, ciò è dovuto a un’opinione falsa e menzognera. E allora interviene l’opera del demonio. Perciò tale divinazione è superstiziosa e illecita. – Se invece uno si serve dell’osservazione degli astri per prevedere fenomeni che sono causati dai corpi celesti, quali la siccità, la pioggia e simili, allora la sua divinazione non  né illecita né superstiziosa.

Articolo 6

Se la divinazione fondata sui sogni sia illecita

Se uno si serve dei sogni per prevedere il futuro in quanto i sogni derivano da una rivelazione divina, oppure da cause naturali intrinseche o estrinseche, nei limiti in cui queste possono valere, allora la divinazione o predizione non è illecita. Se invece tale divinazione è causata da rivelazioni fatte dai demoni, con i quali si hanno dei patti espliciti […], oppure impliciti […], allora essa è illecita e superstiziosa.

Articolo 7

Se la divinazione fondata sugli auguri, sui presagi
e su altre osservazioni del genere relative alle cose esterne, sia illecita

Qualsiasi predizione o divinazione di questo genere, se pretende di estendersi oltre i limiti possibili secondo l’ordine della natura o della divina provvidenza, è superstiziosa e illecita.

Articolo 8

Se il sortilegio sia una divinazione illecita

Se uno ricorre alle sorti pensando che gli atti umani richiesti per il sortilegio dipendano nei loro effetti dalle disposizioni degli astri, la sua è un’opinione stolta e falsa, e quindi aperta all’intervento diabolico. Perciò tale divinazione è superstiziosa e illecita […].

Diversamente, ci si affida alla fortuna, e ciò può accadere solo nella sorte divisoria, l’azione sembra che non presenti altro vizio che quello di una certa leggerezza.

Se invece si attende il giudizio del sorteggio da una causa spirituale, in certi casi c’è chi lo attende dai demoni […]. Allora, questi sortilegi sono illeciti e proibiti dai Canoni.

Altre volte invece il giudizio è atteso da Dio […]. Tuttavia anche in questi casi in quattro modi può insinuarsi la colpa […].

Nei casi di urgente necessità è però lecito chiedere mediante le sorti, con la debita riverenza, il giudizio di Dio.

 

Le vane osservanze superstiziose

Articolo 1

Se sia illecito praticare le osservanze dell’arte notoria

L’arte notoria è illecita e inefficace.

Articolo 2

Se le pratiche ordinate a trasmutare i corpi,
p. es. a produrre la guarigione, o qualcosa del genere, siano lecite

Si deve considerare se per natura tali pratiche hanno la capacità di produrre tali effetti, perché se per natura non possono produrli, ne segue che non sono adoperate come cause, ma come segni. E allora rientrano nei segni convenzionali stabiliti con i demoni.

Articolo 3

Se le osservanze ordinate a prevedere la buona o la cattiva fortuna siano illecite

Tutte queste osservanze sono superstiziose e illecite.

Articolo 4

Se sia illecito portare appese al collo delle formule sacre

In tutti gli incantesimo o formule da portarsi occorre badare a due cose. Primo, al contenuto, secondo, se in mezzo alle parole sacre non siano intercalate delle cose vane, poiché ciò è da considerarsi superstizioso.

 

La tentazione di Dio

Articolo 1

Se la tentazione di Dio
consista nel compiere delle cose contando unicamente sulla sua potenza

L’uomo tenta Dio talora con le parole e talora con i fatti […].

Quando uno per necessità o per un’utilità si affida all’aiuto di Dio nelle sue preghiere o nel suo agire, questo non è un tentare Dio […]. Quando invece ci si comporta così senza necessità e senza scopo, allora ciò equivale a tentare Dio.

Articolo 2

Se tentare Dio sia un peccato

Tentare Dio per riscontrarne personalmente la potenza è un peccato.

Se però uno mette alla prova quanto riguarda le perfezioni divine non per riscontrare ciò personalmente, ma per darne la dimostrazione ad altri, allora non è un tentare Dio.

Articolo 3

Se la tentazione di Dio si contrapponga alla virtù della religione

Tentare Dio è un peccato contrario alla virtù della religione.

Articolo 4

Se la tentazione di Dio sia un peccato più grave della superstizione

Il peccato di superstizione è più grave del peccato della tentazione di Dio.

 

Lo spergiuro

Articolo 1

Se per lo spergiuro si richieda la falsità di quanto uno conferma col giuramento

La falsità è nella natura dello spergiuro.

Articolo 2

Se ogni spergiuro sia un peccato

Lo spergiuro è manifestamente un peccato contrario alla religione, che ha il compito di onorare Dio.

Articolo 3

Se lo spergiuro sia sempre un peccato mortale

Lo spergiuro è nel suo genere un peccato mortale.

Articolo 4

Se commetta peccato chi esige il giuramento da uno spergiuro

Se si esige il giuramento a proprio vantaggio come persona privata bisogna distinguere. Se uno non sa che l’altro giurerà il falso, e quindi dice: «Giuramelo» per potersi fidare, non c’è peccato; però è una tentazione umana, in quanto deriva dalla nostra miseria: «Il di più viene dal maligno» [Mt 5, 37]. Se invece uno sa che l’altro ha agito contrariamente a quanto dice, e lo costringe ugualmente a giurare, commette un omicidio.

Se però uno esige il giuramento come persona pubblica, cioè a norma delle leggi e dietro la richiesta di altri, allora non è in colpa se esige il giuramento, qualunque sia il comportamento di chi è sul punto di giurare.

 

Il sacrilegio

Articolo 1

Se il sacrilegio consista nella violazione di una cosa sacra

Tutte le mancanze di rispetto verso le cose sacre costituiscono un’ingiuria verso Dio, e hanno natura di sacrilegio.

Articolo 2

Se il sacrilegio sia un peccato specificamente distinto

Esso è un peccato specificamente distinto.

Articolo 3

Se le varie specie di sacrilegi si distinguano in base alla distinzione delle cose sacre

Sarà secondo i diversi aspetti che la santità delle cose sacre presenta che bisognerà distinguere le varie specie di sacrilegi […]. Il sacrilegio commesso contro una persona sacra è più grave di quello commesso contro un luogo sacro.

E anche la terza specie di sacrilegio, cioè la violazione delle cose sacre, presenta gradi diversi secondo la differenza delle cose sacre. Tra queste occupano il primo posto i sacramenti, e il principale dei sacramenti è il sacramento dell’Eucaristia, che contiene Cristo medesimo. Quindi il sacrilegio commesso contro questo sacramento è il più grave di tutti. Subito dopo i sacramenti vengono i vasi sacri, le immagini sacre e le reliquie dei santi […]. Poi vengono gli oggetti decorativi della chiesa e i paramenti dei ministri del culto. E finalmente i beni, mobili e immobili, destinati al sostentamento dei ministri. Chiunque dunque pecca contro una delle cose suddette commette un peccato di sacrilegio.

Articolo 4

Se la pena del sacrilegio debba essere pecuniaria

La pena conveniente al sacrilegio, che fa ingiuria alle cose sacre, è la scomunica, mediante la quale uno viene privato di esse […]. Dalle leggi civili viene applicata la pena di morte, e dalla Chiesa, che non infligge mai la morte corporale, viene applicata una pena pecuniaria.

 

La simonia

Articolo 1

Se la simonia sia la deliberata volontà
di comprare o di vendere cose spirituali, o beni annessi a cose spirituali

L’uomo, vendendo o comprando cose spirituali, manca di rispetto a Dio e alle cose divine. Quindi pecca contro la religione.

Articolo 2

Se sia sempre illecito dare del danaro per i sacramenti

Ricevere denaro per la grazia spirituale dei sacramenti è un peccato di simonia, che non può essere giustificato da alcuna consuetudine […]. Invece non è simonia e non è peccato ricevere qualcosa per il sostentamento di coloro che amministrano i sacramenti, seguendo le norme della Chiesa e le consuetudini legittime.

Articolo 3

Se sia lecito dare e ricevere del danaro per atti di ordine spirituale

È un atto di simonia vendere o comprare ciò che di spirituale si trova in questi atti, mentre è cosa lecita prendere o dare un compenso per il sostentamento di chi impartisce i beni spirituali, seguendo le norme della Chiesa e le consuetudini legittime. Si deve però escludere l’intenzione di comprare e di vendere, e non si deve costringere chi non vuol dare ricorrendo alla sottrazione dei beni spirituali da impartire. Ciò infatti darebbe alla cosa l’aspetto di un commercio. – Una volta però che i beni spirituali sono stati impartiti gratuitamente, è lecito in seguito esigere, con l’intervento dell’autorità superiore, da chi può ma non vuole, le contribuzioni stabilite e consuete.

Articolo 4

Se sia lecito accettare del danaro per i beni connessi con le cose spirituali

I beni connessi con le cose spirituali come dipendenti da esse non possono essere mai disgiunti dalle cose spirituali, quindi in nessun modo è lecito venderli.

Certi beni invece non presuppongono le cose spirituali, ma piuttosto in ordine di tempo le precedono. Essi quindi possono in un certo modo essere venduti, non però in quanto sono connessi con dei beni spirituali.

Articolo 5

Se sia lecito dare cose spirituali in compenso di prestazioni personali o verbali

Come si commette simonia accettando danaro o qualsiasi altro bene esterno, che rientra nelle «prestazioni in denaro», così la si commette anche con le «prestazioni verbali», o con quelle «personali».

Articolo 6

Se sia giusto che i simoniaci
siano puniti con la privazione di quanto hanno acquistato per via simoniaca

Chi ha conseguito una qualsiasi realtà spirituale mediante un compenso, non può ritenerlo lecitamente.

Inoltre i simoniaci, sia quelli che vendono sia quelli che comprano i beni spirituali, come anche gli stessi mediatori, sono puniti anche con altri castighi: con la deposizione e con l’infamia, se sono chierici; con la scomunica, se sono laici.

 

La pietà

Articolo 1

Se la pietà si estenda a persone umane determinate

Come spetta alla religione prestare culto a Dio, così subito dopo spetta alla pietà prestare ossequi ai genitori e alla patria.

Articolo 2

Se la pietà provveda al sostentamento dei genitori

La pietà offre «prestazioni» e «culto»: riferendo le prestazioni all’ossequio, e il culto al rispetto o all’onore.

Articolo 3

Se la pietà sia una virtù speciale distinta dalle altre

La pietà è una virtù speciale.

Articolo 4

Se per motivi religiosi si possano trascurare i doveri verso i genitori

Non è possibile che la pietà e la religione si ostacolino a vicenda, al punto che l’atto dell’una impedisca l’esercizio dell’altra.

 

L’osservanza o rispetto

Articolo 1

Se l’osservanza o rispetto sia una virtù specificamente distinta dalle altre

Come al disotto della religione, che ha il compito di tributare un culto a Dio, troviamo immediatamente la pietà, che ci rende ossequienti ai genitori, così al disotto della pietà troviamo l’osservanza, con la quale tributiamo ossequio o rispetto alle autorità.

Articolo 2

Se l’osservanza abbia il compito di prestare rispetto e onore
a coloro che sono costituiti in autorità

A motivo della loro eccellenza è dovuto a tali persone l’onore, che è appunto il riconoscimento della superiorità di qualcuno. Invece a motivo del compito di governare è dovuto ai superiori il rispetto, che consiste in un certo ossequio.

Articolo 3

Se l’osservanza sia una virtù superiore alla pietà

Prestare ossequio alle autorità in ordine al bene comune non rientra nell’osservanza, ma nella pietà. Prestare invece tale ossequio in ordine alla loro gloria e utilità personale è il compito proprio dell’osservanza, in quanto distinta dalla pietà. E così la pietà è superiore alla virtù dell’osservanza, rendendo essa un culto a persone più intime, verso le quali siamo più obbligati.

 

La dulia

Articolo 1

Se l’onore consista in qualcosa di corporale

Rispetto a Dio l’onore può limitarsi ai soli moti interiori del cuore. Rispetto agli uomini invece l’onore consiste in segni esterni e corporali.

Articolo 2

Se l’onore sia propriamente dovuto a chi è superiore

L’onore è sempre dovuto a una persona per una qualche sua eccellenza o superiorità.

Articolo 3

Se la dulia sia una virtù speciale distinta dalla latria

La dulia, che ha il compito di prestare all’uomo il servizio a lui dovuto, è distinta dalla latria, che ha di mira il servizio corrispondente al dominio di Dio. Ed è una specie dell’osservanza.

Articolo 4

Se vi siano diverse specie di dulia

In senso lato essa presenta specie diverse […]. In senso stretto invece non si suddivide in diverse specie, ma è una tra le specie dell’osservanza.

 

L’obbedienza

Articolo 1

Se un uomo sia tenuto a ubbidire a un altro uomo

La vita umana esige, per disposizione del diritto naturale e divino, che gli inferiori ubbidiscano ai loro superiori.

Articolo 2

Se l’obbedienza sia una virtù specificamente distinta

L’obbedienza è una virtù speciale, e il suo oggetto specifico è il comando tacito o espresso.

Articolo 3

Se l’obbedienza sia la più grande delle virtù

Le virtù con cui si aderisce direttamente a Dio, ossia le virtù teologali, sono superiori a quelle morali, che hanno il compito di disprezzare qualche bene terreno per aderire a Dio […].

Nelle virtù morali è più lodevole l’obbedienza, che sacrifica a Dio la propria volontà, che non le altre virtù, con cui si sacrificano a Dio altri beni.

Articolo 4

Se a Dio si debba ubbidire in tutto

Per una certa necessità di giustizia tutte le volontà sono tenute a ubbidire al comando di Dio.

Articolo 5

Se i sudditi siano tenuti a ubbidire in tutto ai loro superiori

Sono due i motivi per cui un suddito può non essere tenuto a ubbidire in tutto al proprio superiore. Primo, per il comando di un’autorità più grande […]. Secondo, se il superiore gli comanda delle cose nelle quali il suddito non è a lui sottoposto […]. Perciò nelle cose riguardanti i moti interiori della volontà non siamo tenuti a ubbidire agli uomini, ma soltanto a Dio.

Siamo tenuti invece a ubbidire agli uomini negli atti esterni da eseguirsi al corpo. Tuttavia anche in questi atti, quanto alle cose che appartengono alla natura del corpo, come il sostentamento e la generazione della prole, un uomo non è tenuto a ubbidire ad altri uomini, ma solo a Dio […]. – Nelle cose invece che riguardano la disposizione degli atti e delle cose umane un suddito è tenuto a ubbidire, secondo l’autorità specifica di chi comanda.

Articolo 6

Se i cristiani siano tenuti a ubbidire alle autorità civili

I fedeli per la loro fede in Cristo non vengono dispensati dall’obbedienza alle autorità civili.

 

La disobbedienza

Articolo 1

Se la disobbedienza sia un peccato mortale

La disobbedienza ai precetti di Dio è un peccato mortale; ora, in questi precetti c’è anche l’obbligo di ubbidire ai superiori, per cui anche la disobbedienza ad essi è un peccato mortale.

Articolo 2

Se la disobbedienza sia il peccato più grave

Quanto maggiore è l’autorità di chi comanda, tanto più grave è la disobbedienza; e questa è tanto più grave quanto più il comando trasgredito sta a cuore a colui che comanda […].

La disobbedienza con la quale si disprezza il precetto è un peccato più leggero di quello con cui si disprezza colui che lo impone […]. Parimenti, il peccato che in maniera diretta rientra nel disprezzo di Dio, come la bestemmia e altre cose del genere, anche astraendo dalla disobbedienza è più grave di quello con cui si disprezza solo il comando di Dio.

 

La riconoscenza o gratitudine

Articolo 1

Se la gratitudine sia una virtù specificamente distinta dalle altre

Dopo la religione, che ci fa rendere a Dio il culto dovuto, dopo la pietà, che ci fa onorare i genitori, e dopo l’osservanza, che ci fa rispettare le autorità, vi è pure la riconoscenza o gratitudine, che ci spinge a ringraziare i benefattori. Ed essa si distingue dalle virtù sopra ricordate come una realtà di ordine inferiore si distingue da quelle superiori di cui non raggiunge la perfezione.

Articolo 2

Se sia più tenuto a ringraziare Dio l’innocente o il peccatore pentito

In base alla grandezza del dono l’innocente è tenuto a una maggiore gratitudine […].

In base alla maggiore gratuità il peccatore pentito è tenuto a ringraziare più dell’innocente […]. Perciò, sebbene il dono offerto all’innocente considerato in se stesso sia più grande, tuttavia il dono fatto al penitente è maggiore in rapporto a lui. Come un piccolo dono fatto a un povero può essere maggiore di un grande dono fatto a un ricco.

Articolo 3

Se si sia tenuti a ringraziare tutti i benefattori

L’ordine naturale esige che il beneficato si volga con la sua riconoscenza verso il benefattore, secondo le condizioni rispettive […]. Al benefattore come tale si deve onore e rispetto, avendo egli natura di principio; tuttavia accidentalmente, cioè in caso di necessità, gli si deve pure aiuto e sostentamento.

Articolo 4

Se il beneficio vada ricompensato immediatamente

Quanto ai sentimenti, il ringraziamento deve essere immediato […]. Diversamente, per il dono si deve attendere che la ricompensa giunga al momento opportuno.

Articolo 5

Se la riconoscenza debba adeguarsi ai sentimenti del benefattore o al beneficio

Nell’uomo Il compenso della riconoscenza bada più ai sentimenti che al beneficio ottenuto.

Articolo 6

Se nel ricompensare si debba dare più di quanto si è ricevuto

Il compenso della gratitudine tende, nei limiti del possibile, a dare qualcosa in più.

 

L’ingratitudine

Articolo 1

Se l’ingratitudine sia sempre un peccato

Qualsiasi ingratitudine è un peccato.

Articolo 2

Se l’ingratitudine sia un peccato specifico

Come è una virtù specifica la riconoscenza, o gratitudine, così è un peccato specifico l’ingratitudine.

Articolo 3

Se l’ingratitudine sia sempre un peccato mortale

Se si è ingrati per semplice omissione, non sempre è un peccato mortale […]. Se si è ingrati rendendo male per bene, anche qui il peccato può essere mortale o veniale a seconda delle azioni che vengono compiute.

Articolo 4

Se si debba desistere dal beneficare gli ingrati

In base a ciò che l’ingrato si merita, è certo che costui merita che si cessi di beneficarlo. Però il benefattore deve mirare a rendere grato chi è ingrato; e se non è riuscito col primo beneficio, può riuscire con i successivi. Se però con la ripetizione dei benefici l’altro aumentasse la sua ingratitudine, e divenisse peggiore, allora si deve cessare di beneficarlo.

 

La vendetta

Articolo 1

Se la vendetta sia lecita

Se l’intenzione mira principalmente al male del colpevole, per trovarvi la propria soddisfazione, la vendetta è assolutamente illecita […]. – Se invece l’intenzione tende principalmente a un bene al quale si giunge mediante la punizione dei colpevoli, allora la vendetta può essere lecita, purché siano rispettate le altre debite circostanze.

Articolo 2

Se la vendetta sia una virtù specificamente distinta dalle altre

La vendetta è una virtù specificamente distinta.

Articolo 3

Se la vendetta vada esercitata con i castighi in uso presso gli uomini

Le colpe vanno punite con la privazione di tutti quei beni che sono più amati dall’uomo.

Articolo 4

Se la vendetta vada esercitata
anche contro coloro che hanno peccato involontariamente

Con la pena sotto l’aspetto di punizione nessuno viene punito se non per atti compiuti volontariamente […].

Con la pena sotto l’aspetto di medicina invece uno può essere castigato anche senza una colpa: non però senza una causa.

 

La veracità

Articolo 1

Se la verità, o veracità, sia una virtù

La verità o veracità come disposizione per cui uno dice il vero, non può essere che una virtù.

Articolo 2

Se la veracità sia una virtù specificamente distinta

La veracità è una virtù specificamente distinta.

Articolo 3

Se la veracità sia tra le parti [potenziali] della giustizia

La veracità è una parte della giustizia, essendovi annessa come una virtù secondaria alla principale.

Articolo 4

Se la virtù della veracità inclini a diminuire

La veracità inclina a diminuire nel senso che uno non manifesta tutto il bene che c’è in lui, perché le esagerazioni sono insopportabili.

Ma uno può inclinare alla diminuzione negando di essere ciò che è. E ciò esula dalla virtù della veracità.

 

I vizi contrari alla veracità

Articolo 1

Se la menzogna sia sempre l’opposto della verità

La menzogna si oppone direttamente e formalmente alla veracità.

Articolo 2

Se sia sufficiente dividere la menzogna in ufficiosa, giocosa e dannosa

In base all’essenza stessa della menzogna essa si divide in due specie: quella che va al di là del vero per esagerazione, e costituisce la millanteria, e quella che rimane al disotto della verità, e costituisce l’ironia.

Sotto l’aspetto della colpa invece, ossia in base a ciò che aggrava o diminuisce la colpa in rapporto al fine perseguito, è un’aggravante, per il peccato di menzogna che uno tenda con esso a danneggiare il prossimo, e in ciò abbiamo la bugia dannosa. Invece la colpa viene diminuita se uno ordina la menzogna a un bene qualsiasi: o al bene dilettevole, e allora abbiamo la bugia giocosa, o al bene utile, e allora abbiamo la bugia ufficiosa […]. Ed è in questo modo che viene fatta la divisione della menzogna nei tre tipi dei quali stiamo dissertando.

Terzo, la menzogna può suddividersi ancora più radicalmente in ordine al fine […]. Abbiamo così la divisione agostiniana in otto membri.

Articolo 3

Se la menzogna sia sempre un peccato

La menzogna è sempre un peccato.

Articolo 4

Se qualsiasi menzogna sia un peccato mortale

Se la falsità riguarda le cose divine la menzogna è gravissima ed è mortale. Se poi riguarda il bene dell’uomo, anche questa è un peccato mortale. Se invece le false opinioni hanno per oggetto cose di nessuna importanza, non sono peccati mortali.

Se la menzogna è detta per insultare Dio è sempre un peccato mortale, e lo è anche quella detta per danneggiare il prossimo.

Se invece il fine a cui si mira non è contro la carità, allora neppure la bugia da questo lato è un peccato mortale.

Finalmente, la menzogna può essere in contrasto con la carità a motivo dello scandalo. E anche allora il peccato è mortale.

 

La simulazione e l’ipocrisia

Articolo 1

Se la simulazione sia sempre un peccato

Qualunque simulazione è un peccato.

Articolo 2

Se l’ipocrisia si identifichi con la simulazione

L’ipocrisia è una simulazione; però non una simulazione qualsiasi, ma quella con cui uno assume le vesti di un’altra persona: come quando un peccatore fa la parte del giusto.

Articolo 3

Se l’ipocrisia si contrapponga alla veracità

È logico che direttamente essa si opponga alla veracità.

Articolo 4

Se l’ipocrisia sia sempre un peccato mortale

Se denominiamo ipocrita, secondo l’uso ordinario della Scrittura, colui che con la sua intenzione abbraccia queste due cose, cioè la rinunzia alla santità e la preoccupazione di apparire santo, allora è evidente che l’ipocrisia è un peccato mortale.

Se invece denominiamo ipocrita chi tenta di simulare la santità dalla quale viene meno a motivo del peccato mortale, allora, sebbene il peccato mortale lo privi della santità, tuttavia non sempre la simulazione stessa è un peccato mortale, ma talora è veniale.

 

La millanteria

Articolo 1

Se la millanteria si contrapponga alla veracità

La millanteria propriamente detta si contrappone per eccesso alla veracità.

Articolo 2

Se la millanteria sia un peccato mortale

In quanto [la millanteria] è una menzogna, può essere, secondo i casi, un peccato mortale o veniale […].

Nelle sue cause, qualora essa derivi da atti di superbia o di vanagloria che sono peccati mortali, anche la millanteria sarà un peccato mortale. Altrimenti è veniale. – Quando invece uno ricorre alla millanteria per un guadagno, ordinariamente questo tipo di millanteria è più vicina al peccato mortale.

 

L’ironia

Articolo 1

Se l’ironia, con la quale uno finge di sottovalutare se stesso, sia un peccato

Uno può sottovalutare se stesso in due modi. Primo, salvando la verità: ossia tacendo le qualità superiori di cui è dotato e scoprendo solo certi difetti, che riconosce effettivamente di avere. Ora, sottovalutare se stessi in questo modo non rientra nell’ironia, e nel suo genere non è un peccato, se non intervengono altre circostanze.

Secondo, uno può sottovalutare se stesso a parole a scapito della verità […]. E ciò rientra nell’ironia, ed è sempre un peccato.

Articolo 2

Se l’ironia sia un peccato meno grave della millanteria

La millanteria è un peccato più grave dell’ironia. – Tuttavia può capitare che uno finga di sottovalutare se stesso per altri motivi, per es. al fine di tendere insidie con l’inganno. E allora è più grave l’ironia.

 

L’amicizia, o affabilità

Articolo 1

Se l’amicizia o affabilità sia una virtù speciale

Trattare tutti secondo il dovuto. È questa la virtù che è denominata amicizia, o affabilità.

Articolo 2

Se l’affabilità sia una parte [potenziale] della giustizia

L’affabilità è una parte [potenziale] della giustizia.

 

L’adulazione

Articolo 1

Se l’adulazione sia un peccato

Ordinariamente si dà il nome di adulatori a tutti quelli che nel trattare vogliono compiacere gli altri con le parole o con i fatti oltre i limiti dell’onestà.

Articolo 2

Se l’adulazione sia un peccato mortale

Il peccato mortale è quello che è contro la carità. Ora, l’adulazione a volte è contro la carità, ma non sempre. Ed è contro la carità in tre modi.

Diversamente, se uno ha adulato una persona per il solo desiderio di compiacerla, o per evitare un male, oppure per ottenere un bene in caso di necessità, allora la sua adulazione non è contro la carità. Per cui non è un peccato mortale, ma veniale.

 

Il litigio

Articolo 1

Se il litigio sia contrario alla virtù dell’affabilità

Il litigio si contrappone alla virtù dell’amabilità, o affabilità.

Articolo 2

Se il litigio sia un peccato più grave dell’adulazione

In base alla specie del peccato il litigioso, che eccede nel rattristare, pecca più gravemente dell’adulatore, che esagera nel compiacere.

In base ai motivi esterni, talora è un peccato più grave l’adulazione, talora invece è più grave il litigio.

 

La liberalità

Articolo 1

Se la liberalità sia una virtù

La liberalità è una virtù.

Articolo 2

Se la liberalità abbia per materia il danaro

La materia propria della liberalità è il danaro.

Articolo 3

Se l’impiego del danaro costituisca l’atto della liberalità

L’atto proprio della liberalità è l’uso del danaro, o della ricchezza.

Articolo 4

Se l’atto principale della liberalità consista nel dare

La lode principale della liberalità deriva dal dare.

Articolo 5

Se la liberalità sia tra le parti [potenziali] della giustizia

Alcuni considerano la liberalità come una parte [potenziale] della giustizia, cioè come una virtù annessa.

Articolo 6

Se la liberalità sia la più grande delle virtù

La liberalità non è la più grande delle virtù.

 

L’avarizia

Articolo 1

Se l’avarizia sia un peccato

L’avarizia è un peccato.

Articolo 2

Se l’avarizia sia un peccato specifico

L’avarizia è un peccato specifico, essendo la passione disordinata di avere dei possessi, designati col termine danaro.

Il termine avarizia viene però esteso talvolta a ogni appetito disordinato di avere qualsiasi cosa […]. Presa in questo senso l’avarizia non è un peccato specifico.

Articolo 3

Se l’avarizia si contrapponga alla liberalità

L’avarizia implica due tipi di disordine rispetto alle ricchezze. Primo, direttamente nel loro acquisto o conservazione, rubando i beni altrui o non restituendoli. E così si contrappone alla giustizia […].

Secondo, l’avarizia implica un disordine nell’affetto interiore relativo alle ricchezze […]. E in questo senso si contrappone alla liberalità.

Articolo 4

Se l’avarizia sia sempre un peccato mortale

Quale vizio contrario alla giustizia, nel suo genere l’avarizia è un peccato mortale, tuttavia può essere veniale per l’imperfezione dell’atto.

Quale vizio contrario alla liberalità, essa implica un amore disordinato della ricchezza, che se passa un certo limite ingenera un peccato mortale.

Articolo 5

Se l’avarizia sia il più grave dei peccati

L’avarizia non è in assoluto il più grave dei peccati.

Articolo 6

Se l’avarizia sia un peccato spirituale

L’avarizia è un peccato spirituale.

Articolo 7

Se l’avarizia sia un vizio capitale

L’avarizia, che consiste nella brama del danaro, è un vizio capitale.

Articolo 8

Se le figlie dell’avarizia siano quelle comunemente indicate

Dall’avarizia nasce la durezza di cuore, l’inquietudine, la violenza, la bugia, lo spergiuro, la frode, il tradimento.

 

La prodigalità

Articolo 1

Se la prodigalità sia il contrario dell’avarizia

La prodigalità si contrappone all’avarizia.

Articolo 2

Se la prodigalità sia un peccato

La prodigalità è un peccato.

Articolo 3

Se la prodigalità sia un peccato più grave dell’avarizia

Considerata in se stessa, la prodigalità è un peccato meno grave dell’avarizia. E ciò per tre motivi.

 

L’epicheia, o equità

Articolo 1

Se l’epicheia sia una virtù

L’epicheia è una virtù.

Articolo 2

Se l’epicheia sia tra le parti della giustizia

L’epicheia è una parte della giustizia presa in senso generale, come un certo tipo di giustizia. Quindi essa è una parte soggettiva della giustizia. E il termine giustizia si applica ad essa in un grado più eminente che alla giustizia legale.

 

Il dono della pietà

Articolo 1

Se la pietà sia un dono dello Spirito Santo

La pietà, che ci spinge sotto la mozione dello Spirito Santo a prestare un culto a Dio come Padre, è un dono dello Spirito Santo.

Articolo 2

Se al dono della pietà corrisponda la seconda beatitudine «Beati i miti»

Nel ricollegare le beatitudini ai doni si possono tenere presenti due diverse affinità. Una è basata sull’ordine dell’enumerazione, e su di essa sembra fondarsi Sant’Agostino […]. Per cui egli fa corrispondere la prima beatitudine all’ultimo dei doni […].

Il secondo tipo di affinità viene rilevato invece in base alla natura dei doni e delle beatitudine rispettive […]. Ora, in questo senso alla pietà corrispondono meglio la quarta e la quinta beatitudine che non la seconda. Tuttavia anche la seconda beatitudine ha una certa somiglianza con la pietà.

 

I precetti relativi alla giustizia

Articolo 1

Se i precetti del decalogo appartengano alla giustizia

I precetti del decalogo dovevano appartenere alla giustizia.

Articolo 2

Se il primo precetto del decalogo sia ben formulato

I precetti della legge vanno ordinati secondo l’ordine genetico , cioè seguendo il processo della bontà umana […]. Perciò nell’educare l’uomo alla virtù mediante la legge, era prima di tutto necessario gettare le fondamenta della virtù di religione, che stabilisce i doverosi rapporti dell’uomo con Dio, fine ultimo della volontà umana […].

Perciò quanto alla virtù di religione l’uomo in primo luogo doveva essere guidato a eliminarne gli ostacoli […[. Quindi col primo precetto della legge viene proibito il culto dei falsi dèi.

Articolo 3

Se il secondo precetto del decalogo sia ben formulato

Il precetto che proibisce la superstizione precede quello che proibisce lo spergiuro, che appartiene all’irreligiosità.

Articolo 4

Se sia ben formulato il terzo precetto del decalogo

Nel terzo comandamento viene comandato il culto esterno di Dio sotto il segno del beneficio che tutti ci riguarda.

Articolo 5

Se sia ben formulato il quarto precetto

Immediatamente dopo i precetti che regolano i nostri rapporti con Dio viene il precetto che regola i nostri doveri verso i genitori, che sono la causa particolare della nostra esistenza, come Dio è la causa universale di tutti gli esseri.

Articolo 6

Se siano ben formulati gli altri sei precetti del decalogo

Dopo i tre precetti relativi alla religione, con la quale compiamo i nostri doveri verso Dio, e dopo il quarto, relativo alla pietà, per cui si rende ciò che è dovuto ai genitori e implicitamente a tutte le persone verso cui siamo particolarmente obbligati, era necessario ordinare gli altri comandamenti che riguardano la giustizia propriamente detta, che rende ciò che è dovuto a tutti indistintamente.

 

La fortezza

Articolo 1

Se la fortezza sia una virtù

La fortezza è una virtù, in quanto rende l’agire dell’uomo conforme alla ragione.

Articolo 2

Se la fortezza sia una virtù specificamente distinta

In quanto implica una certa fermezza d’animo la fortezza è una virtù generale, o piuttosto una condizione di tutte le virtù […]. – Secondo, la fortezza può essere presa nel senso di fermezza d’animo nel sopportare e nell’affrontare circostanze in cui è sommamente difficile rimanere fermi, come accade in certi pericoli più gravi […]. E presa in questo senso la fortezza è una virtù specifica.

Articolo 3

Se la fortezza abbia per oggetto il timore e l’audacia

La fortezza ha per oggetto il timore e l’audacia, reprimendo il primo e moderando la seconda.

Articolo 4

Se la fortezza abbia per oggetto solo i pericoli di morte

La virtù della fortezza ha per oggetto il timore dei pericoli di morte.

Articolo 5

Se la fortezza si eserciti propriamente nei pericoli di morte dovuti alla guerra

La fortezza si esercita propriamente nei pericoli di morte dovuti alla guerra.

Articolo 6

Se l’atto principale della fortezza sia il resistere

L’atto principale della fortezza non è l’aggredire, ma il resistere, cioè il restare fermi nei pericoli.

Articolo 7

Se chi è forte agisca per il bene della propria virtù

Il forte mira come a suo fine prossimo a esprimere nell’atto la somiglianza della propria virtù. Il suo fine remoto invece è la beatitudine, cioè Dio.

Articolo 8

Se l’uomo forte provi piacere nel proprio atto

Il forte, da una parte, cioè secondo il godimento spirituale, ha ciò di cui rallegrarsi, vale a dire il compimento dell’atto virtuoso e la prospettiva del fine; dall’altra invece ha ciò di cui dolersi, sia spiritualmente, nel considerare la perdita della propria vita, sia corporalmente […].

Ora, il dolore sensibile del corpo impedisce di sentire il godimento spirituale della virtù, a meno che la sovrabbondanza della divina grazia non sollevi l’anima alle cose di Dio, dove essa trova la sua gioia, più fortemente di quanto essa sia afflitta dai dolori del corpo […]. La virtù della fortezza fa sì che la ragione non venga sopraffatta dai dolori fisici. Il godimento della virtù vince poi la tristezza sensibile: inquantoché uno preferisce la virtù alla vita corporale e ai beni annessi.

Articolo 9

Se la fortezza si eserciti specialmente nei casi improvvisi

Dal lato dell’inclinazione e della scelta della virtù la fortezza non riguarda i casi improvvisi […]. Dal lato invece della manifestazione dell’abito virtuoso la fortezza si mostra specialmente nei casi repentini.

Articolo 10

Se l’uomo forte nel suo agire possa servirsi dell’ira

Il forte nel suo agire si serve dell’ira, però di quella moderata, non già di quella sregolata.

Articolo 11

Se la fortezza sia una virtù cardinale

La fortezza è una virtù cardinale.

Articolo 12

Se la fortezza sia la più eccelsa delle virtù

Tra le virtù cardinali la principale è la prudenza; la seconda la giustizia; la terza la fortezza; la quarta la temperanza. E al seguito di esse tutte le altre virtù.

 

Il martirio

Articolo 1

Se il martirio sia un atto di virtù

Il martirio è un atto di virtù.

Articolo 2

Se il martirio sia un atto della fortezza

Il martirio è un atto della fortezza.

Articolo 3

Se il martirio sia l’atto umano più perfetto

Secondo la specie propria è impossibile che il martirio, che consiste nel subire virtuosamente la morte, sia il più perfetto fra gli atti di virtù.

In quanto invece è connesso con il suo primo movente, che è l’amore di carità, fra gli atti umani il martirio è il più perfetto nel suo genere, quale segno della più ardente carità.

Articolo 4

Se la morte sia essenziale al martirio

La perfetta nozione di martirio esige che uno per Cristo affronti la morte.

Articolo 5

Se soltanto la fede possa essere la causa del martirio

Tutte le azioni virtuose, in quanto si riferiscono a Dio, sono altrettante protestazioni di fede: di quella fede per cui veniamo a sapere che Dio vuole da noi quelle opere buone, e che ci ricompenserà per esse. E in questo senso tali opere possono essere causa di martirio.

 

La viltà, o paura

Articolo 1

Se la viltà, o paura, sia un peccato

Quando la volontà fugge un male che la ragione detta di sopportare per non abbandonare un bene che deve essere perseguito, allora si ha un timore disordinato, che è peccaminoso. Quando invece la volontà per paura abbandona ciò che secondo la ragione deve essere fuggito, allora l’atto non è disordinato, e non è un peccato.

Articolo 2

Se il peccato di timore, o di viltà, si contrapponga alla fortezza

Si dice, per antonomasia, che il timore, o viltà, si contrappone alla fortezza.

Articolo 3

Se la viltà sia un peccato mortale

Il disordine della paura talora si limita all’appetito sensitivo, e allora non può essere un peccato mortale, ma solo veniale. – Talora invece tale disordine scuote anche l’appetito razionale, o volontà […]. E tale disordine è un peccato a volte mortale, a volte veniale.

Articolo 4

Se la paura scusi dal peccato

Se uno, per sfuggire un male che secondo la ragione merita di essere fuggito maggiormente, non si sottrae a mali meno gravi, non commette peccato […].

Se uno invece, per fuggire vilmente dei mali che secondo la ragione sono più intollerabili, incorre in mali che secondo la ragione sono meno da rifuggire, non può essere scusato totalmente dal peccato […]. Tuttavia la sua colpa è minore, poiché ciò che è compiuto per paura è meno volontario.

 

L’insensibilità al timore

Articolo 1

Se l’insensibilità al timore sia un peccato

Essere insensibili al timore non è un vizio: sia che ciò derivi da mancanza di amore, sia che derivi da alterigia o da stoltezza; la quale ultima, tuttavia, se è invincibile, scusa del peccato.

Articolo 2

Se l’insensibilità al timore sia contraria alla fortezza

L’insensibilità al timore si contrappone alla fortezza per difetto di paura, in quanto cioè non si teme ciò che va temuto.

 

L’audacia, o temerarietà

Articolo 1

Se l’audacia, o temerarietà, sia un peccato

L’audacia, intesa come eccessiva, è un peccato.

Articolo 2

Se l’audacia sia contraria alla fortezza

Il vizio dell’audacia implica un eccesso della passione omonima, per cui si oppone alla virtù della fortezza.

 

Le parti della fortezza

Articolo unico

Se le parti della fortezza siano convenientemente enumerate

La fortezza in quanto virtù specifica non può avere parti soggettive […]. Vengono invece ad essa riconosciute delle parti integranti e potenziali, che sono la fiducia, la magnificenza, la pazienza, la perseveranza.

 

La magnanimità

Articolo 1

Se la magnanimità abbia per oggetto gli onori

La magnanimità ha per oggetto gli onori.

Articolo 2

Se la magnanimità abbia per oggetto i grandi onori

La materia propria della magnanimità sta nei grandi onori; e il magnanimo tende a quelle cose che sono degne di grande onore.

Articolo 3

Se la magnanimità sia una virtù

La magnanimità, che impone nella brama dei grandi onori la moderazione della ragione, è una virtù.

Articolo 4

Se la magnanimità sia una virtù speciale

La magnanimità in sé considerata è una virtù speciale […], ma a motivo della propria materia riguarda tutte le virtù.

Articolo 5

Se la magnanimità sia una parte [potenziale] della fortezza

La magnanimità è posta fra le parti della fortezza, poiché si aggiunge ad essa come una virtù secondaria alla principale.

Articolo 6

Se la fiducia rientri nella  magnanimità

La fiducia rientra nella magnanimità.

Articolo 7

Se nella magnanimità rientri la sicurezza

La sicurezza rientra nella magnanimità.

Articolo 8

Se i beni di fortuna contribuiscano alla magnanimità

I beni di fortuna contribuiscono alla magnanimità.

 

La presunzione

Articolo 1

Se la presunzione sia un peccato

La presunzione è un peccato.

Articolo 2

Se la presunzione si contrapponga alla magnanimità per eccesso

Il presuntuoso non supera il magnanimo rispetto alle cose a cui tende, poiché talora rimane molto al disotto, ma lo eccede nell’oltrepassare la proporzione delle proprie capacità, che il magnanimo invece rispetta. Ed è in questo senso che la presunzione si contrappone alla magnanimità per eccesso.

 

L’ambizione

Articolo 1

Se l’ambizione sia un peccato

L’ambizione è sempre un peccato.

Articolo 2

Se l’ambizione si opponga alla magnanimità

L’ambizione si contrappone alla magnanimità come il disordine all’ordine.

 

La vanagloria

Articolo 1

Se il desiderio della gloria sia un peccato

Il desiderio della gloria di per sé non dice nulla di peccaminoso. Invece il desiderio della vanagloria implica un peccato.

Articolo 2

Se la vanagloria si contrapponga alla magnanimità

Il desiderio smodato della gloria si contrappone direttamente alla magnanimità.

Articolo 3

Se la vanagloria  sia un peccato mortale

Un peccato è mortale quando è incompatibile con la carità. Ora, il peccato di vanagloria, considerato in sé stesso, non è incompatibile con la carità verso il prossimo. Invece in rapporto alla carità verso Dio può essere incompatibile in due modi, e così la vanagloria è un peccato mortale.

Quando invece l’amore della gloria umana, benché vano, non ripugna alla carità né per il suo oggetto, né per le disposizioni di chi cerca tale gloria, allora il peccato non è mortale, ma veniale.

Articolo 4

Se la vanagloria sia un vizio capitale

La vanagloria è un vizio capitale.

Articolo 5

Se siano convenientemente assegnate le figlie della vanagloria

Esse sono: la millanteria, la pretesa di novità, l’ipocrisia, la pertinacia, la discordia, la contesa, la disobbedienza.

 

La pusillanimità

Articolo 1

Se la pusillanimità sia un peccato

Come è peccato la presunzione, così lo è pure la pusillanimità.

Articolo 2

Se la pusillanimità si contrapponga alla magnanimità

La pusillanimità si contrappone direttamente alla magnanimità.

 

La magnificenza

Articolo 1

Se la magnificenza sia una virtù

Le magnificenza sta a indicare una virtù.

Articolo 2

Se la magnificenza sia una virtù speciale

Se la magnificenza sta a indicare il compimento di cose grandi nel significato proprio del termine fare, allora la magnificenza è una virtù speciale […]. Se invece per magnificenza si intende il fare cose grandi prendendo il termine fare in senso generico, allora la magnificenza non è una virtù speciale.

Articolo 3

Se la materia propria della magnificenza siano le grandi spese

È proprio della magnificenza fare delle grandi spese per la conveniente esecuzione di grandi opere […].

Quindi possono dirsi materia della magnificenza sia le spese, di cui il magnifico si serve per compiere grandi opere, sia il danaro di cui si serve nelle sue grandi spese, sia infine l’amore del danaro, amore che egli modera per non impedire tali grandi spese.

Articolo 4

Se la magnificenza sia tra le parti della fortezza

La magnificenza, in quanto virtù speciale, non può essere considerata una parte soggettiva della fortezza […], ma viene considerata tra le sue parti come una virtù secondaria che si aggiunge alla principale.

 

I vizi contrari alla magnificenza

Articolo 1

Se la grettezza, o parsimonia, sia un vizio

La grettezza è un vizio.

Articolo 2

Se ci sia un vizio contrario alla grettezza

Al vizio della grettezza, a motivo del quale non si raggiunge la giusta proporzione tra le spese e l’opera […], si contrappone il vizio a motivo del quale si oltrepassa tale proporzione […]. In latino questo vizio potrebbe essere denominato consumptio, cioè sperpero.

 

La pazienza

Articolo 1

Se la pazienza sia una virtù

La pazienza è una virtù.

Articolo 2

Se la pazienza sia la più grande delle virtù

La pazienza non è la più grande delle virtù, ma è inferiore non solo alle virtù teologali e alla prudenza e alla giustizia, che direttamente fondano l’uomo nel bene, ma anche alla fortezza e alla temperanza, che tolgono ostacoli più gravi.

Articolo 3

Se si possa avere la pazienza senza la grazia

Non si può avere la pazienza senza l’aiuto della grazia.

Articolo 4

Se la pazienza sia una parte [potenziale] della fortezza

La pazienza è una parte potenziale della fortezza.

Articolo 5

Se la pazienza si identifichi con la longanimità

La longanimità è più affine alla magnanimità che alla pazienza. Tuttavia essa può rientrare nella pazienza per due motivi.

 

La perseveranza

Articolo 1

Se la perseveranza sia una virtù

È una virtù speciale anche la perseveranza, che ha il compito di sopportare, per quanto è necessario, lo sforzo prolungato di certi atti e di altre azioni virtuose.

Articolo 2

Se la perseveranza sia una parte [potenziale] della fortezza

La perseveranza è subordinata alla fortezza come una virtù secondaria alla principale.

Articolo 3

Se la costanza rientri nella perseveranza

La perseveranza e la costanza concordano nel fine […]: divergono invece rispetto alle difficoltà da affrontare per non scostarsi dal bene […]. E la perseveranza risulta una parte [potenziale] della fortezza più importante della costanza.

Articolo 4

Se la perseveranza richieda l’aiuto della grazia

L’abito della perseveranza in quanto essa è una virtù ha bisogno della grazia come tutte le virtù infuse […]. Intesa invece come l’esercizio della perseveranza che dura fino alla morte, ha bisogno anche di un altro dono gratuito che conservi l’uomo nel bene sino alla fine della vita [cf. I-II, q. 109,a. 10].

 

I vizi contrari alla perseveranza

Articolo 1

Se la mollezza si contrapponga alla perseveranza

Il fatto che uno facilmente abbandoni il bene per qualche difficoltà a cui non si sente di resistere, costituisce la mollezza.

Articolo 2

Se la pertinacia si contrapponga alla perseveranza

La perseveranza viene lodata perché sta nel giusto mezzo, mentre la pertinacia è riprovata per l’eccesso, e la mollezza per il difetto.

 

Il dono della fortezza

Articolo 1

Se la fortezza sia un dono

L’animo dell’uomo talora viene mosso dallo Spirito Santo a raggiungere il fine di ogni opera iniziata, e a evadere ogni pericolo imminente. Il che è certamente superiore alla natura umana […]. E in questo caso la fortezza è un dono dello Spirito Santo.

Articolo 2

Se la quarta beatitudine: «Beati quelli che hanno fame e sete della giustizia»,
corrisponda al dono della fortezza

Ciò è vero non solo secondo l’ordine dell’enumerazione, ma anche per una certa affinità.

 

I precetti relativi alla fortezza

Articolo 1

Se i precetti relativi alla fortezza siano ben formulati nella legge divina

I precetti della legge divina relativi sia alla fortezza che a ogni altra virtù sono dati in modo da favorire il fine, che è l’adesione dell’anima a Dio.

Articolo 2

Se nella legge divina
siano ben formulati i precetti riguardanti le virtù annesse alla fortezza

Come è giusto che nella legge divina vi siano dei precetti riguardanti gli atti delle virtù principali, così è giusto che ve ne siano anche di quelli riguardanti gli atti delle virtù annesse e secondarie.

 

La temperanza

Articolo 1

Se la temperanza sia una virtù

La temperanza è una virtù.

Articolo 2

Se la temperanza sia una virtù specificamente distinta

Nel suo senso generico la temperanza non è una virtù speciale, ma generale […].

Se invece col termine temperanza si intende per antonomasia la disposizione a trattenere l’appetito dalle cose che più attraggono l’uomo, allora essa è una virtù speciale.

Articolo 3

Se la temperanza abbia per oggetto le concupiscenze e i piaceri

La temperanza, che implica moderazione, ha principalmente il compito di regolare le passioni che tendono ai beni sensibili, cioè le concupiscenze e i piaceri, e indirettamente quello di regolare le tristezze, o dolori, che derivano dall’assenza di questi piaceri.

Articolo 4

Se la temperanza abbia per oggetto solo le concupiscenze e i piaceri del tatto

La temperanza riguarda i piaceri del tatto.

Articolo 5

Se la temperanza abbia per oggetto i piaceri del gusto

La temperanza ha come oggetto principale il piacere del tatto […]. Invece i piaceri del gusto, dell’olfatto o della vista sono oggetti secondari della temperanza e dell’intemperanza […]. Siccome però il gusto è più vicino al tatto degli altri sensi, ne viene che la temperanza riguarda più il gusto che gli altri sensi.

Articolo 6

Se la regola della temperanza
vada desunta in base alle necessità della vita presente

La temperanza prende le necessità di questa vita come regola nei piaceri di cui si serve: in modo da farne uso secondo quanto richiede la necessità della vita presente.

Articolo 7

Se la temperanza sia una virtù cardinale

La temperanza è una virtù principale, o cardinale.

Articolo 8

Se la temperanza sia la più grande delle virtù

La giustizia e la fortezza sono virtù superiori alla temperanza; sebbene siano ancora più importanti di esse la prudenza e le virtù teologali.

 

I vizi opposti alla temperanza

Articolo 1

Se l’insensibilità sia un peccato

Se uno si astenesse da questi piaceri al punto di trascurare ciò che è necessario per la conservazione della natura commetterebbe un peccato, poiché violerebbe l’ordine naturale […]. Talvolta però è cosa lodevole o anche necessaria astenersi dai piaceri che accompagnano le suddette funzioni in vista di un qualche fine particolare […]. Ma tutte queste rinunce non appartengono al vizio dell’insensibilità.

Articolo 2

Se l’intemperanza sia un peccato infantile

Per una certa somiglianza, i peccati di intemperanza sono detti infantili.

Articolo 3

Se la viltà sia un peccato più grave dell’intemperanza

L’intemperanza, assolutamente parlando, è un peccato più grave della viltà.

Articolo 4

Se il peccato di intemperanza sia quello più disonorante

L’intemperanza è sommamente disonorante per due motivi.

 

Le parti della temperanza in generale

Articolo unico

Se le parti della temperanza siano tutte ben determinate

Due sono le parti integranti della temperanza, cioè la vergogna […] e l’onestà.

Le parti soggettive, ossia le sue specie, sono l’astinenza e la sobrietà, la castità e la pudicizia […].

Tutte le altre virtù poi che comportano una certa moderazione o un freno dell’appetito verso qualcosa possono essere considerate parti della temperanza, come virtù annesse. E ciò può avvenire in tre modi, con la continenza, l’umiltà, la mansuetudine o clemenza. Quanto agli atti esterni c’è il buon ordine, il decoro, l’austerità, la parsimonia, l’economia, la moderazione, la semplicità.

 

La vergogna

Articolo 1

Se la vergogna sia una virtù

Propriamente la vergogna non è una virtù […]. In senso lato però si denomina virtù tutto ciò che si trova di buono e di lodevole negli atti umani e nelle passioni. E in questo senso si dice talvolta che la vergogna è una virtù.

Articolo 2

Se la vergogna abbia per oggetto le azioni turpi

La vergogna ha per oggetto la turpitudine peccaminosa.

Essa esercita verso la colpa due diverse funzioni.

Articolo 3

Se l’uomo si vergogni soprattutto di fronte ai propri familiari

Ci vergogniamo maggiormente di fronte ai nostri familiari.

Articolo 4

Se anche nelle persone virtuose ci possa essere la vergogna

Sono privi di vergogna i vecchi e le persone virtuose. Tuttavia costoro sono così disposti che, se ci fosse in essi qualcosa di turpe, se ne vergognerebbero.

 

L’onestà

Articolo 1

Se l’onestà si identifichi con la virtù

A rigore di termini l’onestà e la virtù si riferiscono a un’identica cosa.

Articolo 2

Se l’onesto si identifichi con il bello

L’onestà si identifica con la bellezza spirituale.

Articolo 3

Se l’onesto differisca dall’utile e dal dilettevole

L’onesto può identificarsi in concreto con l’utile e col dilettevole, ma concettualmente se ne distingue […]. Infatti il dilettevole è più esteso dell’utile e dell’onesto.

Articolo 4
Se l’onestà debba essere inclusa fra le parti della temperanza

L’onestà, in quanto è attribuita per un motivo speciale alla temperanza, è una sua parte, ma non una parte soggettiva, e neppure una virtù annessa, bensì una sua parte integrante a modo di condizione necessaria.

 

L’astinenza

Articolo 1

Se l’astinenza sia una virtù

Il termine astinenza può indicare, primo, la semplice sottrazione del cibo. E in questo senso l’astinenza non indica né una virtù, né un atto virtuoso, ma un atto indifferente.  –Secondo, può indicare tale atto in quanto è regolato dalla ragione. E allora l’astinenza può indicare o l’abito o l’atto di una virtù.

Articolo 2

Se l’astinenza sia una virtù speciale

L’astinenza è una virtù speciale.

 

Il digiuno

Articolo 1

Se il digiuno sia un atto di virtù

Il digiuno è un atto di virtù.

Articolo 2

Se il digiuno sia un atto di astinenza

Il digiuno è un atto di astinenza.

Articolo 3

Se il digiuno sia di precetto

Il digiuno in forma generica viene a essere un precetto della legge naturale. La determinazione invece del tempo e del modo di digiunare secondo l’utilità e la convenienza del popolo cristiano ricade sotto un precetto della legge positiva, stabilita dai prelati della Chiesa. E questo è il digiuno ecclesiastico, mentre l’altro è quello naturale.

Articolo 4

Se tutti siano tenuti ai digiuni della Chiesa

Nell’istituire tali leggi il legislatore tiene presente ciò che avviene ordinariamente e nella maggior parte dei casi. Se però in un caso particolare, per un motivo determinato, capita qualcosa che è incompatibile con l’osservanza della norma stabilita, allora il legislatore non intende obbligare a tale norma. Qui però bisogna distinguere.

Articolo 5

Se i giorni del digiuno ecclesiastico siano ben determinati

I digiuni dovevano essere stabiliti in quei giorni in cui bisognava purificare gli uomini dal peccato ed elevare a Dio le anime dei fedeli con la devozione.

Articolo 6

Se per il digiuno si richieda che si mangi un volta sola

La Chiesa con la sua discrezione ha stabilito che chi digiuna mangi una volta sola.

Articolo 7

Se l’ora nona sia indicata per il pasto di chi digiuna

È giusto fissare il pasto verso l’ora nona.

Articolo 8

Se sia giusto imporre a chi digiuna l’astinenza dalle carni, dalle uova e dai latticini

La Chiesa ha stabilito che nel digiuno ci si astenga soprattutto da questi cibi.

 

La gola

Articolo 1

Se la gola sia un peccato

La gola è un peccato.

Articolo 2

Se il peccato di gola sia mortale

Se il peccato di gola consiste in un disordine della concupiscenza che distoglie dal fine ultimo, allora è un peccato mortale […]. – Se invece il disordine della concupiscenza nel peccato di gola si limita ai soli mezzi, cioè al fatto che uno brama troppo i piaceri dei cibi, ma non fino al punto di mettersi per questo contro la legge di Dio, allora il peccato di gola è veniale.

Articolo 3

Se la golosità sia il più grave dei peccati

In rapporto alla materia del peccato il peccato di gola non può essere il più grave […]. – Secondo, in rapporto al soggetto che pecca, il peccato di gola è più diminuito che aggravato. – Terzo, in rapporto agli effetti che ne derivano, il vizio della gola ha una certa gravità, quale occasione di altri peccati.

Articolo 4

Se le specie del peccato di gola siano enumerate convenientemente

Esse sono: con lusso, con raffinatezza, eccessivamente, prima del tempo, voracemente. Oppure [Sant’Isidoro], il goloso esagera nel mangiare per «la qualità, la quantità, il modo, il tempo».

Articolo 5

Se la gola sia un vizio capitale

Il vizio della gola, che ha per oggetto i piaceri del tatto, che sono i più intensi, è posto giustamente fra i vizi capitali.

Articolo 6

Se siano ben determinate le cinque figlie della gola

Vanno posti fra le sue figlie quei vizi che derivano dal piacere disordinato del mangiare e del bere […]. Essi sono: l’ottusità della mente nell’intendere, la sciocca allegria, il multiloquio, la scurrilità.

Per quanto riguarda il corpo abbiamo poi l’immondezza.

 

La sobrietà

Articolo 1

Se la materia propria della sobrietà sia la bevanda

La sobrietà come virtù specifica ha per sua materia le bevande, e precisamente quelle che possono con i loro fumi turbare la mente […]. – Presa invece come virtù generale, la sobrietà si applica a qualsiasi materia.

Articolo 2

Se la sobrietà sia per se stessa una virtù speciale

Le bevande inebrianti turbano con i loro fumi le funzioni cerebrali: per togliere questo impedimento della ragione si richiede una virtù speciale, che è appunto la sobrietà.

Articolo 3

Se l’uso del vino sia del tutto illecito

Bere il vino di per sé non è illecito. Può tuttavia divenirlo indirettamente.

Articolo 4

Se la sobrietà sia maggiormente richiesta nelle persone ragguardevoli

La sobrietà è maggiormente richiesta nei giovani e nelle donne, perché in questi soggetti è più forte la propensione ai vizi e alle concupiscenze che la virtù tiene a freno […].

– Secondo, la sobrietà è più richiesta in certe persone perché più necessaria alle loro funzioni: nei vecchi, nei vescovi e in tutti i ministri della Chiesa, e finalmente nei re.

 

L’ubriachezza

Articolo 1

Se l’ubriachezza sia un peccato

In quanto menomazione conseguente al molto vino bevuto, che rende privi dell’uso di ragione, l’ubriachezza non è una colpa, ma un castigo che accompagna una colpa.

In quanto atto invece con cui uno cade in tale miseria, esso può causare l’ubriachezza in due maniere. Prima di tutto per l’eccessiva forza del vino, non prevista dal bevitore. E anche in questo caso l’ubriachezza può capitare senza colpa […]. In secondo luogo per la brama e l’uso disordinato del vino. E così l’ubriachezza è un peccato, rientrando nel peccato di gola come una specie nel suo genere.

Articolo 2

Se l’ubriachezza sia un peccato mortale

Se uno ignora che la bevanda è eccessiva e capace di ubriacare, può non esserci il peccato. – Secondo, se uno si accorge che la bevanda è troppa, ma ne ignora il potere inebriante, l’ubriachezza può essere veniale. – Terzo, se uno avverte chiaramente che la bevanda è troppa ed è inebriante, e tuttavia preferisce ubriacarsi piuttosto che astenersi dal bere […], in questo caso l’ubriachezza è un peccato mortale.

Articolo 3

Se l’ubriachezza sia il più grave dei peccati

I peccati che sono direttamente contro Dio sono più gravi del peccato di ubriachezza, che si oppone direttamente al bene della ragione umana.

Articolo 4

Se l’ubriachezza scusi dal peccato

Dal lato della menomazione che ne deriva […], l’ubriachezza porta a scusare il peccato, poiché causa l’involontarietà dovuta all’ignoranza, o incoscienza. – Invece in rapporto all’atto antecedente bisogna distinguere, poiché se da tale atto l’ubriachezza è derivata senza peccato, allora le mancanze successive sono del tutto esenti da colpa […]. Se invece l’atto precedente era colpevole, allora uno non è scusato totalmente dai peccati che ne derivano […]. Tuttavia il peccato successivo risulta diminuito.

 

La castità

Articolo 1

Se la castità sia una virtù

La castità è una virtù.

Articolo 2

Se la castità sia una virtù speciale

Primo, in senso proprio, la castità è una virtù speciale […].

– Secondo, in senso metaforico, la castità è una virtù generale.

Articolo 3

Se la castità sia una virtù distinta dall’astinenza

La castità, che ha per oggetto i piaceri sessuali, è una virtù distinta dall’astinenza, che riguarda i piaceri del cibo.

Articolo 4

Se la pudicizia riguardi specialmente la castità

La pudicizia è ordinata alla castità non come una virtù da essa distinta, ma come esprimente una certa sua particolare circostanza. Tuttavia in certi casi una viene presa per l’altra.

 

La verginità

Articolo 1

Se la verginità consista nell’integrità fisica

L’integrità fisica è accidentale nella verginità. L’assenza poi del piacere connesso con l’emissione del seme costituisce la verginità materialmente. Il proposito infine di astenersi per sempre da tale piacere ne è come la forma e il costitutivo.

Articolo 2

Se la verginità sia illecita

La verginità non è qualcosa di peccaminoso, ma anzi di lodevole.

Articolo 3

Se la verginità sia una virtù

La verginità è una virtù speciale, che sta alla castità come la magnificenza alla liberalità.

Articolo 4

Se la verginità sia superiore al matrimonio

La verginità va preferita alla continenza coniugale.

Articolo 5

Se la verginità sia la più grande di tutte le virtù

Nell’ambito della castità, la verginità è la virtù più sublime […]. Però, puramente e semplicemente, la verginità non è la più grande delle virtù.

 

La lussuria

Articolo 1

Se la materia della lussuria siano soltanto i desideri e i piaceri sessuali

La lussuria si riferisce soprattutto ai piaceri sessuali.

Articolo 2

Se ci possa essere un atto sessuale senza peccato

L’uso della sessualità può essere senza peccato se avviene nel debito modo, come è richiesto dal fine della generazione umana.

Articolo 3

Se la lussuria possa essere un peccato

Senza alcun dubbio la lussuria è un peccato.

Articolo 4

Se la lussuria sia un vizio capitale

La lussuria è un vizio capitale.

Articolo 5

Se siano ben determinate le figlie della lussuria

Le figlie della lussuria sono: l’accecamento della mente, la precipitazione, l’inconsiderazione, l’amore di sé, l’odio di Dio, l’attaccamento alla vita presente, la disperazione della vita futura.

 

Le specie della lussuria

Articolo 1

Se sia giusto dividere la lussuria in sei specie

Era necessario determinare le specie della lussuria in rapporto alla materia, ossia all’oggetto.

Il peccato contro natura si commette in ogni atto sessuale da cui non può seguire la generazione. Si ha poi la fornicazione semplice, l’incesto, l’adulterio, lo stupro e il rapimento.

Articolo 2

Se la fornicazione semplice sia un peccato mortale

La fornicazione semplice è un peccato mortale.

Articolo 3

Se la fornicazione sia il più grave dei peccati

La fornicazione è un peccato che per la sua specie è più grave dei peccati contro i beni esterni, mentre è meno grave dei peccati che sono direttamente contro Dio e di quelli che sono contro la vita di un uomo già esistente, come ad es. l’omicidio.

Articolo 4

Se i toccamenti e i baci possano costituire un peccato mortale

Il bacio, gli abbracci e i toccamenti non sono peccati mortali di per sé, ma lo divengono se sono compiuti per il piacere libidinoso.

Articolo 5

Se la polluzione notturna sia un peccato

La polluzione notturna non è mai un peccato di per sé, ma talora è la conseguenza di un peccato precedente.

Articolo 6

Se lo stupro debba essere considerato una specie determinata della lussuria

Lo stupro, il quale implica l’illecita deflorazione di vergini soggette alla cura dei genitori, è una specie determinata della lussuria.

Articolo 7

Se il ratto, o rapimento, sia una specie della lussuria distinta dallo stupro

Il rapimento di cui ora parliamo è una specie della lussuria. E talora esso è accompagnato dallo stupro, mentre talvolta c’è solo il rapimento senza lo stupro, e altre volte ancora abbiamo lo stupro senza il rapimento.

Articolo 8

Se l’adulterio sia una specie distinta del peccato di lussuria

L’adulterio è una specie determinata della lussuria.

Articolo 9

Se l’incesto sia una specie distinta della lussuria

L’incesto è una specie determinata della lussuria.

Articolo 10

Se il sacrilegio possa essere una specie della lussuria

Anche la lussuria, nella misura in cui viola qualcosa che riguarda il culto di Dio, costituisce un sacrilegio. E in base a ciò il sacrilegio può essere considerato tra le specie della lussuria.

Articolo 11

Se il vizio contro natura sia una specie della lussuria

In certi peccati di lussuria, oltre al disordine proprio di tali atti, c’è qualcosa che ripugna allo stesso ordine naturale e fisiologico dell’atto sessuale proprio della specie umana, e questo è detto peccato o vizio contro natura.

Articolo 12

Se il vizio contro natura sia il più grave dei peccati di lussuria

Questo è il peccato più grave in tale materia. – Dopo il quale viene l’incesto […].

Perciò la semplice fornicazione che viene commessa senza fare ingiuria a un’altra persona, è il minore fra i peccati di lussuria. L’adulterio poi è più grave dello stupro, e l’uno e l’altro diventano più gravi per la violenza. Per cui il rapimento di una vergine è più grave dello stupro, e il rapimento di una sposa è più grave dell’adulterio. E tutti questi peccati diventano ancora più gravi se vi è sacrilegio.

 

La continenza

Articolo 1

Se la continenza sia una virtù

Alcuni per continenza intendono l’astensione da ogni piacere sessuale […]. Se è presa in questo senso, allora la continenza perfetta e principale è la verginità, e in secondo luogo viene la vedovanza […].

Altri invece ritengono che la continenza sia la facoltà di resistere alle cattive concupiscenze che si scatenano con violenza […]. Così intesa la continenza ha un aspetto di virtù […], tuttavia non raggiunge la perfetta natura di una virtù morale […]. Diversamente, prendendo invece il termine virtù nel senso di qualsiasi principio lodevole di attività, possiamo dire che la continenza è una virtù.

Articolo 2

Se la materia della continenza siano le concupiscenze dei piaceri del tatto

La continenza e l’incontinenza riguardano propriamente le concupiscenze dei piaceri del tatto.

Articolo 3

Se la continenza risieda nel concupiscibile

La continenza non risiede nel concupiscibile, poiché sia nel continente che nell’incontinente esso prorompe in concupiscenze violente […]. Perciò è necessario che la continenza risieda in quella facoltà dell’anima a cui appartiene la scelta. E questa è la volontà [cf. sopra II-II, q.13,a.1].

Articolo 4

Se la continenza sia migliore della temperanza

Se il termine continenza implica la cessazione completa di tutti i piaceri sessuali, allora la continenza è superiore alla temperanza nel significato ordinario […]. Se invece indica la resistenza della ragione all’assalto violento delle cattive concupiscenze, allora la temperanza è molto superiore alla continenza, per cui si può dire che la continenza sta alla temperanza come l’imperfetto al perfetto.

 

L’incontinenza

Articolo 1

Se l’incontinenza riguardi l’anima o il corpo

L’incontinenza appartiene principalmente all’anima.

Articolo 2

Se l’incontinenza sia un peccato

Nel suo significato proprio e assoluto l’incontinenza è un peccato […]. In senso proprio ma non assoluto, come nella ricerca degli onori, anche in questo caso è un peccato.

In una terza accezione, per analogia, se uno è preso totalmente dal desiderio buono, tale incontinenza non è un peccato, ma appartiene alla perfezione della virtù.

Articolo 3

Se l’incontinente pecchi più dell’intemperante

L’intemperante è molto peggiore dell’incontinente.

Articolo 4

Se chi non si contiene nell’ira sia peggiore di chi non si contiene nella concupiscenza

Dal lato della passione, l’incontinenza più vergognosa è quella relativa alla concupiscenza […]. Però in rapporto al male in cui uno cade scostandosi dalla ragione, il non contenersi nell’ira, nella maggior parte dei casi, è più grave, poiché porta a nuocere al prossimo.

 

La clemenza e la mansuetudine

Articolo 1

Se la clemenza e la mansuetudine si identifichino totalmente

La mansuetudine, frenando l’impeto dell’ira, concorre al medesimo effetto della clemenza. Le due virtù però differiscono tra loro, poiché la clemenza ha il compito di moderare la punizione esterna, mentre la mansuetudine modera la passione dell’ira.

Articolo 2

Se tanto la clemenza quanto la mansuetudine siano delle virtù

Sia la clemenza che la mansuetudine sono virtù.

Articolo 3

Se la clemenza e la mansuetudine siano parti [potenziali] della temperanza

La clemenza e la mansuetudine sono virtù annesse alla temperanza. E in base a ciò vengono poste fra le sue parti [potenziali].

Articolo 4

Se la clemenza e la mansuetudine siano le virtù più eccellenti

Non è possibile che la clemenza e la mansuetudine siano le virtù più importanti in assoluto […].

Tuttavia, in senso relativo, nulla impedisce che la mansuetudine e la clemenza abbiano una certa superiorità tra le virtù che resistono ai sentimenti cattivi.

 

L’iracondia

Articolo 1

Se possa essere lecito adirarsi

Per la natura stessa della passione il desiderio di vendicarsi può essere buono o cattivo […].

Per l’intensità della passione, nell’ira è possibile riscontrare il peccato […].

Articolo 2

Se l’ira sia un peccato

Se uno desidera che si faccia vendetta secondo l’ordine della ragione, allora l’ira è lodevole […]. – Se invece uno desidera che si faccia vendetta in qualsiasi modo contro l’ordine della ragione […], allora l’ira è peccaminosa.

L’ordine della ragione interessa l’ira anche quanto al modo in cui uno si adira, poiché il divampare dell’ira non deve essere eccessivo. E se non si bada a ciò, l’ira non sarà senza peccato, anche se uno desidera la giusta vendetta.

Articolo 3

Se l’ira sia sempre un peccato mortale

A motivo di ciò che si desidera, per es. una vendetta ingiusta, l’ira nel suo genere è un peccato mortale […]. Tuttavia può darsi che tale desiderio sia un peccato veniale per l’imperfezione dell’atto.

– Secondo, i moti dell’ira possono essere disordinati quanto al modo in cui uno si adira […]. E da questo lato, se uno eccede nell’ardore dell’ira, ciò non è di per sé un peccato mortale, ma può diventarlo.

Articolo 4

Se l’ira sia il più grave dei peccati

Quanto all’oggetto che l’adirato desidera [cioè la giusta vendetta], l’ira è tra i peccati minori. Dalla parte poi del bene sotto il cui aspetto l’adirato desidera il male, assolutamente parlando il peccato di ira è meno grave dei peccati di concupiscenza.

Rispetto però al disordine dovuto al modo in cui ci si adira, l’ira ha un certo primato per la violenza e l’immediatezza dei suoi moti.

Articolo 5

Se le specie dell’ira siano ben determinate dal Filosofo

La suddetta distinzione (acuti, amari, difficili o implacabili), può essere applicata sia alla passione, sia anche allo stesso peccato di ira.

Articolo 6

Se l’ira vada posta tra i vizi capitali

L’ira è un vizio capitale.

Articolo 7

Se siano ben determinate le sei figlie dell’ira

Esse sono: l’indignazione, la tracotanza, il clamore, la bestemmia, l’insulto, le risse.

Articolo 8

Se esista un vizio contrario all’iracondia per difetto di ira

Se col termine ira si intende il semplice moto della volontà con cui si infligge un castigo non per passione, ma per un giudizio della ragione, la mancanza di ira in questo senso è indubbiamente un peccato.

Secondo, se per ira si intende il moto dell’appetito sensitivo che accompagna necessariamente nell’uomo l’atto della volontà, ne viene che la mancanza della passione dell’ira è un vizio: come lo è anche la mancanza del moto della volontà che tende a punire secondo il giudizio della ragione.

 

La crudeltà

Articolo 1

Se la crudeltà sia il contrario della clemenza

La crudeltà si contrappone direttamente alla clemenza.

Articolo 2

Se la crudeltà si identifichi con la ferocia

La crudeltà differisce dalla ferocia come la cattiveria umana differisce dalla bestialità, secondo Aristotele.

 

La modestia

Articolo 1

Se la modestia sia una parte potenziale della temperanza

È necessario che ci sia una qualche virtù che imponga la moderazione [anche] nelle altre cose meno appetibili, nelle quali non è così difficile moderarsi. E questa virtù è la modestia, che è annessa alla temperanza come alla virtù principale.

Articolo 2

Se la modestia riguardi soltanto gli atti esterni

La modestia riguarda non solo gli atti esterni, ma anche quelli interni.

 

L’umiltà

Articolo 1

Se l’umiltà sia una virtù

L’umiltà è una virtù.

Articolo 2

Se l’umiltà riguardi la sfera degli appetiti

L’umiltà tende propriamente a moderare i moti della volontà.

Articolo 3

Se l’uomo per umiltà debba mettersi al disotto di tutti

Ciascun uomo, secondo ciò che gli appartiene, deve mettersi al disotto di qualsiasi altra persona rispetto ai doni di Dio che sono in essa.

L’umiltà però non richiede che uno metta i doni che egli stesso ha ricevuto al disotto dei doni di Dio che scorge in [qualsiasi] altro […]. Quindi, senza pregiudizio per l’umiltà, si possono preferire i doni ricevuti da noi a quelli che ci risultano conferiti ad altri.

Parimenti, l’umiltà non esige che uno metta sé stesso, quanto a ciò che è suo, al disotto di ciò che è umano nel prossimo […].

Tuttavia uno può pensare che nel prossimo c’è del bene che egli non ha, oppure che in se stesso c’è del male che non si trova negli altri: e così può sempre mettersi al disotto del prossimo.

Articolo 4

Se l’umiltà sia tra le parti della modestia, e quindi della temperanza

Fra le altre parti della temperanza, l’umiltà rientra esattamente nella modestia.

Articolo 5

Se l’umiltà sia la più grande delle virtù

Dopo le virtù teologali e le virtù intellettuali che riguardano la ragione stessa, e dopo la giustizia, specialmente legale, la virtù più importante è l’umiltà.

Articolo 6

Se i dodici gradi dell’umiltà posti nella Regola di san Benedetto siano giustificati

Essi sono pienamente giustificati, come cercheremo di spiegare.

 

La superbia

Articolo 1

Se la superbia sia un peccato

La superbia è un peccato.

Articolo 2

Se la superbia sia un peccato specificamente distinto

Nella sua specie la superbia è un peccato distinto […]. Nella sua ridondanza sugli altri peccati , essa ha una certa universalità: poiché dalla superbia possono derivare tutti i peccati, in due modi, direttamente e indirettamente.

Articolo 3

Se la superbia risieda nell’irascibile

La sede della superbia non è solo l’irascibile in senso proprio, ossia la facoltà dell’appetito sensitivo, ma anche l’irascibile in senso lato, che abbraccia l’appetito intellettivo.

Articolo 4

Se le quattro specie della superbia proposte da san Gregorio siano ben indicate

Esse sono ben indicate, come cercheremo di mostrare.

Articolo 5

Se la superbia sia un peccato mortale

La superbia, secondo il suo genere, è un peccato mortale, però anche nella superbia ci sono dei moti che sono peccati veniali.

Articolo 6

Se la superbia sia il più grave dei peccati

Sotto l’aspetto dell’adesione, la superbia non è il peccato più grave, ma sotto l’aspetto dell’allontanamento da Dio, la superbia, per il suo genere, è il più grave dei peccati.

Articolo 7

Se la superbia sia il primo di tutti i peccati

La superbia ha un carattere di priorità, anzi, è il principio di ogni peccato dal lato dell’allontanamento, che è l’aspetto principale della colpa.

Articolo 8

Se la superbia vada posta fra i vizi capitali

Alcuni, considerando la superbia come un peccato specifico, l’hanno enumerata fra i vizi capitali. San Gregorio, invece, considerando il suo influsso universale su tutti i vizi, non la pone tra i vizi capitali, ma ne fa «la regina e la madre di tutti i vizi».

 

Il peccato del primo uomo

Articolo 1

Se il peccato del primo uomo sia stato di superbia

Il primo peccato dell’uomo fu di superbia.

Articolo 2

Se la superbia del primo uomo sia consistita nel desiderare la somiglianza con Dio

Desiderò la somiglianza con Dio in maniera peccaminosa […]. Il primo uomo peccò principalmente desiderando la somiglianza nella «conoscenza del bene e del male» […]. Secondariamente poi l’uomo peccò desiderando la somiglianza con Dio nel potere di agire, volendo cioè conseguire la beatitudine in virtù della propria natura.

Articolo 3

Se il peccato dei nostri progenitori sia stato più grave di tutti gli altri

Il peccato del primo uomo nella sua specie non fu più grave di tutti gli altri peccati umani […]. Però secondo la circostanza della persona quel peccato ebbe la massima gravità, data la perfezione dello stato di innocenza. Per cui dobbiamo dire che quel peccato fu più grave sotto un certo aspetto, ma non puramente e semplicemente.

Articolo 4

Se il peccato di Adamo sia stato più grave di quello di Eva

Considerando la condizione della persona, cioè dell’uomo e della donna, risulta più grave il peccato dell’uomo, essendo egli più perfetto.

Rispetto invece al genere del peccato la colpa fu uguale […]. Tuttavia quanto alla specie della superbia il peccato della donna fu più grave, per tre motivi.

 

Il castigo del primo peccato

Articolo 1

Se la morte sia il castigo del peccato dei nostri progenitori

Come la ribellione della carne allo spirito, così anche la morte e tutte le miserie corporali sono un castigo del peccato dei nostri progenitori.

Articolo 2

Se nella Scrittura siano ben determinati i castighi particolari dei nostri progenitori

I nostri progenitori ebbero due punizioni. Primo, la sottrazione del luogo che si addiceva allo stato di integrità. – Secondo, furono puniti in quanto incorsero in quei difetti che si addicono a una natura destituita del dono dell’integrità.

 

La tentazione dei nostri progenitori

Articolo 1

Se era conveniente che l’uomo fosse tentato dal demonio

Era ragionevole che da una parte Dio permettesse che nello stato di innocenza l’uomo fosse tentato dagli angeli cattivi, e dall’altra parte lo facesse aiutare dagli angeli buoni.

Articolo 2

Se il modo e l’ordine della prima tentazione siano stati ragionevoli

Il demonio nella tentazione dell’uomo ricorse a due incitamenti, in conformità con la duplice natura dell’uomo.

 

La studiosità

Articolo 1

Se la materia della studiosità sia propriamente la conoscenza

La studiosità riguarda propriamente la conoscenza.

Articolo 2

Se la studiosità sia una parte [potenziale] della temperanza

La studiosità è una parte potenziale della temperanza, quale virtù annessa alla principale. E rientra nella modestia [cf. q. 160, a.2].

 

La curiosità

Articolo 1

Se la curiosità possa insinuarsi nella conoscenza intellettiva

La conoscenza della verità è per se stessa buona, e può essere cattiva solo accidentalmente, cioè per qualche sua conseguenza.

Il desiderio o l’impegno invece che conducono alla conoscenza della verità possono essere retti o perversi.

Articolo 2

Se il vizio della curiosità possa insinuarsi nella conoscenza sensitiva

Applicarsi a conoscere le realtà sensibili può essere peccaminoso per due motivi: o perché distraente, o perché orientato al male.

 

La modestia negli atteggiamenti esterni del corpo

Articolo 1

Se gli atteggiamenti esterni del corpo siano oggetto di qualche virtù

Questi moti sono oggetto di una virtù morale.

Articolo 2

Se il gioco possa essere oggetto di virtù

Il gioco può essere oggetto di una virtù che il Filosofo chiama «eutrapelia» […]. Essa rientra nella modestia.

Articolo 3

Se nel gioco si possa peccare per eccesso

A motivo della natura stessa delle azioni nelle quali si cerca il divertimento, l’eccesso nel gioco può essere un peccato mortale.

Secondo, l’eccesso nel gioco può avvenire perché non si rispettano le debite circostanze: e anche questo eccesso talora può essere un peccato mortale, per la veemenza dell’affetto al gioco […]. Talora invece è un peccato veniale.

Articolo 4

Se nel gioco si possa peccare per difetto

Quelli che rispetto al gioco peccano per difetto sono in colpa, ma peccare per difetto nel gioco è meno grave che peccare per eccesso.

 

La modestia nell’abbigliamento

Articolo 1

Se l’abbigliamento possa essere oggetto di virtù o di vizio

Il disordine affettivo in questo campo può verificarsi per eccesso in tre modi, e per difetto in due.

Articolo 2

Se gli ornamenti delle donne siano esenti dal peccato mortale

Se una donna sposata si abbellisce per piacere al marito, lo può fare senza peccato. Invece le donne che non hanno marito, e non aspirano ad averlo, o sono in stato di non poterlo avere, non possono desiderare senza peccato di piacere sensualmente agli uomini: poiché ciò è dare ad essi un incentivo a peccare. Se quindi si adornano con l’intenzione di provocare qualcuno alla concupiscenza, peccano mortalmente. Se invece lo fanno per leggerezza, o anche per vanità e ostentazione, non sempre è peccato mortale, ma talora è veniale.

 

I precetti della temperanza

Articolo 1

Se nella legge divina siano ben determinati i precetti della temperanza

Tra i precetti del decalogo ci sono soltanto quelli che proibiscono l’adulterio, sia come atto che come desiderio.

Articolo 2

Se nella legge divina
siano ben determinati i precetti riguardanti le virtù annesse alla temperanza

Nel decalogo si trovano dei precetti che mirano a proibire gli effetti di quei vizi che si contrappongono alle parti potenziali della temperanza.